Il 10 ottobre nella Giornata della salute mentale è stato presentato un importante studio sul campo, condotto da Francesco Villani, che ha illuminato aspetti della salute mentale e la crisi prevalente nelle comunità rurali del Nepal.
Francesco Villani, neo-laureato in Neuroscienze e Psicologia Clinica presso l’Università di Pavia e lo IUSS (Istituto Universitario di Studi Superiori), traccia la realtà psicologica plasmata da complessi elementi culturali e strutturali nelle comunità del Nepal.
La ricerca, durata due mesi e svolta nell’ambito dell’iniziativa “Mental Health Knowledge, Attitudes and Practices in Nepali Communities” (Conoscenze, atteggiamenti e pratiche sulla salute mentale nelle comunità nepalesi), è stata eseguita a Jitpur Phedi (Kathmandu, Nepal) coinvolgendo 50 partecipanti provenienti da 9 comunità diverse. Sono state condotte indagini trasversali utilizzando la versione nepalese ridotta della scala sugli atteggiamenti verso i problemi di salute mentale (N-STAMPS) e il questionario KAP (Conoscenze, Atteggiamenti, Pratiche). Lo studio è stato sostenuto dal programma Erasmus Traineeship, in associazione con l’Università di Pavia e in cooperazione con l’ONG Volunteers Initiative Nepal (VIN).
Le condizioni di salute mentale comportano un divario terapeutico sconcertante, superiore al 90% in Nepal, esacerbato da una storia di conflitti politici e disastri naturali. Per mappare le ragioni per cui così poche persone cercano un trattamento, Villani ha utilizzato una scala dello stigma adattata culturalmente e modellata su concetti tradizionali come laaj (vergogna) e ijjat (onore sociale), insieme alla divisione etnopsicologica tra Dimaag (cervello-mente) e Man (cuore-mente), dove l’onore sociale domina su ogni aspetto relazionale e l’incapacità mentale viene percepita con pietà e vergogna.
I risultati hanno rivelato che un travolgente 75,5% degli intervistati sostiene lo stereotipo secondo cui le persone con malattie mentