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Testi video/ Abitare i margini del giorno/ 15 novembre 2024

Testi di tutti gli interventi svolti nell’incontro a Modena nell’affollatissimo circolo Arci Spazio nuovo il 15 novembre 2024 a cura di alliev3 della Scuola Castellini, impegnati in uno stage al circolo Arci ecoinformazioni di Como. I testi NON RIVISTI DAGLI AUTOR3 sono stati ottenuti da trascrizioni automatiche e migliorati con intelligenza artificiale. I numeri alla fine dei titoli si riferisco ai video pubblicati nel canale youtube di ecoinformazioni. Guarda i video.

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024/ SAM 2598

Veniamo alla conclusione di Strati della Cultura. Di mattina facciamo un panel sulla notte. Siamo abituati, diciamo, un po’ alle frizioni, alle contraddizioni. Molti di noi hanno ancora in mente la notte passata qui di fianco al Vibra. Però, in realtà, per noi questo è un panel molto importante perché mette insieme tutta una serie di considerazioni e di elaborazioni che stiamo facendo, anche attraverso le pratiche.

Celeste Grossi, che è responsabile del gruppo Politiche di Genere, coordinerà questo momento che mette insieme tante dimensioni: il tema del genere, il tema dell’esperienza culturale notturna, il ruolo dei presidi culturali, e anche le politiche territoriali che in qualche modo si fanno carico di tutta una serie di complessità sociali e marginalità. Proviamo a ragionare in un’ottica complessa e integrata, in cui i presidi culturali stanno al centro per garantire l’accesso all’esperienza culturale anche di notte, a tutte e tutti.

Grazie Celeste, grazie Marco. Naturalmente, per coordinare un panel sulla notte, hanno scelto me, che sono una ragazza degli anni ’70, ormai di 70 anni, e che di notte solitamente non faccio grandi attività. Però sono molto contenta di essere qui, e sono molto contenta di essere qui con tante persone.

Voi avete già partecipato alle altre due giornate di Strati della Cultura. È un titolo molto bello, quest’anno: Spazi che generano visioni. E quindi noi oggi siamo qui a cercare di generare delle visioni nuove.

Dico pochissime cose in introduzione. Il nostro panel è intitolato Abitare i margini del giorno. Parleremo molto di margini. I margini, naturalmente, sono sicuramente dei margini spaziali: il territorio, i quartieri di cintura, il centro. Sono dei margini temporali: la notte, il giorno. E sono dei margini socioculturali. Per noi sono anche dei margini che, in un’accezione molto positiva, già Virginia Woolf definiva come “lo sguardo dal margine”.

Noi circoli ARCI abbiamo uno sguardo dal margine sulla cultura, perché la cultura negli ultimi anni, al di là di lodevoli eccezioni, ha subito un po’ il fascino delle politiche neoliberiste. E quindi, in qualche modo, una cultura pensata non come fine, ma tante volte come mezzo, anche per fare profitti. Noi immaginiamo i nostri spazi ARCI come spazi in cui, come diceva bell hooks, si creano e si inventano margini visionari, che ci aiutano a guardare oltre il presente, e a pensare a come vogliamo i nostri spazi e l’intera società.

I nostri spazi: ieri abbiamo avuto due momenti molto importanti per parlare di essi. Uno è stata la presentazione di Essere moltitudine, un’inchiesta che è già arrivata alla seconda edizione e che ci dice tanto su di noi e sugli spazi di cultura in generale. Poi abbiamo avuto anche un workshop dedicato all’attraversamento degli spazi. È stato un momento molto interessante, in cui alla fine abbiamo pensato a come vorremmo che fossero questi spazi.

Nel riferirlo in plenaria, Francesca Santucci e Anna Ferri hanno detto che gli spazi per noi sono attraversabili quando sono luoghi di cura. La cura dello spazio stesso, la cura delle relazioni tra le persone, e anche la cura del linguaggio. Noi vorremmo che tutta la società fosse uno spazio attraversabile, con un atteggiamento di cura: dello spazio, delle relazioni tra le persone e del linguaggio. Sappiamo che non è così in tutta la società, e sappiamo che non è così neppure in tutti i nostri circoli ARCI. È inutile girarci intorno: evidentemente abbiamo ancora una grande strada da fare.

Per fare questa strada, Luciana Castellina nel suo intervento nella giornata di apertura ci ha ricordato una bellissima canzone di Giovanna Marini dedicata a noi dell’ARCI. Si chiamava Operetta dell’ARCI. Chi non ha 70 anni come me magari non la ricorda. A un certo punto Giovanna Marini diceva: “Inventarsi una cultura tutta nostra, su misura”. Bene, noi stiamo cercando di inventare una cultura tutta nostra, su misura, ma vogliamo farlo anche a partire dai dati che ci danno le ricerche. Ricerche che facciamo noi, come l’inchiesta Essere moltitudine, ma anche ricerche che fanno altri.

Per iniziare questa nostra ultima sessione conclusiva di Strati della Cultura, vorremmo prima di tutto vedere un documentario su Roma Est di notte. Poi inviterò i nostri graditissimi ospiti a raggiungermi qui: il sindaco di Modena, la vicesindaca di Bologna Emily Clancy, una ricercatrice dell’Università John Kot, Eleonora Diamanti, e infine, ma non per ultime, le nostre compagne dell’ARCI Francesca Santucci e Anna Ferri. Ci parleranno di un progetto di cui abbiamo discusso anche ieri, Fuori Binario, che è in corso nella regione Emilia Romagna.

Approfitto per ringraziare l’ARCI Emilia Romagna, insieme all’ARCI Nazionale e all’ARCI Modena, che ha organizzato questa 17ª edizione di Strati della Cultura. Concluderemo con Daniela Lebano, responsabile cultura dell’ARCI di Roma. Prima di tutto, però, vedremo il filmato Roma Est di notte.

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024/ SAM 2599

Eravamo decisi a creare uno spazio che non escludesse nessuno. La caratteristica principale di quella comunità, di cui noi facciamo parte e che ancora persiste negli anni, è quella di non avere regole, di essere totalmente inclusiva e di avere in comune l’unica vocazione dell’interpretazione artistica della realtà. Una comunità fatta di tantissime altre persone che magari hanno l’esigenza di essere riconosciute non come un numero, una faccia o un pregiudizio, ma come esseri umani. Hanno la necessità di essere riconosciuti.

Si può vivere la cultura. Si può condividere una socialità trasgressiva, una socialità libera in cui chiunque si può riconoscere senza sentirsi emarginato per nessun motivo. Sappiamo, però, che la maggior parte dei locali, dei live club, ragiona in modo commerciale. Tendono, come dire, a omologarsi al profitto e a omologare il tipo di ascolto. La sperimentazione viene soffocata: in questo modo, tutto resta intrappolato da quelle dinamiche. Bisogna seguire il gruppo che “va di moda adesso”, la scena che “fa figo”. Va bene, se viene spontaneo. Ma noi rivendichiamo di essere più attenti alle ripercussioni sociali e politiche di queste scelte. Cerchiamo di non perdere mai il focus su questo.

Quello che ci ha contraddistinto dall’inizio è cercare di non escludere nessuno, nemmeno chi viene dal quartiere e magari arriva con atteggiamenti un po’ diffidenti, dicendo: “Ah, che è ‘sto posto? Un circolo ARCI?”. Noi rispondiamo: “Venite, parliamone. Vi trovate bene? Non vi trovate bene? Ma parliamone”. Non siamo diversi. Siamo qui da 12 anni, non siamo nati al Pigneto, ma non abbiamo mai ostacolato l’integrazione con chi ci viveva prima. Non abbiamo mai sottovalutato o sminuito le esigenze di chi ci viveva già. Questo ci ha permesso di sopravvivere alla gentrificazione.

La gentrificazione è fatta di commercianti che vedono un posto frequentato, lo consumano e poi, quando finisce tutto, si spostano nel nuovo quartiere della movida, lasciando dietro uno strascico: aumento dei prezzi, problemi di sicurezza pubblica, e tutto ciò che un territorio, in realtà, non vorrebbe vivere.

Cerchiamo di sfuggire soprattutto alla logica dell’evento, che per me rimane una cosa totalmente commerciale. L’evento spesso genera una gerarchia e una frequentazione di un luogo che non lo vive davvero, lo attraversa in modo sbagliato. Noi invece vogliamo ribadire la festa come una visione di ecosistema, dove tutte le persone che sono in quel luogo contribuiscono. Chi sta in un angolo senza fare nulla, chi ti dà la birra, chi sta in console, chi cerca dove mettere la giacca: tutti contribuiscono a quel luogo. Ci piace estendere questa visione anche per responsabilizzare le persone.

Più è passato il tempo, più ho ritenuto centrale lo stare nella festa. Il ballo è un’azione politica. Il luogo fisico ha delle gerarchie che diamo per scontate, ma che abbiamo capito essere spesso il limite di alcune esperienze. La presenza di un palco, di un certo tipo di organizzazione, crea queste dinamiche.

Non puoi rendere patinata, modaiola o “brandizzare” una realtà che fa leva sull’esatto opposto: sul mostruoso, sul deforme. Non in senso orrifico, intendiamoci, ma in senso di alterità totale e dichiarata, che viene rivendicata dai soggetti che operano all’interno di questi spazi e territori. Questi linguaggi, a volte, possono essere percepiti come autoriferiti o introversi, ma si sono percolati nel resto della città.

Queste realtà sono diventate punti di riferimento per tutta la città. Una volta non esisteva neanche l’espressione “Roma Est”. Roma era Roma Nord, Roma Sud. Ora una fetta di città si è ulteriormente “brandizzata”. Questo deriva dal fatto che, all’interno di questi territori, sono stati sviluppati linguaggi molto riconoscibili, che hanno fatto presa sul resto della città.

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024 SAM 2600

Questo documentario è un documentario di ricerca-azione, quindi nasce anche con un’indagine. Vi informo che l’intero documentario è disponibile nel catalogo L’Italia che non si vede di UCCA. Colgo l’occasione per sottolineare che questa edizione di Strati della Cultura si svolge in contemporanea con l’Emilia DOC Festival.

Noi concluderemo con questa mattinata, ma l’Emilia DOC Festival prosegue anche nel pomeriggio. Quindi potete ancora approfittare per partecipare ad altre proiezioni e interventi.

A questo punto, dopo la visione di Roma Est di Notte, darei la parola a Giuseppe Donatiello e Cecilia Vecchio. Spero che siano già in collegamento.

Giuseppe e Cecilia sono due psicologi e psicoterapeuti, ma per noi sono soprattutto gli autori delle domande che sono state poste nel filmato. Ci racconteranno qual era lo scopo di questo documentario e la metodologia che hanno utilizzato fino ad ora.

Eccoli qui.

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Giuseppe Donatiello e Cecilia Vecchio prego.

Buongiorno. Allora, che emozione intanto, anche se non siamo presenti, abbiamo seguito, insomma, l’inizio, l’avvio di questa giornata e siamo molto contenti, molto emozionati, e vi raccontiamo brevemente una serie di passaggi che hanno sostanziato, diciamo, l’organizzazione del documentario.

Intanto io sono Cecilia Vecchio e con Giuseppe Donatiello abbiamo scritto e organizzato tutte le fasi che, diciamo, hanno portato a realizzare questo documentario, che è un documentario appunto di ricerca-azione, di ricerca-intervento. Noi lavoriamo come psicoterapeuti, lavoriamo a studio e lavoriamo anche fuori dallo studio. Ci occupiamo appunto di ricerca-intervento e questo documentario nasce nell’ambito di un progetto che è un progetto che si chiama Sottosuono, di ricerca partecipativa avviato da Scomodo, che è una rivista romana che si occupa di politica, di cultura e la cui redazione è costituita da persone al di sotto dei 35 anni. Quindi ha, diciamo, questa vocazione giovanile, diciamo così.

Il progetto Sottosuono è stato sostenuto da Roma Capitale, quindi dal Comune di Roma, e proponeva un dialogo fra il mondo musicale, la cittadinanza, il mondo della ricerca e appunto i giovani della città. Ci viene commissionato questo documentario in quanto psicologi e psicoterapeuti interessati alle culture della creatività. È un documentario che approfondisce in qualche modo la scena musicale di Roma Est. Questa finalità iniziale era appunto di far emergere e rendere maggiormente visibile un sottosuolo culturale e musicale, in ipotesi poco raccontato e lontano dalle logiche del mainstream. Diciamo, questa quindi è la finalità che organizza l’avvio del lavoro.

Ci viene commissionato appunto in quanto noi lavoriamo su problemi dell’aggregazione, dell’isolamento sociale e, più in generale, sullo sviluppo dei sistemi di convivenza e quindi appunto culture della notte. Noi abitiamo in questa zona della città, che è una zona molto viva, molto interessante da un punto di vista culturale. Nessuno dei due è di Roma, abbiamo iniziato a vivere qui trovandolo come un quartiere ambiente e vivace dal punto di vista culturale. È stato importante e molto utile riconoscere anche quale fosse la nostra domanda di conoscenza rispetto a questo territorio per non realizzare un documentario esclusivamente celebrativo – “come bello il Pigneto, come bella Roma Est, come accogliente” – insomma. E quindi volevamo invece fare un’altra operazione, che era quella di avviare un processo che ci permettesse di conoscere, di capire meglio il modo in cui le pratiche culturali si esprimono. Le pratiche culturali chiaramente che caratterizzano questo territorio e individuare quindi delle categorie, dare un nome alla modalità in cui questa cultura, intesa come soggetto culturale, pensa e realizza il momento aggregativo, quindi il momento dell’incontro, il contesto della festa. Definire quindi un nome alle azioni culturali, anche per promuoverle non solo a Roma ma anche al di fuori.

Oggi non siamo fisicamente a Roma, ma stiamo con voi, che siete in un’altra città, in un’altra regione. Quindi pensiamo che questa operazione di definizione delle categorie e delle pratiche culturali possa uscire in qualche modo dai confini romani. Abbiamo quindi inteso il documentario come uno strumento che consentisse di promuovere contesti di incontro su questi temi, incontrare e fare rete. Per questo siamo molto contenti di partecipare a questa giornata di oggi.

Per realizzare il documentario abbiamo utilizzato un metodo di ricerca psicologico e psicoanalitico. Abbiamo intervistato, con un’unica domanda aperta, i personaggi chiave della cosiddetta scena di Roma Est: fondatori di circoli ARCI, DJ, collettivi, scrittori, eccetera. Abbiamo trattato queste interviste nel senso che, dopo la domanda aperta, noi avevamo dei testi. Chiaramente queste interviste le abbiamo trattate come un unico testo, come se quindi fosse effettivamente questa porzione di città a parlare, un unico soggetto appunto. Questo testo l’abbiamo quindi inteso come l’espressione di una cultura, un insieme di rappresentazioni condivise e non di opinioni o punti di vista di singoli individui. Abbiamo poi analizzato il contenuto del discorso e costruito anche il montaggio intorno a questa analisi.

Proseguo io intanto ringraziandovi di nuovo per questo invito. Siamo molto contenti di condividere con voi in questo spazio questo lavoro che per noi è stato molto intenso e molto emozionante, anche perché appunto ci sentiamo parte di questo contesto. Abbiamo molta voglia di parlarne.

Insomma, io provo a dirvi un po’ quello che abbiamo capito di questa ricerca – e sarebbe meglio dire che cosa stiamo continuando a capire, perché questo processo lo riteniamo ancora in corso. La cultura che abbiamo esplorato individua utilmente la sovrapposizione problematica, di cui pensiamo sia intrisa la contemporaneità, tra consumatore e cittadino. Per consumatore qui intendiamo non solo l’individuo delle scienze economiche ma una specifica modalità di rapporto. Nel contesto aggregativo organizzato dal consumare, si aggrediscono e si consumano le risorse dello spazio e dei rapporti. Chi fruisce pretende intrattenimento – parola, peraltro, sulla quale sarebbe interessante soffermarsi, perché rimanda etimologicamente al “tenere dentro” ai confini di un recinto. Chi organizza, invece, su questa polarità, seduce e si appropria delle risorse dell’altro.

Nel documentario si fa riferimento a questa dinamica, tra l’altro, come logica dell’evento – prima ne parlava Manù del Fanfulla in questi termini. Il potenziale creativo e imprevedibile dell’incontro e dello scambio si risolve quindi in una relazione di controllo reciproco. Il consumare come modalità di rapporto è in stretto rapporto con il controllo della relazione, un controllo sociale che pensiamo possa essere sia interno che esterno agli individui. Di contro, ci sembra evidente che chi parla qui, nel documentario, pensa di rivolgersi a un cittadino, qualcuno a cui proporre appartenenza, un soggetto che contribuisce allo sviluppo delle risorse del contesto. Qualcuno con cui si condivide l’interesse per una cosa terza – noi in psicologia la chiamiamo così – una cosa in comune, che può essere in questo caso il territorio, il suo sviluppo, ad esempio un certo tipo di cultura musicale, un certo tipo di stile di vita.

Si potrebbe anche dire, in altri termini, che questa cultura ci è sembrata interessata e capace di pensare i rapporti di potere impliciti entro il momento aggregativo e di proporre delle alternative – se ne parla in termini di gerarchia della festa – alternative che poi hanno tutta una serie di conseguenze in termini di costruzione di un senso di sicurezza nel partecipare a queste situazioni, di sviluppo di appartenenza e coesione sociale.

Ci avviamo alla conclusione – la facciamo breve, ma insomma se ne potrebbe parlare a lungo. Vogliamo evidenziare una risorsa importante che pensiamo emerga da questa ricerca, che appunto è tuttora in corso e che pensiamo possa utilmente contribuire allo sviluppo di questa mattinata. Dalla ricerca ci sembra emergere, dal nostro punto di vista, una domanda di formalizzazione e di diffusione di queste pratiche culturali molto importante. Si usano parole dense, noi diciamo. Come strumento di ricerca utilizziamo queste parole dense, che sono delle parole chiave che pensiamo in qualche modo esplicano delle modalità di rapporto che questa cultura pensa.

Delle parole chiave che pensiamo siano importanti da considerare sono: isola, nicchia, intimo. Si fa riferimento, pensiamo, attraverso queste parole al rischio di ripiegarsi entro oasi per difendersi da un fuori desertificato e aggressivo. È vero, viviamo un tempo molto complesso, forse buio. Pensiamo, peraltro, che queste parole, che esprimono vissuti e culture, indichino delle risorse da raccogliere. Come? Ci chiediamo, creando contesti capaci di formare a pratiche aggregative che siano contesto-specifiche e a formalizzarsi, che siano capaci di generare e rigenerare appartenenza e sviluppo territoriale. Infatti, luoghi e incontri come questo di oggi li pensiamo come vitali e centrali per cogliere questa domanda e riappropriandosi, perché no, anche della domanda di identità, coesione e sicurezza che abita il territorio italiano, il nostro Paese, a partire quindi dalle culture della notte, che tanto abbiamo a cuore.

Insomma, noi avremmo finito con il nostro intervento e vi ringraziamo.

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024 SAM 2602

Già Vecchio e adesso, dopo aver visto non proprio benissimo, ma per fortuna l’abbiamo ascoltato bene il filmato, prego di raggiungermi il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, la vicesindaca di Bologna, Emily Eleonora Diamanti.

Ciao. Allora, c’è un cambio di programma, nel senso che avevamo pensato di continuare con l’intervento di Eleonora Diamanti e di sentire subito anche un’altra ricercatrice. Perché, come dicevo prima, questo è anche un momento in cui noi abbiamo bisogno di ascoltare ricerche e abbiamo bisogno di farci delle idee nuove e per poi metterle in pratica nei nostri spazi, che speriamo diventino luoghi, come dice sempre Luciana Castellina. Però il sindaco di Modena ha un impegno e quindi ci dovrà lasciare tra poco, per cui daremo per prima la parola a lui, se per caso non è un problema.

Eleonora, lo lasciamo libero di ritornare ai suoi impegni, immagino istituzionali. No? Allora, siamo molto contenti di avere qui il sindaco di Modena, intanto perché questa città ci ha colto molto bene. Una bellissima città, una città d’arte, ma anche perché, oltre al suo ruolo attuale, il sindaco di Modena è stato anche a lungo assessore alla cultura della Regione Emilia-Romagna, quindi di cultura se ne intende molto. E inoltre mi diceva Annalisa Lamazzi che viene dal mondo Arci, e questo ci fa ancora più piacere. Per cui passo subito la parola a lui, per raccontarci un po’ che cosa sta facendo in questi primi mesi della sua attività amministrativa.

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024 SAM 2603

Ictus e ho solo la finestra temporale 11:15-11:30 per andarlo a visitare in ospedale, quindi capirete per me, uby mayor mio padre, quindi chiedo davvero scusa. Se fosse stato istituzionale, avrei evitato e sarei rimasto qui con voi.

Eh, tanto mi fa piacere perché io sono cresciuto a Roma Nordest, e la cosa che dicevano, sì, è un po’ diverso al Nordest, ma insomma, però a cavallo tra Tiburtino e Montesacro, quindi quella è stata il luogo dove sono nato e cresciuto. E la cosa con cui concludeva l’ultima parte che abbiamo sentito, l’ultima intervista, un documentario che Roma Est prima si conosceva solo Roma Nord e Roma Sud, e non c’era un’identità di Roma Est o Roma Ovest. Questo è assolutamente vero e in questi anni, so anche se a distanza, ho seguito perché sono ormai qui da 35 anni. So che la realtà, la scena culturale alternativa, possiamo chiamarla, insomma, Roma Est è cresciuta notevolmente, anche Nordest, perché c’era un’esperienza da Maggiolina, che è un centro sociale che è nato proprio negli anni in cui poi io mi spostavo e venivo qui.

Eh, se vi dovessi dire rispetto alla tua domanda di cosa mi sto occupando adesso, vi dovrei dire di rifiuti, di trasporti, di questo mi sto occupando in questo momento. Ancora non ho avuto il tempo e la possibilità di concentrarmi su quello che invece vorrò, e poi gli amici, compagni e compagne dell’Arci lo sanno, vorrò impegnarmi appena riusciamo a risolvere alcune delle emergenze, perché abbiamo trovato diversi dossier aperti e mai chiusi nel corso di questi anni, e stiamo cercando di farlo anche in fretta. E’ proprio questo ora, le nostre realtà sono realtà, soprattutto realtà di Modena. Ora, io ho vissuto anche Emil losar, la realtà di Bologna, perché in questi ultimi anni ho vissuto anche a cavallo tra Modena e Bologna, e la realtà modenese in particolare di quella di Bologna, come dico, Bologna è sempre questa nostra dualismo che persiste anche nel funzionamento degli altoparlanti e non ha una presenza di luoghi, diciamo, come quelli che vediamo a Bologna o come abbiamo visto in questi scorci di documentario. E vorrei invece che crescessero di più, infatti una su cui no vogliamo mettere mano è una mappa anche della città e dei luoghi, non diciamo in disuso, soprattutto ex capannoni industriali, ex capannoni artigianali, di cui Modena vede una gran presenza e che non sono utilizzati più da tempo. Vorremmo intervenire attraverso questa mappatura e attraverso la possibilità di darli a disposizione di chi vuole appunto produrre cultura, non solo offrire cultura, perché questo è sempre un mio pallino. Nella offerta culturale hai di tutti i tipi di offerta, anche quel tipo di offerta commerciale che veniva anche indicato in qualche modo, anche indicato negativamente nelle interviste. C’è anche un altro tipo di offerta culturale, ma soprattutto mi piacerebbe far crescere Modena come luogo della produzione culturale, quindi portare qui anche realtà, soggetti e individui, singoli o collettivi, che siano in grado di produrre cultura, e anche un certo tipo di offerta culturale, e mettere a disposizione luoghi, spazi, per un’autoorganizzazione di questi. È superato il tempo in cui i comuni e l’abbiamo vissuto negli anni ’80-’90, in cui nelle politiche giovanili dei comuni i comuni organizzavano il tempo libero dei giovani. Quella roba lì è sempre stata, mi stava stretta, allora, figuriamoci adesso. Credo che sia una cosa in cui i comuni invece devono offrire delle opportunità, opportunità a soggetti che si mettono a disposizione per poter appunto poi utilizzare i luoghi e le opportunità per poter produrre della cultura e offrire alla città cultura. E in genere i comuni, i sindaci, investono appunto in quella che è una cultura molto, tra virgolette, istituzionale. E noi dobbiamo far crescere anche una, appunto, un’offerta culturale che non è soltanto quella istituzionale, un po’ ingessata, un po’ cristallizzata da questo punto di vista. Quindi ecco perché la necessità di offrire, questo lo possiamo fare attraverso anche una capacità di coprogettazione, in cui i soggetti, l’Arci in primis, eh, soprattutto nella nostra realtà a Modena, che l’Arci è quella che oggi è la principale realtà da questo punto di vista, che può offrire opportunità in questo senso. Ma l’Arci, primis, ma non solo, possono coprogettare insieme a noi spazi, luoghi, e appunto progetti culturali. Questo è quello che vorrò fare, se sarà possibile nei prossimi anni. Ovvio che questo richiede sempre delle risorse, mettere a disposizione delle risorse, che, motivi che passano sempre attraverso qualunque tempo, qualunque epoca, ma rimane sempre. Proveremo a fare già dal bilancio 2025 una manovra di bilancio che consenta di mettere a disposizione più risorse, anche nel campo della progettazione culturale. Questi anni Modena è stata un po’ deoperata, possiamo dircelo da questo punto di vista. La cultura non era al centro dell’attenzione dell’amministrazione. Parlo liberamente, io non ho vincoli, non avendo tessera di partito, quindi posso dirlo: non ha avuto un particolare impegno, una particolare attenzione, anche nell’investimento nella direzione della cultura. Bisognerà fare, ovviamente, sacrifici, delle scelte politiche nel momento in cui si deciderà di destinare più soldi a questo, ma questo lo faremo già a partire dal 2025, perché questo è un impegno che davvero abbiamo come vivere la notte. Io ho una priorità, intanto vivere la sera a Modena, poi un po’ come te, la notte ormai non la vivo più da tanto tempo, diciamo notte, a un certo punto crollo e mi addormento, quindi non è questo il punto. Però intanto vivere la sera, perché Modena già un problema di vivere la sera. E in termini anche di trasporto pubblico, pensate che a Modena, alle 8:00 di sera, gli autobus non girano più. Quindi oggi si muove in bicicletta, ma altrimenti torniamo alla necessità di mobilità privata, che poi incide negativamente su altri fronti. E ad esempio, anche questo non ha un’attinenza diretta con fare cultura, però mettere a disposizione mezzi pubblici significa intervenire nel campo dei trasporti. Intervenire nel campo dei trasporti richiede anche in questo caso risorse. Abbiamo un governo che, a fronte di quasi un miliardo di euro che i comuni chiedevano per il trasporto pubblico, ne ha investiti su questo bilancio soltanto 120 milioni. Che significa che avremo ancora più difficoltà nel mettere in campo una capacità di trasporto pubblico efficiente, e nella direzione di quello che ci viene chiesto ai cittadini e soprattutto ai più giovani. Pensiamo a tutti i giovani universitari che ci sono a Modena e che non hanno un mezzo privato con cui muoversi, a meno che non sia concesso. E fosse giusto muoversi con un mezzo privato. Però intanto abbiamo, intanto, una priorità, appunto, rendere fruibile la sera la città, anche attraverso una capacità di mettere in campo più mezzi pubblici, più trasporto pubblico, e ovviamente, appunto, anche un’offerta culturale che sia più plurale rispetto a quella che attualmente c’è, che è molto commerciale o molto istituzionale. Quindi favorire e promuovere di più un’offerta culturale che sia anche più, diciamo, che parta più dalla base, come si sarebbe detto una volta. Quindi questo è un impegno che noi abbiamo, ci siamo assunti, e poi speriamo di poterlo riuscire a portare avanti, soprattutto in termini di risorse.

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024 SAM 2604

e molti buona fortuna per la salute di tuo padre e diciamo che hai messo già sul piatto alcune questioni. No, perché vivere la notte non è soltanto fatto dagli spazi, ma è fatto anche dalla mobilità, dalla percezione di sicurezza che si ha nelle strade. A me la parola sicurezza non piace, i miei compagni di Arci lo sanno, perché la sicurezza si è trasformata moltissimo negli ultimi anni in un problema di ordine pubblico e non è quello il centro, cioè diciamo che la sicurezza è essere sicuri, ci proviamo, ci proviamo. Sì, ci… no vabbè comunque ci proviamo così. Guardate, va, va, va. Ecco, no, no, scusa, ti… troppo, perché poi appunto prima di scappare. Sono assolutamente d’accordo, io ho sempre detto che il problema di sicurezza a Modena ora non è ai livelli di Roma, però i modenesi sono abituati bene. Bastano due o tre aggressioni perché sono tutti di scale e scende, ma insomma. E TR L’antro ai miei tempi si risolveva a roba appunto in modo un po’ diverso per. Scaroni restituivano sieva qualche problema. Ma al di là di questo, comunque qualche problema lo abbiamo ora e diciamo che adesso poi lo vediamo anche nella cronaca, non solo Modenese, anche in tutta Italia. Oggi c’è il coltello facile e sotto Roma c’è anche la pistola facile, quindi è diventato un problema serio. Però sono d’accordo con te, scusa, perché prima ho dimenticato la principale risposta per rendere sicuri i territori: è non desertificare i territori, occupare democraticamente i territori, la attività culturale, appunto poi la chiamo culturale, ma insomma la capacità di stare insieme, di creare luoghi di socialità, di occupare strade democraticamente con attività e ritrovarsi insieme, è il principale deterrente all’insicurezza. Più noi certificiamo aree della città e zone della città in assenza di attività e più la città diventa sicura. Ecco, la principale risposta è quella. Poi certo, ci vuole la risposta che non sta ai comuni né ai sindaci, perché le competenze dell’ordine pubblico e sicurezza non sono in capo ai sindaci. Comuni bisognerebbe che questa cosa si riaffermasse sempre con ogni volta. Io lo ripeto come un mantra, perché ieri sera ho passato la serata a rispondere. Io rispondo direttamente a chi mi scrive su Messenger, perché noi abbiamo avuto una serie di aggressioni, i modenesi lo sanno, fuori dalle scuole, le cosiddette baby gang che non sono solo di stranieri, sono anche di giovani ragazzi italiani. Abbiamo avuto una serie di aggressioni e tutti i messaggi sono: cosa fa il sindaco? Cosa fa il Comune? Cosa fa il prefetto? Cosa fa il questore? Cosa fa il comandante dei carabinieri? Non cosa fa il sindaco? Io posso rispondere nel creare opportunità e situazioni in cui evitiamo che appunto i luoghi siano, diciamo, le persone possano essere. Ma spetta l’ordine pubblico e sicurezza, spettano ad altri. A noi spetta rendere vissuta la città per impedire che zone, appunto, siano deserte o isolate e che possano, diciamo, frequentazioni poco raccomandabili, possano essere quelle che occupano quei luoghi della città. Ti ringrazio molto anche per questa. [Applauso]. Molti anni fa, noi femministe dicevamo: le strade sicure le fanno le donne che le percorrono. Quindi siamo assolutamente d’accordo su questo e quindi ti ringrazio anche per questa ulteriore precisazione. E quindi, visto che le strade sicure le fanno le donne che le percorrono, veniamo a una nuova ricerca che ci presenta Eleonora Diamanti e che naturalmente è un’esperta non solo in Italia di culture della notte, ma in molte altre. Questo microfono oggi ci vuole male, questo lo lascio qui. Così, scusatemi. Eh, ciao, grazie molte, davvero. E dicevo che è un’esperta di cultura della notte sia a Roma e continuiamo con Roma, poi andremo sicuramente a Bologna con Emily Cleny, ma è stata anche molto in altri paesi, quindi magari ci darà anche uno sguardo sulle culture della notte altrove. No? Perché per noi è molto importante capire, per avere nuove visioni, anche chi magari queste visioni le ha costruite anche prima di noi. E ti passo subito la parola, Eleonora. Grazie di essere con noi.

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024 SAM 2606

A livello politico, quindi andando sempre a riconoscere anche la radice da cui vengono la loro radicalità, eh, che ovviamente è un lavoro molto difficile, però ci proviamo. Grazie.

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024 SAM 2607

E personalmente, per le ultime immagini, quella del ’76 la sento particolarmente vicina e no, ti ringrazio molto perché hai parlato anche dell’accezione negativa del margine. No, quella che noi cerchiamo di contrastare, perché il margine è anche quello che ha marginalizzato, emarginato le donne, ma anche tante altre. Rialzato e quindi è molto importante. Cioè, noi cerchiamo di parlare del margine con un’accezione positiva e riteniamo di stare al margine, ma come un margine dove si crea una visione nuova. Quindi, un margine positivo, ma purtroppo facciamo i conti anche con l’emarginazione, con l’emarginazione non solo delle donne e delle persone LGBTQI, ma anche delle lavoratrici e dei lavoratori notturni, anche di tantissime altre situazioni. Ti ringrazio anche perché hai parlato delle aree interne, perché noi siamo stati, quando abbiamo costruito Strade della Cultura, abbiamo anche pensato di inserire anche le aree interne, perché anche lì esiste un problema su come la notte viene vissuta, e lì è proprio davvero una desertificazione. E noi pensiamo che i nostri circoli siano, invece, anche lì, noi vorremmo che non fossero isolati e che non fossero oasi, però per il momento sono oasi anche nelle aree notturne. Poi magari nel corso della discussione riusciremo a parlare anche di quello. E adesso la parola a Emily Cleny, che oltre a essere vicesindaca di Bologna, è anche la presidente di una commissione che si chiama Piano della Notte. E a me piace di più che ci sia una commissione piano della notte, non soltanto un sindaco della notte, perché io sono proprio convinta che ci vogliano molte persone e molte differenti competenze, perché abbiamo già visto quante complessità presenta una città, e anche una città media come Bologna. Roma sicuramente avrà tantissime altre caratteristiche e difficoltà e complessità ulteriori da superare. Però avere un piano della notte vuol dire, in qualche maniera, avere tante figure che si confrontano e sono necessarie davvero tutte. E quindi passerò subito la parola a Emily Cleny, ringraziandola davvero di essere con noi. Ci proviamo.

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024 SAM 2608

Eh, sì, diciamo che partendo dalla scelta della governance a Bologna, abbiamo pensato proprio questo, cioè una delega all’economia della notte, cristallizzando quella dicitura della letteratura scientifica che c’era sul tema. Poi anche a me, adesso chiaramente, piace di più parlare di politiche per la notte, ma anche non solo fermarci alla delega o a una figura dell’amministrazione, ma cercare di ibridare i modelli. Allora, avevamo visto chiaramente Amsterdam, dove in qualche modo il sindaco della notte era arrivato dal basso, dalla scena culturale; a Londra, no? A Milano era stata scelta invece dal sindaco. Tante città avevano delle commissioni consultive sulla notte. Allora abbiamo pensato di usare un po’ tutti questi modelli, perché in qualche modo mi sembrava una contraddizione che il lavoro sulla notte arrivasse dall’amministrazione dall’alto, e allo stesso tempo c’era bisogno di politiche per la notte nell’amministrazione. Quindi usare un po’ il fatto di avere una delega per la prima volta, e quindi anche personale tecnico del Comune di Bologna che lavorava su questo. Noi abbiamo creato anche una cabina di regia intersettoriale interna, proprio per dire: la notte non è un punto delle 24 ore su cui ragioniamo come tempo della giornata, ma è la necessità di creare politiche per la notte. Quindi mettere insieme gestione dei rifiuti, la produzione culturale, il trasporto pubblico, la cultura, cioè tutte queste cose che nelle amministrazioni funzionano a silos e quasi sempre non si parlano tra di loro. Invece abbiamo bisogno che dialoghino per produrre davvero delle politiche che siano pensate per la notte. Quindi abbiamo fatto questo lavoro interno e poi naturalmente serviva un lavoro con l’esterno. Anche noi, diciamo, il nostro piccolo rispetto a Parigi, abbiamo fatto gli Stati Generali della notte, anche commissionato degli studi, delle indagini a cui abbiamo lavorato anche con l’Università di Bologna. E sorpresa, sorpresa, ormai tutte le generazioni escono alla notte in città. Cioè, la prima cosa, no? Per sfatare il mito della notte che è solo dei giovani chiassosi che fanno casino e si dimenticano del resto della città, retorica di molti segmenti delle nostre città. In realtà, già i primi dati, ed è tantissimo, come sappiamo, avere dei dati e studiare gli oggetti di cui vogliamo occuparci per creare delle politiche che siano rispondenti. Era ormai la notte, tutte le generazioni, anche gli over 70, escono più di una volta a settimana dopo le 8 di sera. Poi magari hanno esigenze diverse, no? C’è chi preme sulle farmacie aperte 24 ore, gli spazi della cura della salute, e chi chiaramente ci chiede più attività sociali e culturali. La dimensione del lavoro è molto cambiata. No, questo va indagato, perché il lavoro notturno sta aumentando e sappiamo però benissimo che è un lavoro molto spesso più usurante, più sottopagato, meno sindacalizzato. E quindi intanto l’idea era: prendiamo in carico il tema della notte, cerchiamo di creare delle politiche per la sua specificità, che è ben diversa dal giorno, che è così codificato. Cioè, ci sono centinaia di anni di politiche che sono state create sul giorno: i servizi, la scuola, il lavoro si sono sempre strutturati lungo quel tempo. Invece la notte ha molte meno politiche. Tuttavia, anche qua, cercare di sfatare l’altro mito di cui parlavi, cioè la notte come qualcosa che è legato all’hobby, allo svago, al fuoriuscire dalla dimensione del quotidiano, no? Lo devo dire a chi lavora, spesso è l’incontro di così tante competenze diverse. No? Pensiamo anche solo a un concerto, a uno spettacolo. Ci stiamo vedendo fonici, studi ingegneristici del suono, produzione culturale, musica, tutto quello che va intorno poi alla comunicazione. Ci sono veramente tantissime professionalità che sono coinvolte: dall’artista ai manager, ai booking, ai lavoratori e alle lavoratrici poi che animano gli spazi. E tuttavia, ancora molto spesso, se tu chiedi a una di queste persone di definire il proprio mestiere, non lui o lei, che ne sono ben consapevoli, ma le persone intorno a lui o lei trattano quel mestiere quasi come se fosse un hobby. E questa cosa è insopportabile, perché stiamo parlando veramente di un lavoro che invece produce grandissima sensazione di sicurezza. Cioè, veramente, la sicurezza delle nostre città, perché appunto, anch’io lo ricordo sempre ai movimenti femministi, ce l’hanno bene insegnato: la sicurezza la fanno in strada le donne e le compagne che attraversano quelle strade e anche gli spazi sociali e culturali. Questo è il punto su cui noi dobbiamo riuscire a fare proprio un’operazione culturale in tutte le nostre città per cambiare la mentalità. Quando c’è insicurezza nelle nostre città, quando c’è violenza di genere nelle nostre città, noi dobbiamo rispondere non con la repressione, ma anzi moltiplicando gli spazi, creando delle città policentriche, connesse, dove non ci siano quartieri dormitorio periferici e alcuni spazi nei centri gentrificati. Volevamo provare a rispondere soprattutto nel mandato, diciamo, dopo la pandemia. Tante reti culturali, come questa, si stanno interrogando su questo tema e hanno prodotto dei recovery plan culturali, diciamo pensando a come si esce da questa situazione dopo la pandemia, quando vediamo così tanti spazi che invece chiudono perché non hanno più la possibilità proprio di rimanere aperti. In questo scenario molto complesso, abbiamo iniziato a lavorare coi diversi portatori di interesse, cercando anche di ibridarsi di lavoro in questi tavoli. Tuttavia è l’unico modo, secondo me, per cercare di arrivare a far evolvere il senso comune della città su quelle cose che ci stavamo dicendo, cioè sul capire che la notte letteralmente è qualcosa che in realtà crea anche il motivo per cui le nostre città vengono scelte. Eh, io ho avuto la fortuna, diciamo, di conoscere tanti di questi esempi che raccontavi un po’ perché sono metà canadese, ho vissuto a Londra, mia nonna era londinese, quindi ho visto direttamente delle cose, ho lavorato nella notte per tanti anni, e perché pensavo che in qualche modo quando ci sono degli esempi molto positivi, non dobbiamo fare altro che importarli. No? Cioè, andare ad Amsterdam a studiare la figura del sindaco della notte e poi di tutto il team che aveva intorno, anche Miri che è stato fondamentale per poter costruire la commissione consultiva che abbiamo a Bologna. Le prime cose su cui abbiamo ragionato le introduceva un po’ anche l’intervento di Massimo. Bologna è una città in cui il trasporto pubblico serale c’è, funziona anche abbastanza bene. Tuttavia, pur essendo una città universitaria di un certo calibro e con una popolazione che si sposta di notte importante, non c’era un trasporto pubblico notturno. Notturno. E quindi la prima politica di questo mandato è stata creare otto linee di trasporto pubblico notturno che arrivano anche ai primi comuni con termini e vi dico che già lì la percezione della notte, di che cosa sia spostarsi di notte, è stato un tema che se tu non conoscevi la notte, non l’avevi frequentata, attraversata, non avrebbe prodotto delle politiche diverse. Lo dico perché mi è capitato di fare proprio i tavoli per costruire quelle linee notturne, la N1 fino alla N8 per chi conosce Bologna, e a un certo punto mi hanno detto: “Vabbè, dai, comunque abbiamo fatto otto linee, si passa una volta all’ora” e ho detto: “No, no, cioè non è proprio possibile”. Se il bus passa una volta all’ora, è come non averlo, perché se tu hai perso quel bus alle 2:00 di notte, l’hai perso di 10 minuti, non aspetti da solo 50 minuti al freddo, magari d’inverno. Cioè, proprio significa non creare quella offerta e quindi non ci sarà la domanda, quindi nessuno lo userà, e quindi diremo: “Ah, effettivamente allora non servivano”. Era un delirio della Clans. In effetti no, la politica notturna sul trasporto pubblico che è così costosa, in realtà la città non serve. Io avevo cercato di fare 20 minuti, abbiamo mediato sulla mezz’ora per questa prima, per questa prima, diciamo, edizione dei bus notturni il venerdì e il sabato notte, però questa cosa significa che se tu hai perso quel bus da 10 minuti, 20 minuti effettivamente è ancora un’attesa ragionevole, soprattutto se attraversa tutta la città, no? E va appunto anche nei primi comuni con termini e passa tutta la notte, non c’è più l’interruzione, ed effettivamente è una politica che adesso sta anche molto migliorando, a quel punto ha prodotto una domanda. La seconda cosa era quella di aprire spazi. Quindi, in qualche modo, creare delle politiche culturali che fossero il più possibile inclusive per tutte le generazioni.

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024 SAM 2609

A casa, se sei da sola di notte, hai una sensazione di paura a prendere il trasporto pubblico notturno. Sono operatori, operatrici che non hanno un background, diciamo, di risposta repressiva, di controllo del reato. Stiamo parlando di educativa di strada, operatori sociali, culturali. Loro hanno fatto delle indagini in Piazza Aldrovandi, dove abbiamo una situazione di conflitto. Abbiamo dei comitati che dicono “Noi abbiamo sempre migliaia di persone sotto la nostra finestra tutti i giorni fino alle 4:00 del mattino.” Quindi questo è un problema e noi diciamo, pur avendo un altro punto di vista, dobbiamo prenderla in carico questa cosa. Se vogliamo lavorare nelle nostre città, ci sta che le persone a un certo punto non accettino questo. Il motivo per cui dobbiamo finanziare di più gli spazi culturali la notte, favorirla e non combatterla. Però quando siamo andati a intervistare le ragazze e i ragazzi, la risposta delle ragazze sul perché si trovano in Piazza Aldrovandi di notte fino alle 4 del mattino, ovviamente ti restituisce il primo dato sulla capacità economica. Cioè, mi trovo qua perché qui posso fare serata con pochi euro, trovo i miei amici e le mie amiche e in qualche modo questa è una risposta alla desertificazione degli spazi che c’è stata in tutte le città. Ma la seconda risposta che ti danno le ragazze e le soggettività è: “Vengo qui perché questa è la parte, nell’intera zona universitaria, dove mi sento più sicura e so che non mi succede niente.” Ma è chiaro. Cioè, se tu arrivi in un posto dove ci sono migliaia di persone, dove anche se magari non ti è riprogrammato con chi uscire, sai che trovi qualcuno, trovi una tua compagnia di amici, ti senti più sicura, sai che non sei sola, sai che non ti succederà niente. Quindi è questo che noi dobbiamo moltiplicare, magari facendolo in degli spazi più lontani da casa dei residenti. Amsterdam ha la possibilità di pianificare la notte, anche Montreal che sta lavorando molto sulle licenze 24 ore, loro hanno una competenza e delle capacità normative anche diverse dai comuni italiani. Quindi loro possono dire: “In questa strada metto tutti i club notturni e faccio la zonizzazione, diciamo, con dei distretti della notte.” Noi non abbiamo questa capacità di programmazione urbanistica, però lavorare in modo obliquo su questo, aprire i parchi 24 ore. L’esperimento che stiamo facendo sul Parco della Montagnola, no, quello è percepito come più insicuro, dove ci sono le aggressioni, lo spaccio, eccetera. Noi abbiamo detto: “Beh, sai che c’è, noi lo apriamo 24 ore, ci mettiamo spazi sociali, culturali, iniziative.” Il questore e il prefetto non erano molto convinti prima che partisse questa operazione, invece adesso si trovano, anche a loro dire, che effettivamente sta funzionando. No, questo è quello che dobbiamo fare: prendere quella sensazione di sicurezza, fatta dagli spazi, fatta dalla partecipazione, e distribuirla. Perché lì si creano anche le condizioni di empowerment. Allora, se non vogliamo lasciare anche le persone, no, con background migratori, con un’identità di genere, un orientamento sessuale, diciamo, diverso dalla etero-normatività, da sole, il luogo dove si distribuisce la capacità di conoscersi e di moltiplicare le opportunità è la notte. Sono quelli gli spazi di incontro e di scambio. Quindi il punto è prenderli e moltiplicarli con tutte le difficoltà del farlo in questa fase storica, però è un po’ il nostro dovere, quello su cui proviamo a lavorare. 

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024 SAM 2610

Vero, perché è stato molto anche istruttivo per tutte quante noi ascoltarti e vedere che ci sono delle possibili vie d’uscita non repressive e pensare anche che i quartieri di cintura devono essere vitali e non solo i centri, proprio per distribuire meglio anche la vita notturna. E anche perché molti dei nostri circoli sono nei quartieri di cintura, e noi siamo molto contenti anche di questo, di non essere soltanto al centro. Carlo Cellammare dice sempre che il centro è il luogo del consumo, e i quartieri di cintura sono più il luogo della produzione, e noi pensiamo che questo sia uno dei, diciamo, anche delle nostre possibilità come nostri circoli ARCI diffusi. La diffusione sul territorio è molto importante per contrastare anche la violenza di genere e anche la violenza legata appunto al razzismo. Perché avere delle periferie vitali, vive, gradevoli, dove le persone stanno volentieri, aiuta a non pensare alle periferie soltanto come luoghi per le persone più marginali socialmente ed economicamente. Ma davvero aiuta a ripensare a delle città policentriche, dove tutto, non solo i servizi, perché tante volte si è parlato molto delle città dei 15 minuti, e molto spesso si è pensato alla città dei 15 minuti pensando ai servizi più essenziali. Noi vorremmo che le città fossero 15 minuti anche col cinema, col teatro, con un circolo dove fruire anche di attività culturali.

Quindi adesso inviterei Francesca Santucci, Anna Ferri e di Fuori Binario che ci presentano il progetto Fuori Binario. Sono dell’Arci di Bologna e dell’Arci di Modena, e no, non devi andare, stai con noi, abbiamo tanto spazio, e Daniela Lebano di Arci Roma, responsabile cultura. E poi dopo avremo anche la possibilità di fare una bella discussione tra noi. Ci sono ancora anche Giuseppe Donatiello e Cecilia Vecchioni, quindi probabilmente potremo andare avanti insieme.

Allora, abbiamo parlato ora di Bologna, per cui per affinità di regione, passiamo prima a Fuori Binario e poi parleremo con…

Ciao a tutte, a tutti, ok, no, provo, ciao a tutte, a tutti. Allora noi, io e Francesca, ma c’è anche Francesco Lino qua da qualche parte là in fondo, di Arci Ferrara, esatto, abbiamo coordinato negli ultimi anni questo progetto di Arci Emilia Romagna che si chiama Fuori Binario, con l’obiettivo di portare una riflessione all’interno dei nostri spazi che partisse da una, diciamo, lotta culturale, una battaglia culturale contro le discriminazioni di genere, e poi si evolvesse in qualcosa di più. Cioè approfondisse una riflessione, come si è detto anche prima, che però… come si è detto anche prima, gli spazi sicuri non esistono in natura, e a farli sono le persone trans femministe che li attraversano.

Per cui siamo partite da una domanda che ci siamo poste, che è: come farlo? Faccio un piccolo test: quante persone qui dentro sono state molestate, hanno subito molestie all’interno di uno spazio, un club, un circolo, un teatro, una discoteca, un bar, qualsiasi posto? Vedo tante mani alzate, e vedo tante mani alzate di persone che si riconoscono nel genere femminile, pochissime mani alzate di uomini, e questo è un dato. E noi abbiamo provato a interrogarci, condividere le nostre esperienze all’interno dei nostri circoli, con le nostre socie e soci, per capire come potevamo provare a risolverlo, non nelle città, ovviamente, perché non ne abbiamo il potere, ma almeno all’interno dei nostri spazi, per poterli rendere più sicuri.

Di sicuro la risposta è stata quella di trasformare delle esperienze personali e soggettive in esperienze collettive. Se una persona all’interno di un nostro spazio subisce una discriminazione, non ha un problema che riguarda solo quella persona, ma è un problema di tutto lo spazio. E già questo dare una risposta collettiva è stato un primo step. E la seconda è di condividere: che cosa per noi è violenza, che cosa per noi è molestia? Perché quello che per me, che sono una donna bianca, etero e anche privilegiata, è violenza, non lo è per una donna nera, lesbica. Ci sono condizioni diverse, soggettività diverse, e hanno tutto ugualmente diritto e dignità di essere ascoltate e di trovare delle risposte.

Abbiamo quindi avviato dei percorsi all’interno dei nostri circoli e abbiamo fatto dei percorsi partecipati. Abbiamo provato a coinvolgere delle persone artiste, perché uscire da questi percorsi senza avere nulla di concreto in mano ci sembrava una perdita, diciamo, perché volevamo che quello fosse il punto di partenza per una riflessione più approfondita che coinvolgesse più spazi ARCI ma anche non ARCI. E quindi abbiamo coinvolto tre persone artiste per realizzare delle Fanzine bellissime, si chiamano Fuori Binario, e che trovate scaricabili gratuitamente sul sito di Arci Emilia Romagna, ma anche sui siti dei comitati che hanno partecipato. E tutti i laboratori sono stati quindi riassunti, le riflessioni fatte sono state riassunte e tradotte con delle Fanzine. Abbiamo scelto questo linguaggio perché crediamo che il fumetto contemporaneo sia un linguaggio che interessa le persone più giovani e che è comunque intergenerazionale, e fosse il modo migliore per riportare tutte le riflessioni fatte.

In alcuni casi, in particolare quello realizzato da Persi Bertolini, è un vero e proprio manuale di che cosa sono le azioni che si possono fare all’interno degli spazi per rispondere in una maniera che non riproduca il sistema patriarcale. Perché anche questo è uno step che bisogna affrontare e per rispondere appunto alle molestie o le violenze. E come ci raccontava Anna, Fuori Binario è un progetto, ma più che un progetto è un percorso che ARCI Emilia Romagna ha iniziato già da qualche anno. Prima del progetto appunto per cui abbiamo realizzato le Fanzine, era stato fatto un progetto negli anni precedenti rispetto al linguaggio e quindi è come combattere gli stereotipi di genere all’interno, appunto, del nostro contesto, insomma nel contesto ARCI, ma che parlasse anche all’esterno.

E ieri abbiamo avuto l’onere e l’onore, appunto, all’interno di questo processo che stiamo portando avanti, di moderare e coordinare un workshop di cui ci parlava prima Celeste, e che è stato appunto un pezzo, secondo me, di quel lavoro che stiamo portando avanti e che speriamo di poter continuare a portare avanti a livello regionale. Come ci ricordava prima Celeste, una delle questioni fondamentali che è emersa ieri è stata proprio appunto la definizione di spazio attraversabile, accessibile, non escludente, come uno spazio appunto di cura: cura dello spazio fisico, cura delle relazioni e cura del linguaggio. E ci siamo dette ieri che appunto ci piace pensare più che parlare e riflettere sull’accessibilità degli spazi, e ci piace ragionare sulla non esclusività dei nostri spazi, e quindi che i nostri spazi siano spazi aperti, che siano spazi che siano vivibili da tutte e tutti e che siano soprattutto che ci sia la possibilità di costruirli insieme ai nostri spazi.

Ehm, che siano spazi responsabili e di autoresponsabilità. Lo spazio aperto non è una questione data, ma è appunto un processo, un processo collettivo a cui quotidianamente dobbiamo lavorare e speriamo di riuscire a continuare a farlo. Ieri ci siamo dette che una delle cose di cui abbiamo più bisogno nel nostro percorso è una formazione continua, e vorremmo continuare a farlo a livello regionale. Focalizzandoci stavolta appunto, abbiamo partecipato allo stesso bando di cui parlava prima, e ci piacerebbe continuare a farlo, appunto, lavorando questa volta sulla formazione all’interno dei nostri spazi, cercando di tenere insieme la complessità dei nostri spazi. I nostri spazi sono spazi appunto culturali e notturni, ma sono anche i circoli tradizionali, piuttosto che i presidi sociali che abbiamo, insomma, nelle aree dell’Emilia Romagna, le più diversificate. Quindi passando da Bologna a San Marino di Bentivoglio, la frazione, piuttosto che insomma Piacenza o insomma gli altri contesti Emiliano Romagnoli. E quindi vorremmo farlo con un percorso formativo che coinvolga la parte appunto più dei club delle nostre realtà che organizzano festival e quindi come andare a riconoscere e poi intervenire in situazioni di molestie, violenze che avvengono. Come andare a prevenire quelle situazioni che avvengono, appunto, e che possono avvenire nei nostri spazi e durante le nostre attività, piuttosto che un lavoro sul riconoscimento della violenza, della molestia con i nostri circoli tradizionali, e quindi con le persone che frequentano durante il giorno i nostri spazi e che non sono esenti assolutamente, come prima ci dicevamo, da questi fenomeni. Grazie, Anna.

Francesca, due cose: una molto positiva, secondo me, noi siamo partiti da una situazione in cui le persone ai margini, marginalizzate, allora non era proprio riconosciuto quasi il diritto a stare col proprio corpo di notte, né negli spazi pubblici e nemmeno in strada. Adesso stiamo facendo dei passi avanti e riconoscerlo, secondo me, è importante per andare ancora più avanti, perché la strada, lo sappiamo, è lunga, non è una strada nemmeno troppo semplice, ce lo diceva prima Emily Cleny e lo sappiamo anche noi. E questa è la cosa positiva: cioè riconoscere i passi avanti che stiamo facendo. Eh, tutte e tutti insieme, nei nostri circoli, ma anche nella società, nelle città e nelle relazioni che abbiamo con istituzioni, ricercatori, ricercatrici. E quella è un po’ negativa e che mi dispiace dire a giovani donne è che purtroppo le più recenti ricerche ci dicono che abbiamo una recrudescenza della violenza maschile nei confronti delle donne nelle giovani generazioni. E quindi dobbiamo lavorare moltissimo, non solo sulla formazione di noi anziani e anziane che magari ci portiamo dietro una cultura in cui il patriarcato si poteva esprimere addirittura verbalmente, e anche con le molestie, non era neanche riconosciuto come un problema per le donne e per le persone LGBTQIA+. Ma adesso abbiamo un grande problema con le giovani generazioni, e quindi dobbiamo lavorare moltissimo anche con loro, anche in questa fase in cui nei nostri circoli camminiamo a tanto, diciamo, anziani e giovani. Quindi la questione intergenerazionale è importante. Bisogna lavorare moltissimo nella formazione delle giovani generazioni anche, perché lo dicevo ieri, i giovani di oggi, i ragazzi e le ragazze di oggi, vivono immersi in una cultura molto violenta, e la recepiscono e purtroppo la agiscono. Quindi bisogna… quando diciamo che gli spazi devono essere sicuri, e autoresponsabilità. Bello! Speriamo che…

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024 SAM 2611

Le fan realizzate ma dietro c’è evidentemente un grandissimo lavoro culturale, non solo nell’immagine finale del prodotto, ma anche tutto quello che c’è prima. Passo ora la parola a Daniela Lebano, che è responsabile cultura di Arci Roma. Ciao a tutte e a tutti. Io, prima di tutto, mettetemi una chiosa: sentendo parlare gli amministratori di Modena e di Bologna, mi sembrava di stare su Marte. Cioè, proprio Welcome on Mars.

Io sentire un sindaco che parla di recupero, di rigenerazione di spazi urbani da dare agli spazi culturali, cosa fare con fondi, con apertura di tavoli di coprogettazione, un’analisi del territorio della notte vista non in modo repressivo e securitario ma di apertura… Purtroppo in questo momento nella capitale noi siamo molto lontani da questo. Siamo molto lontani per un motivo. Adesso non voglio che il mio intervento diventi romanocar, cioè io penso che Roma possa essere un esempio di quello che rischiano altre città metropolitane che fino adesso sono un po’ più salve da quello che noi stiamo vivendo. Roma sta diventando un non-luogo, in realtà periferia e centro nell’essere non-luoghi si sono avvicinati tantissimo. Quello svuotamento e la desertificazione del centro storico di realtà che producono e creano cultura attraverso politiche repressive dell’apertura di spazi culturali, l’identificazione del live club o del circolo Arci, io forse sbagliando questa è una posizione che si sta affermando all’interno del consiglio direttivo di Roma. Noi siamo spazi ibridi, siamo fieri di proprio sottolineare il fatto che da noi si fa musica, da noi si fa teatro, da noi si fa cultura, ma dal pomeriggio alla tarda notte. Cioè, siamo spazi dove le persone iniziano dalla propria autoformazione nel mondo della cultura fino ad arrivare ad essere fruitore. Noi non abbiamo un pubblico, noi vogliamo avere dei soci, noi non vogliamo essere solo attraversati ma vogliamo essere frequentati, vogliamo diventare la casa di coloro i quali stanno cercando uno spazio di libertà per esprimersi.

E in questo appunto Roma le istituzioni romane non aiutano, è molto più facile andare a colpire uno spazio. Come può essere, vi faccio un esempio, Zalib, il centro giovani nel primo municipio a Trastevere. Centro giovani che nasce da un’idea del primo municipio per dare uno spazio a dei giovani under 35, all’epoca erano under 25, che avevano perso il loro luogo di ritrovo che era una libreria in centro storico, a via della Gatta, che dopo 30 anni deve chiudere perché gli scade il contratto d’affitto e l’affitto è inaccessibile. E quindi nel frattempo però quella libreria era veramente diventata un luogo, un laboratorio culturale per i giovani che vivono il centro storico, non solo residenti, perché le scuole del centro storico a Roma attraggono in realtà ragazze e ragazzi da tutta Roma che si affrontano anche un viaggio di un’ora per però venire a studiare, perché purtroppo ancora adesso probabilmente l’offerta formativa dei licei e degli istituti tecnici anche del centro di Roma è più a un livello migliore, ha un’offerta più varia. Quindi che succede? Il municipio primo dice: ‘Non vi preoccupate, vi diamo uno spazio.’ E quindi nel 2020 viene dato un pezzetto praticamente di tutto il complesso dove si trova anche la Casa delle Donne, la Casa Internazionale delle Donne, a questi ragazzi. Viene dato ovviamente in condizioni pessime, senza fondi, viene dato lo spazio, gli viene affidato però senza un percorso amministrativo che li metta in sicurezza. È uno spazio che non ha abitabilità, i ragazzi nella loro innocenza perché si sentivano accolti, iniziano il loro lavoro. Lo spazio cresce a livello di numeri e di interesse e anche di lavoro sul territorio culturale in modo esponenziale.

Durante la campagna di Gualtieri, Gualtieri li va a trovare con l’attuale assessora diciamo alla questione dei rifiuti, li vanno a trovare, fanno un evento elettorale, 5 giorni dopo arrivano i vigili e loro prendono 7.000€ di multa per non autorizzazione alla somministrazione. Scrivono al municipio, nella loro innocenza, e il municipio gli dice: ‘Eh beh, ma voi non potete somministrare.’ E come vivo, come esisto? Non ho fondi, ho uno spazio da ristrutturare. Io non posso somministrare. Ok, si guardano intorno, arriva Arci. Risposta del Municipio: ‘Se entri in Arci perdi il posto.’ E questa cosa è gravissima. I ragazzi discutono, discutono, discutono, alla fine decidono invece di entrare in Arci, di entrare in Arci, perché loro non avevano nemmeno le competenze proprio per discutere con l’amministrazione. Alla fine, storia breve, si apre un percorso di regolarizzazione di questo spazio che è terminato questo luglio attraverso un bando che era ovviamente aperto a tutti. Questo bando che non veniva mai pubblicato viene pubblicato dopo che circa quasi 400 ragazzi arrivano sotto il municipio primo, lo occupano per parlare con la presidente che si era data la chitante, e adesso Zalib è regolarizzato ed è un presidio fondamentale in centro storico. Perché il centro storico è diventato una macelleria alcolica, non c’è null’altro che bar e baretti che attualmente non mettono nemmeno più i tavoli all’interno perché non gli servono, gli servono per distribuire shottini a 2€ di alcool di bassissima qualità a chiunque dai 14 ai 70 anni e questa cosa noi come Arci, come Arci Roma, la dobbiamo combattere.

Questa stessa cosa sta accadendo al Pigneto, cioè la famosa Roma Est che Giuseppe Manù hanno fatto crescere dal punto di vista culturale, adesso è aggredita dallo stesso problema. Tanto che quest’estate ci sono state, riguardo alla violenza di genere, due aggressioni gravissime a due donne. Però quello che è tornato a Arci Roma come un elemento importante è che poche ore dopo che si fosse saputo di questa aggressione, le persone hanno chiamato i nostri circoli, hanno chiamato i nostri presidenti e hanno detto: ‘Che facciamo?’ E si sono riuniti nei nostri spazi, che quindi sono riconosciuti come una parte integrante del tessuto del quartiere, per parlare di questo problema che è un problema a Roma trasversale nei generi. Perché attualmente i ragazzi, anche maschi, vengono importunati a Termini, che è diventata la stazione più pericolosa d’Europa ormai, abbiamo questa, diciamo, rimato da un paio d’anni. Quindi la violenza di genere a Roma è a 360 gradi, non ovviamente. Noi ci siamo interrogati: cosa facciamo? Prima di tutto impariamo un linguaggio. Perché se noi vogliamo essere un punto di riferimento nella notte per le questioni, diciamo, per l’attraversa da parte di tutte e di tutti e di tutte, dobbiamo prima di tutto imparare a parlare con coloro i quali vogliamo accogliere. Quindi abbiamo fatto un percorso con la nostra commissione di genere con Lucia Caponera e con Sara Grimaldi dove abbiamo, prima di tutto, invitato i nostri dirigenti e le nostre più dirigenti, tutti i dirigenti e poi percorso… Io è passato ai nostri volontari, a coloro che stanno dietro al bancone, all’accoglienza, al tesseramento, perché prima di tutto dobbiamo essere capaci noi di farci attraversare o comunque aprire il nostro spazio e far diventare il nostro spazio uno spazio più Safe. Perché non potremmo mai essere Safe e allo stesso tempo dobbiamo imparare anche nelle nostre relazioni interne a confrontare, usando il linguaggio giusto. Dopo questo, la nostra speranza è di portare una incontri, quindi una formazione itinerante. Sostanzialmente il finale così concludo, che un altro percorso importante ai nostri circoli in quanto Arci, quindi noi siamo comunque una associazione generalista, cioè noi abbiamo dentro tutto, soprattutto il TR Formiche, il fan, ma anche il centro giovani, dialogano con tutto il mondo quir, e Romano, soprattutto quello più integralista, quello più Riot in qualche modo. Noi siamo nel percorsi del Pride e abbiamo scelto di essere in fondo vicino al priot perché il ruolo che stiamo cercando di avere è proprio di connessione tra questi gruppi più antagonisti del mondo quir lgbtq plus che però hanno anche l’età più giovani e per farli dialogare, per invece far rientrare le loro esigenze, dei loro percorsi. L’unica questione che sembrava difficile da dire era: ‘Noi vogliamo le nostre serate.’ Quindi noi veniamo da voi, però vogliamo la nostra serata. E su quello devo dire che i nostri circoli sono stati bravissimi, perché hanno detto, hanno dialogato, si è parlato tantissimo con Saffo, con e abbiamo detto: ‘No, noi non possiamo, cioè, noi non vogliamo.’ Perché noi vogliamo fare una cultura dell’accoglienza. Se noi vogliamo fare una cultura della creazione di spazi liberi, noi dobbiamo mischiare. Quello che vi garantiamo è che apriamo questi corsi, perché chi è dentro e chi gestisce i nostri spazi sia il primo, non vogliamo mettere la sicurezza. Perché a volte ti chiedono la sicurezza, non è la sicurezza, è il fatto che tutti quelli che stanno in quello spazio sanno e sanno riconoscere quello che è un atteggiamento che non può essere accettato e che viene immediatamente limitato e invitato anche a non frequentare più i nostri spazi.

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024 SAM 2612

Ciò che c’è, come dire, è una tensione con questo profilo che ha assunto Bologna, quindi di responsabilità condivisa, collettiva, partecipata anche da altre amministrazioni italiane. Se diciamo, hai avuto modo di capire se c’è una, come dire, una strategia, un’attenzione di altre città che magari attraverso lanci o dei tavoli comune-regione eccetera eccetera, si sta in qualche modo attivando, perché è evidente che, come diceva Daniele, sembra un altro pianeta rispetto ad altri territori. Però so che sicuramente in qualche altra città c’è un ragionamento di questo tipo, perché il problema vero è che chiaramente l’apprendimento istituzionale, l’evoluzione dello sguardo amministrativo, è totalmente diseguale in Italia. E quindi il problema vero è che, diciamo, poi ci sono delle oasi di, come dire, divisione avanzata e tutto il resto d’Italia magari rimane molto indietro.

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024 SAM 2613

Tra un po’ uscirò e rientrerò, ma devo intervenire all’assemblea contro il DL 1660 Roma e mi sembra comunque un contesto gemellato con questo in qualche modo, perché la repressione che si sta per mettere in atto chiaramente colpirà anche gli spazi, anche chi cerca di portare cultura e una voce diversa, è fuori dal coro nelle nostre città. Allora, intanto vorrei uscire, diciamo, dall’idea per cui Bologna è un’oasi di eccellenza, nel senso che chiaramente anche noi attraversiamo tutte le contraddizioni che hanno altre città. Ci sono spazi che chiudono, ci sono circoli che chiudono anche a Bologna, proprio no, in queste settimane qualcuno l’ha visto. E quindi, anzi, abbiamo la difficoltà a volte di cercare di portare avanti delle politiche, una visione, subendo anche, no, dei contraccolpi o dei passi indietro che a volte mettono in discussione anche quello stesso tentativo di avanzamento. No, cioè, ma a cosa serve un piano della notte o le politiche della notte o queste belle parole, se però succede anche questo, no? E secondo me è importante, diciamo, accettare il fatto che stiamo facendo un lavoro culturale di cambiamento del senso comune. Quindi, come tutti questi tipi di lavori, sono lunghi e a volte, no, fai due passi avanti e poi uno indietro e poi ricominci. E questa tenere questa consapevolezza è molto importante, perché sennò ci blocchiamo nell’avanzamento. Ci sono spunti molto interessanti. Io credo che Torino, che non è riuscita, diciamo, ad avere una riconosciuta politica istituzionale sulla notte come in qualche modo era stato paventato in campagna elettorale, tuttavia stia facendo un lavoro di ricerca e di produzione su questo veramente molto interessante. Noi lavoriamo molto anche con loro, c’è Secchiate, che comunque è la prima newsletter italiana interamente dedicata a questo tema, e da lì comunque… Torino ha una scena da sempre molto interessante, quindi è rimasta, diciamo, quella cultura. Io la vedo molto, traggo molto ispirazione. Sembra paradossale, ma Trento ha una sua, che non ha grandissima vita notturna. Tuttavia ha una sua assessora delegata alla notte, Giulia Casonato, che sta facendo molto su questo, sta proprio portando anche tanta cultura, tanti eventi la notte, anche rispondendo alla necessità proprio di avere uno spazio, dei luoghi e degli eventi di notte. Ed è molto importante, no, farlo proprio lì dove, in qualche modo, dopo le 8 di sera o dopo le 10 di sera, non c’è quasi nulla. Quindi, no, anche queste lotte di avanguardia sono fondamentali. È notizia di queste settimane che Bari avrà una, diciamo, anche una delega istituzionale su questo, quindi guardiamo sicuramente con favore. Roma è un luogo sicuramente complesso, dove però, essendo poi comunque la capitale, arrivano anche tante esperienze di avanguardia con cui noi continuiamo a confrontarci. Mi pare sicuramente di poter dire più dal basso che direttamente nelle istituzioni, però ecco, in generale, io vedo che qualcosa che prima era di nicchia, cioè anche solo parlare della politica della notte… Mi ricordo, nella mia comunità, Coalizione Civica Bologna, quando nel 2016, Candido Federico Martelloni sindaco, avevamo nel programma il sindaco della notte, le politiche sulla notte e tempi. Dovevamo sempre spiegare che cos’era, no, intervenire su questa cosa, fare tutta l’operazione pedagogica di dire di che cosa stavamo parlando. Adesso, comunque, è già diventata un po’ di più parte del nostro discorso, dell’agenda politica di tanti luoghi. Perugia, che ha per la prima volta una sindaca, anche mi pare veramente molto in gamba, come la Ferdinandi, ce l’ha nel programma elettorale, anche loro lavoreranno su questo. Quindi, insomma, vedo un cambiamento in atto. Come tutti i cambiamenti di questo tipo, non è esente da battute d’arresto. Però anch’io sono d’accordo con quello che dicevi, Cessa, cioè il punto è guardare però gli avanzamenti che stiamo facendo, perché quando siamo inseriti e inserite nelle difficoltà del quotidiano tendiamo a dimenticarcene anche, l’entusiasmo, e questo è comprensibile. Però è esattamente il disegno di un altro tipo di politica che è in atto nel nostro paese, cioè quello di farci sentire soli, atomizzati, senza risposte e in qualche modo… Se c’è… Io non amo la nostalgia, ma se c’è qualcosa che vorrei riportare dal passato è la costruzione del terzo luogo nel tempo della nostra politica. No, cioè hai la casa, hai il lavoro, ma poi c’è il terzo luogo dove costruisci un senso comune, una risposta collettiva, un senso di appartenenza. E chiaramente gli spazi in questo sono fondamentali. Quindi dobbiamo innanzitutto ripartire da qui.

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024 SAM 2614

Ovviamente sono stata chiamata in causa da Eleonora, perché ho scoperto che, appunto, il paese di cui sono originaria è nel mio comitato territoriale. Quindi adesso spande, e in realtà è un paese che, come diceva giustamente, è noto nel territorio perché ha una delle migliori case di riposo per anziani. Così, per settare il tema, in effetti, questo tema delle case di riposo è molto forte nel dibattito politico locale e ci aiuta un po’ a capire, insomma, il problema demografico che noi affrontiamo nel contesto delle aree interne o comunque periferiche soggette a spopolamento massivo, diciamo così.

Provo a toccare brevissimamente alcuni punti, in maniera da fare un controcanto territoriale. In questo senso, mi ritrovo in molte cose che noi proviamo a viverle in modo diverso. Nel senso che i circoli che noi abbiamo sono circoli di paese, che significa che abbiamo soci da 0 a 99 anni, che significa che abbiamo degli spazi che sono veramente abitati da sotto comunità durante tutta la giornata, perché poi ognuno ha le sue nicchie, appunto, di tempo libero da sfruttare. Però abbiamo provato, per evitare queste segregazioni di genere e di fascia anagrafica, a denominare i gruppi per il tipo di attività che fanno. Quindi abbiamo gli amici del ramino, che sono tutti uomini, infatti è un maschile sovrastrutturato, che però, devo dire, hanno imparato a passare la scopa allo straccio quando sporcano. Quindi questo è già un atto, no, di… Esatto.

Abbiamo la Bigliardino Academy, così, quindi proviamo a fare tutte queste cose che di solito iniziano con il gruppo di ragazzi, insomma adolescenti che vengono. Vengono mazzolati dalla sottoscritta appena dicono ‘le donne non giocano a biliardino’. Aspetta che adesso vi secco tutti e quattro. E abbiamo stiamo costruendo una squadra femminile di biliardino che, insomma, anche lì è un modo per… perché poi il biliardino sembra così una cosa stupida, ma quando ti ci approcci, la prima volta ci butti i ragazzini, ci vanno di forza. Quindi quest’idea della violenza per dominare, no, l’avversario, quando in realtà alla fine è un gioco molto collaborativo in cui ti diverti se quello contro cui giochi è bravo quanto te. Perché senò non… Quindi ecco, un po’ questa educativa del biliardino, in questo senso, la cosa che stiamo provando a fare.

Ecco, si parlava dei trasporti, da noi i trasporti verso i paesi vicini sono quelli scolastici. Abbiamo tutti due macchine, perché se se ne guasta una, devi prendere l’altra, perché senò sei finito. Cioè non c’è speranza. Eh, quindi noi siamo in realtà chiusi dentro i nostri paesi. Quindi quello che succede è che i circoli di questi paesi specifici, diciamo, eh, conquistano lo spazio attorno. Quindi tendono a occupare, come l’acqua, tutti gli spazi che possono essere: l’oratorio abbandonato dalla diocesi perché non ci sono più i sacerdoti, mi spiace dirlo. Ci sono anche questi problemi nelle… Abbiamo occupato dove ci sono i teatri o le sale comunali. Cioè stiamo provando a veramente occupare, animare tutto quello che… Cioè collaboriamo con i bar. Questa è un’altra cosa: i ragazzini vengono al Circolo perché in tutti gli altri posti, soprattutto d’inverno, ecco, la notte per noi, la notte invernale… Ecco, dico anche questo, perché l’estate da noi è funestata da sagre e grandi eventi, tutti sulla costa. Quindi fai il grande numero, sono tre tonnellate di soldi pubblici concentrate, no, in pochissime date e poi ciao. Quindi noi in realtà occupiamo la notte invernale. La occupiamo soprattutto con il teatro, perché tra tutte le varie forme di produzione culturale, forse è quella che ci aiuta di più, appunto, andare dai bambini, agli adolescenti, alle fasce anziane. Devo dire anche le donne anziane apprezzano il teatro, forse più di altre cose, quindi questo è interessante, più ramino, più del ramino sicuramente.

Anche se ho visto che si sta coagulando un gruppo di Burraco qui, potrebbe dare delle soddisfazioni. No, cioè, la racconto così, insomma, sono contenta, perché è evidente, è divertente, è un po’ sfidante. Non so come adesso vedremo col cinema, se si riesce. Non so se sto rubando troppo tempo, però ecco, mi interessa questa cosa, perché molti ragazzi molto giovani vengono al circolo e sono… devo dire, è commovente il vedere metterli, la loro paghetta, nel cestino delle offerte, eh, perché dicono: ‘l’unico posto dove non siamo costretti a bere’, e sottolineo il ‘costretti’, perché giustamente quando tutto quello che c’è, già fa fatica a rimanere aperto perché non hai numeri di popolazione che sostengono un’attività commerciale, se occupi il tavolo consumi per forza, perché se no ti caccio, e questa è una cosa che ci interroga moltissimo sulle varie questioni.

La cosa importante su cui l’Arci, dico questo poi chiudo, scusate, su cui l’Arci secondo me è più rispetto a qualunque altra rete, perché ci sono tantissime associazioni giovanili, ma l’Arci veramente sta spopolando nel territorio, è la capacità di dialogare con le amministrazioni in modo solido e quindi anche in termini di politica territoriale che vada al di là. Questo penso sia così, controcanto dall’interno. Scusate, ho allungato. Grazie molte, grazie.

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024 SAM 2615

Scusate, devo fare una precisazione, perché non vorrei che un’affermazione precedente, il sottotesto, non sia stato capito. Perché poi, nella fretta di non essere prolissa, quando dico che il municipio dice no, se entrate in Arci, non è perché… Noi non perché entrare in Arci dà autonomia e capacità di sedersi ai tavoli con una forza che fuori da Arci i ragazzi non avrebbero avuto. Quindi non è che siamo il diavolo, cioè, noi questa cosa ce la rivendichiamo rispetto a qualsiasi tipo di consiliatura. Cioè, con Arci ti devi sedere e devi parlare ai nostri circoli, noi li difendiamo fino alla fine in questo senso. Grazie per la precisazione, perché è una precisazione che ci… Dico, Emily CL si è dovuto uscire per appunto per collegarsi con l’assemblea di Roma. Però noi continuiamo. Quindi se ci sono altri interventi.

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024 SAM 2616

semplicemente in mente che ai miei tempi, diciamo così, un po’ di anni fa, i centri contro la violenza alle donne facevano della formazione anche ai poliziotti, alla costura, eccetera, e ai Carabinieri, cioè con tutte le forze dell’ordine che potevano rimanere, diciamo, intrappolati in una questione di violenza di genere. Questo qualcosa ha portato comunque, e mi domando se questa cosa, questo modello, diciamo, informativo esiste ancora, se viene praticato o no. Secondo me è una cosa che parte dalle donne, perché è emergente il problema del femminicidio, è sempre stato già a partire da tanti anni fa, quindi è partito da quello. Però vista la violenza dilagante che coinvolge persone giovanissime, eccetera, forse una capacità di dialogo… non so, secondo me la formazione sul linguaggio e sul dialogo è sempre la prima cosa da fare. Dopodiché, o parallelamente, viene il resto. Insomma, io ti ringrazio molto per questo intervento. Allora, noi siamo sempre dialoganti e bisogna vedere appunto chi ti trovi di fronte, perché in questo momento, adesso, non mi… non mi fate dire cose, che tra l’altro siamo in una regione dove si vota. Ma insomma, ieri il sottosegretario, non lo nominiamo neppure, è stata acquistata una nuova, un nuovo tipo di automobile, molto aggressivo per la polizia penitenziaria, e ha detto così, praticamente, le persone private della… non le ha chiamate persone private della libertà, ma naturalmente le ha chiamate in un altro modo. Sanno che cosa troveranno, cioè un sottosegretario alla giustizia che parla così. E noi vogliamo dialogare? Però allora non sempre è facile questo, purtroppo qui noi siamo veramente in un posto felice, nel senso che abbiamo delle istituzioni con cui dialogare, è sicuramente più semplice, e ci sono altri luoghi, purtroppo, e ce lo dobbiamo dire, dove questo dialogo che noi vorremmo mantenere… perché la mia generazione dialogava con la polizia anche durante le manifestazioni, adesso ti manganellano. Pensano, manco dire, “Guarda che tra poco di meno”, cioè. Quindi, purtroppo, il contesto è un contesto molto, molto diverso e non è per avere assolutamente una nostalgia del passato, ma anzi per dire: svegliamoci, cerchiamo di cambiarle queste situazioni.

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Volevo semplicemente condividere un altro piccolo pezzettino di riflessione rispetto ai temi che abbiamo affrontato. Nel senso che io, al di là di fare i complimenti a tutta l’organizzazione, perché sia nel dibattito di stamattina che nei dibattiti di ieri, ho trovato degli spunti e delle riflessioni, soprattutto molto contemporanee, rispetto ai problemi che noi viviamo e rispetto alle prospettive che possiamo costruire come Arci nei nostri territori, come ci interroghiamo sulla cultura del rapporto con la politica e del suo rapporto col territorio. Il ragionamento di oggi della notte come territorio, quindi come spazio bisognoso, cioè uno spazio in cui poter riconoscere dei bisogni e provare a risolverli attraverso dei processi di governance, secondo me è estremamente interessante. Penso che noi abbiamo la necessità, come in realtà avrebbe la necessità un po’ tutto il mondo culturale della sinistra a cui facciamo riferimento, di essere in grado di stratificare ancora un po’ il nostro riconoscimento della diversità fra i territori. Nel senso che spesso lo facciamo anche noi, c’è la tensione a polarizzare i due territori principali, no? Le due forme caratteristiche di territorio: la metropoli, oppure il grande centro culturale, la grande città universitaria, no? Dove c’è, diciamo, una popolazione anche attenta a determinati bisogni, e appunto quello che ci raccontava Sara che fa parte anche di un pezzo grande della mia provincia, no? Che è l’area interna, per cui luoghi in cui la densità umana è più bassa, dove gli spazi formalmente non esistono, dove il meccanismo di resistenza è anche diverso. In mezzo a questi due poli c’è il paese, no? C’è il paese che poi molto spesso non leggiamo, il paese che molto spesso vota come non ci piace, il paese che molto spesso ha dei riferimenti culturali diversi. Ecco, io che vengo appunto da una città media, no? In letteratura si chiama la città media, quei luoghi dove la movida c’è, ma non troppo. Magari l’area della movida è una strada sola con caratteristiche simili, ma non necessariamente le stesse. Dove appunto il problema della notte si pone, ma poi magari non hai delle caratteristiche. Ecco, la riflessione che volevo condividere è che forse noi abbiamo la necessità, e l’Arci forse in questo è una delle poche realtà che così, così come sulle aree interne, così come sulle metropoli, è capace di produrre anche un pezzo di esperienza, metterlo a sistema, fare dei ragionamenti di studio, di proposta, che prova a coinvolgere anche queste realtà, che sono quelle l’ossatura del paese, queste città medie, in cui molto spesso non c’è proprio lo spazio e la possibilità dell’innovazione. Perché poi ci sono città medie e città medie, ci sono le città medie di regioni in cui c’è una politica più attenta, dei finanziamenti più vicini, la possibilità anche di politiche culturali che permettono di allargare quello spazio e persone, dove noi ce lo diciamo siamo un’assemblea. Io parlo del circolo mio, non voglio… neanche dove, per mantenere l’offerta culturale, noi spesso siamo costretti anche ad accedere a forme di lavoro nero rispetto alla retribuzione artistica, a trovare delle difficoltà nella costruzione di quelle pratiche, a non poter reggere concerti da 200, produzioni artistiche di 200-300 persone, perché diciamo da un lato la produzione artistica giustamente ha un costo, dall’altro la capacità di spesa delle persone all’interno dei circoli non è la stessa, e quindi tu non riesci a far conciliare questi due aspetti. E quindi interrogarsi su politiche come un’opportunità di diritto anche di poterla vivere quella notte in determinato modo, l’ho trovato molto interessante. Qui, diciamo, non davo soluzioni, però faccio i complimenti, perché effettivamente sono stati tre discussioni molto interessanti. Perché se noi riusciamo poi a trasformare in linee politiche operative per la nostra comunità, in grado poi di interrogare complessivamente le città, gli spazi, la politica con cui parliamo, secondo me riusciamo poi a fare dei piccoli pezzi di trasformazione sociale ovunque.

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024 SAM 2618

Le risorse economiche che riguardano ovviamente sia le città medie, sia le città piccole, sia i piccoli paesi, ma riguardano molto anche le grandi città e riguarda molto la cultura. Perché la cultura, noi la consideriamo un bene primario, ma ci sono tante persone che, dovendo rinunciare a qualcosa, la prima cosa che fanno è rinunciare alla fruizione di cultura. Perché anche la cultura, meno male che ci sono i circoli ARCI, perché ci sono altri luoghi dove la cultura ha un costo molto, molto elevato. Se non ci sono altri interventi, io darei la parola per un minuto a tutte le nostre ospiti e ci avviamo a chiudere.

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024 SAM 2619

A quanto dobbiamo tenere in considerazione la stratificazione della nostra presenza geografica e delle nostre diversità interne. Come raccontavo prima, il nostro progetto, l’ultimo soprattutto, ha avuto dei luoghi fisici in cui si è svolto parte del progetto e, in realtà, per una serie di considerazioni e situazioni, erano esperienze anche simili per certi aspetti, ma anche molto differenti per altri. Vi parlavo di San Marino di Bentivoglio, che è la frazione del comune di Bentivoglio, che è nell’area metropolitana bolognese, in cui un gruppo di ragazzi e ragazze da qualche anno ha fondamentalmente rigenerato, cioè ripreso un circolo ARCI tradizionale e lo fa vivere. Erano, adesso sono tutti universitari che tornavano nel paese durante il fine settimana. Poi alcuni sono cresciuti, hanno iniziato a lavorare, però comunque è rimasto questo legame, questo impegno nel paese. Fondamentalmente, fanno un lavoro culturale, aggregativo e di socializzazione molto importante perché appunto siamo bolognocentrici. Cioè, nel senso che quasi tutta la vita culturale e sociale passa viene fatta nella città. Loro provano ad intercettare tutto quello che è fuori da Bologna, riuscendoci. Quindi loro sono stati una parte del progetto, ma per esempio anche al circolo di Carpi, che ha una dimensione differente rispetto a Bologna città, piuttosto che a San Marino di Bentivoglio, che è la cittadina in cui ragazzi e ragazze, soci e socie, gestiscono e portano avanti il circolo, anche con un livello di analisi e di mobilitazione sul territorio rispetto alle tematiche di genere. Insomma, il progetto ci ha permesso di mettere in qualche modo in connessione tutto questo e di arrivare ora alla produzione di quel prodotto che è frutto di queste connessioni, ma anche a darci una visione di quello che è fondamentalmente anche il nostro territorio a livello regionale. Poi ha portato noi, che siamo appunto un po’ il gruppo di coordinamento di questo percorso, ad interrogarci rispetto a come tenerla insieme tutta questa stratificazione, e come poter riuscire a fare un progetto che vuole essere molto più di un progetto, ma una riflessione che li tenga insieme, che non escluda nessuno di questi pezzi e che funzioni per tutti questi pezzi così differenti e complessi.

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024 SAM 2620

Che esco un po’ dal tema. Spero che Marco Tori non mi guardi troppo male, però visto che parliamo di violenza di genere, è impossibile non collegarla all’attacco al diritto all’autodeterminazione femminile, al diritto all’aborto che abbiamo in questo periodo, non solo in Italia, ma ovviamente in America e in tutto il mondo. A Modena in particolare, forse non molti di voi lo sanno, ma da un anno noi abbiamo avuto tre maratone di 40 giorni l’una di preghiera davanti al Policlinico, che è l’ospedale pubblico, da parte di associazioni che si definiscono prolife, ma in realtà sono antiabortiste, in particolare antiscelta. La legge 194 non c’è bisogno di smantellarla, perché si smantella da sola, semplicemente pensando al numero di obiettori di coscienza che ci sono all’interno degli ospedali. Anche qua territorio diverso, perché in Emilia-Romagna ancora ce la caviamo, ci sono territori come, per esempio, l’Umbria, dove a Perugia l’ospedale universitario ha iniziato a insegnare l’aborto farmacologico agli specializzandi solo dal primo gennaio 2024. In Emilia-Romagna siamo abbastanza contente, perché dal primo gennaio del 2025 sarà possibile accedere all’aborto farmacologico solo con un accesso in ospedale e il resto in telemedicina da casa, mentre adesso, nelle regioni dove è possibile farlo, servono tre accessi in ospedale. Sono dei piccoli pezzi, e anche questo è un lavoro culturale importante che credo ci debba vedere protagoniste. A Modena, visto che insomma, eravamo molto arrabbiate, molto incazzate per questa questione di invasione degli antiabortisti, anche invasione degli spazi pubblici, perché credo che sia comune a tutte le città, le campagne pro-life con le foto dei feti, dove dicono ‘Non ammazziamo i bambini’, ‘È omicidio’, eccetera. Il Papa ha definito i medici che applicano la legge, cioè che garantiscono l’accesso all’interruzione di gravidanza, ‘sicari’. E questo è un altro attacco durissimo. A Modena, insieme a tante associazioni transfemministe, come Non Una Di Meno, Arcigay, War, la CGIL di Modena, abbiamo risposto con una campagna di affissioni che forse alcuni di voi hanno visto in giro per la città, di manifesti dove diciamo invece che l’aborto è un diritto e che ostacolare l’aborto è violenza. Ieri Carlo Giovanardi, che purtroppo credo che tutti temiamo e conosciamo, l’ex senatore che è di Modena, purtroppo è intervenuto dicendo: ‘Ah, ma qualcuno ostacola l’aborto? Sì, se all’aborto è un ostacolo all’autodeterminazione femminile e di tutte le altre soggettività’. Perché ricordiamoci sempre che non sono solo le donne che accedono all’interruzione di gravidanza.

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024 SAM 2621

Questo mi consente di dire che l’Arci in questo momento sta partecipando a due importantissime campagne. Una è My Voice, My Choice, che è una raccolta di firme europea perché l’aborto sia libero e sicuro in tutta Europa, perché quello che vogliamo per noi, lo vogliamo, lo vorremmo per tutto il mondo, e per il momento ci stiamo occupando dell’Europa. L’altra invece è una campagna davvero internazionale che è partita dalle donne afgane, iraniane, e si intitola End Gender Apartheid. Questa campagna chiede che l’apartheid di genere, nei paesi dove è sistemico, come l’Afghanistan, l’Iran, il Sudan, e moltissimi altri paesi del mondo, come l’Arabia Saudita, sia considerato un crimine contro l’umanità. E quindi, visto che siamo in una sede Arci, vi pregherei di firmarle tutte e due se ancora non l’avete fatto.

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024 SAM 2622

Campionessa di biliardino, perché questa è stata la mia attività principale per estati e nottate, con schiamazzi notturni inclusi. Quindi capisco bene. Poi, così, magari per concludere un po’ ritornando al politico e anche quello che stavi dicendo adesso, proprio mentre noi siamo qua, dei miei colleghi sono in una conferenza AV la sua notte e c’è un panel che trovo estremamente attuale per noi e per quello che stiamo facendo qui, in cui dei ricercatori e studiose che vengono soprattutto dall’Est Europa parlano di come i governi di ultradestra e populisti, in realtà, ce l’hanno con la notte. E ci sono tantissimi studi e gridi di aiuto che vengono da quei territori, The Last Party, film etnografici, studi. Quindi quello che voglio dire è importante quello che stiamo facendo qua, di continuare a farlo anche in modo più sostenuto, perché è resistenza. Perché vedrete che tanto è vero che una delle prime cose è stata l’attacco ai rave, ai cosiddetti rave. Ma è proprio quell’idea della notte come una cucina di idee, come una cucina di idee rivoluzionarie. Quindi per questo è fondamentalmente importante, perché purtroppo vedo, non vedo un futuro roseo per questo tipo di politiche. Quindi grazie mille per l’invito e spero che Arci continui a fare. Sono anche disponibile a continuare a collaborare, parlare anche di creare dei dati, degli studi su cui poi ci si possa appoggiare per poter dimostrare che queste politiche sono importanti, perché poi una volta che ci sono gli studi e i dati, si può dire: “No, guarda, qua questa cosa funziona così, così, così, è riuscita”. Quindi poche storie, ecco, diciamola così. Quindi vabbè, grazie mille, magari lascio… Stiamo facendo un ultimo giro. Non so se vuoi, ma allora in realtà magari porto un collegamento con la Sapienza, dove stanno discutendo della repressione che è in atto e del DL 1660. Lo dico perché davvero non mi sembrano per niente discussioni sconnesse, anzi. C’è un disegno in atto molto preciso e molto chiaro di reprimere il dissenso, dalla libertà di stare, davvero. Le occupazioni e, in qualche modo, tutto ciò che abbiamo visto far avanzare determinate lotte. Quelle lotte sono sempre state costruite negli spazi. Quindi produrre un avanzamento da questo punto di vista e difendere gli spazi in cui costruire delle risposte collettive, di nuovo non sentirci sole, atomizzate, arrabbiate, ma canalizzare quella rabbia in una costruzione collettiva di risposte, passa necessariamente attraverso la presenza del terzo luogo in cui organizzarci. Quindi lunga vita agli spazi e all’Arci. Grazie mille.

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024 SAM 2623

Una riflessione rispetto alle piazze piene di giovani: perché vanno in piazza? Perché non si sentono sovradeterminati. Tutte, tutti e tutto. E chiederei a Marco Trulli di venire a chiudere questa edizione di Strati della Cultura, che faremo anche l’anno prossimo, naturalmente. Quindi, le ricerche ci serviranno. Sì, contrariamente a quello che diceva…

Abitare i margini del giorno/ Arci Strati della cultura/ Modena 15 novembre 2024 SAM 2624

Prossimo e fra 15 anni, quindi per ieri. Si era partiti con un po’ di giusto pessimismo, ma insomma le discussioni che abbiamo affrontato mi sembrano veramente che abbiano aperto delle visioni e consolidato e condiviso delle visioni interessanti. E, come diceva Stefano, veramente sul contemporaneo, su ciò che sta accadendo. Quindi io rispetto a questo panel ci tenevo tantissimo, perché so che era molto teso anche da tanti pezzi dell’associazione e per come dire, per diciamo, come riesce a mettere insieme tante dimensioni diverse, no? Cioè che attraversano i temi di genere, i temi della città e della necessità di rivendicare il diritto alla notte e a riconoscere la notte come luogo di costruzione di visioni artistiche e culturali che sono, come dire, che nascono molto spesso anche nei nostri spazi. Per tornare proprio alla radice, quindi a Strati della Cultura, al perché siamo qua: nella notte si esprimono e si costruiscono degli immaginari che sono specifici di spazi come questi. Non si possono determinare in altri luoghi. Poi magari salgono di scala e diventano di riferimento per l’arte contemporanea, per la musica contemporanea, o diventano mainstream, però nascono in questi spazi, perché riescono a essere spazi dove non c’è la gerarchia dell’evento e dove c’è una condivisione e un’orizzontalità. E quindi, insomma, da questo punto di vista, credo che ci dobbiamo prendere una responsabilità insieme, non me la prendo da solo, perché insomma sarebbe troppo pesante, di capire come tutta questa riflessione riesce a mettere a terra degli strumenti operativi e delle programmazioni che riescano poi, appunto, a fare quello che si diceva. Cioè a interloquire con il Ministero, con gli enti pubblici, a costruire delle campagne nostre. Perché di interlocuzione credo che ci sia bisogno, ma credo che sia molto difficile in questa fase. E quindi ci sarà bisogno più che altro di farsi sentire in un contesto, appunto, che associa da una parte la repressione. E in questo mi sento di dare la solidarietà dell’Arci Emilia Romagna per tutto quello che è stato a Bologna e che ha dovuto subire come attacco politico rispetto a questo veramente orizzonte repressivo, che però non è solo dal punto di vista sociale, ma è insieme un’idea della cultura come decoro, come orpello, come luogo di consumo che appunto neutralizza il positivo e il ruolo della cultura. E per questo, diciamo, noi non siamo contemplati in questa visione. No, fortunatamente, sfortunatamente, diciamo, non ci dobbiamo autolimitare. Dobbiamo rivendicare e dobbiamo rivendicare la necessità di essere contemplati. Chiaramente non possiamo chiudere le porte, però dobbiamo farci sentire da questo punto di vista. Perché il territorio della cultura in questi due anni è stato un luogo di scherno, di demagogia, di avanzamento di una egemonia culturale fondata su delle stronzate sostanzialmente, cioè sui nani e folletti, l’idea che l’Italia sia fondata da soli persone che sono nate, cresciute e moriranno in Italia senza aver visto null’altro. Quindi, insomma, un’idea falsa e su cui noi dobbiamo costruire, o comunque, diciamo, essere orgogliosi e non dico arroganti, ma coraggiosi di dire che noi portiamo una cultura che non è una cultura di nicchia o di minoranza, ma è una cultura che mette insieme queste dimensioni che abbiamo ascoltato: la dimensione della cultura delle case del popolo, dei luoghi di comunità, di tante tante cose diverse che però sono accomunate dall’idea appunto che la cultura non sia solo un passatempo, ma è veramente uno strumento di emancipazione fondamentale. Anzi, non è lo strumento, ma è il fine, come abbiamo detto il primo giorno. Quindi ecco, credo che tutto questo ce lo dobbiamo portare a presto come veramente una responsabilità urgente per portare avanti tutti i pezzi che dentro la commissione cultura abbiamo, dalle aree interne al tema della musica, a quello della tutela dei luoghi dei circoli, il tema dell’IVA, del terzo settore… Tutti, veramente sono tantissimi. E di una prospettiva in cui dobbiamo anche, forse per il prossimo Strati a Piacenza, dove sta Nicola. A Piacenza prossimo Strati… tanto per dirsi l’accollo e la responsabilità di cercare, sicuramente. Questo è stato detto, pure di cercare di costruire una prospettiva che parta molto dai bisogni dei giovani e dei, come dire, dei nuovi bisogni. Perché è evidente che non possiamo parlare di giovani, ma dobbiamo far parlare i giovani. E i nostri spazi sono fatti da, molto spesso, da giovani, e però anche se noi cerchiamo di lavorare in una maniera intergenerazionale, molto spesso non riusciamo a cogliere delle cose che avvengono e che accadono e di cui c’è aspettativa di trasformazione se non ci sia una compartecipazione, una progettazione trasversale. Però non voglio fare il Pippone di chiusura, però volevo condividere pure con Massimo. Un saluto a tutte e tutti i partecipanti, perché Modena ci ha accolto in maniera straordinaria. Un po’ troppo freddo, la prossima volta magari un po’ meno… scherzo! Scherzo, scherzo. Non ci possiamo lamentare, poi perché sennò abbiamo parlato di ecologia, riscaldamento climatico… Per fortuna questi giorni non c’è stato, dai scherzo. No, veramente come al solito. Strati della cultura è un momento caldo, abbiamo detto all’inizio che è sempre più… Perché appunto la cultura non è un fortino a sé stante, ma attraversa le crisi, abita le crisi e ne esce trasformata. E grazie sempre, perché Emilia Romagna ci regala questi bei momenti. Niente, Annalisa, Massimo dire qualcosa? Io dopo passo molto velocemente la parola a Massimo, perché c’è anche tanta Arci Emilia Romagna nell’organizzazione di Strati della Cultura. Siamo ovviamente orgogliosi quest’anno di fare anche la parte un po’ più organizzativa, oltre che vivere questa manifestazione che ci fa ritrovare tutti insieme, lo scambio anche di buone pratiche, discussione, confronto a 360°. Quindi interno ed esterno. E quindi, diciamo, siamo contenti che quest’anno si sia potuto fare qui sul nostro territorio, che è un territorio che lavora molto con linguaggio culturale, però nel campo del welfare culturale. Questo circolo ve lo diceva prima Alessia, che è la presidente di questo circolo. È una piena dimostrazione, è uno spazio attraversato da tutti, da tutte e non solamente in termini nei termini in cui abbiamo discusso oggi, ma a 360°. Perché le limitazioni della libertà, il non riconoscimento delle diversità, delle disuguaglianze è un tema che è centrale nel lavoro che oggi facciamo come associazione. Quindi anche il linguaggio culturale e quello che promuoviamo attraverso le nostre iniziative culturali molto spesso va a finire lì. Ricordo a tutti quelli che hanno partecipato e quelli che hanno partecipato a Strati che per noi non è finita la settimana, perché proseguiamo col Festival del documentario insieme a Ducca, e oggi pomeriggio alle 5:30 ci sarà uno degli appuntamenti per noi, diciamo, molto importanti, cioè la presentazione del catalogo dell’Italia che non si vede, che è un altro strumento che utilizziamo tantissimo nelle nostre realtà associative proprio non solo per vedere qualcosa di molto bello, perché c’è anche tutto il lavoro, diciamo, dei registi e di chi intorno a un film produce e i documentari, ma anche perché per noi è sempre l’occasione di parlare e attraversare i temi della contemporaneità. Passo la parola a Massimo. Io credo sia stata una bellissima edizione anche questa di Strati della Cultura. Io non, a differenza di Trulli, non faccio parte dell’esecutivo, quindi lo dico, rimane la più bella iniziativa che organizza l’Arci in giro per l’Italia, senza nulla togliere a Sabir. Lasciatemi un po’ di orgoglio, a parte gli scherzi. Io sono molto soddisfatto anche che da Strati abbiamo gemmato l’assemblea dei circoli che abbiamo fatto a Salemi. Qua ci sono un po’ di persone che vengono dal circolo Arci di Salemi. E quindi si sta diffondendo quest’idea di confrontarci in maniera utile. Io non la faccio lunga, dico una cosa che ho già detto ieri, ma chi mi conosce sa che sono un po’ ossessivo sui miei temi ed è spazi. Ringrazio Emilia Romagna, c’è una parola che unisce i novantenni e le novantenni non tantissime da tradizione nelle case del Popolo. La mia generazione, tu l’hai detta, quindi anche la tua generazione, che è la parola… non la parola, che è riconoscere gli spazi come luoghi di cultura, di socialità, di politica, di stare insieme. Credo che questo debba sempre rimanere, deve rimanere la nostra base di partenza e il nostro principale lavoro: tutelare gli spazi. Li si tutela con la battaglia che stiamo facendo contro l’introduzione dell’IVA, ma lì si tutela anche cercando di fornire nuove idee, nuovi contatti, la rete orizzontale alla quale io credo molto, cioè lo scambiarsi il numero di telefono o la mail in momenti come questi, il copiarsi quando le cose funzionano. E quindi, insomma, mi sembra che anche quest’anno Strati sia andata in quella direzione. Ricordo, perché sono tra i non tanti che c’erano nel 2007 nella prima edizione, che la parola Strati benissimo, la stratificazione e tutto, ma prende in giro la mania di fare Stati Generali dell’economia della cultura, eccetera, eccetera. Quindi lavoro un po’ anche sulla nostra vena movimentista, un po’ un po’ anarchica e credo che averla ritrovata sia molto importante. Grazie, grazie.

[Testo ottenuto dagli stagisti della Castellini di Como a ecoinformazioni]

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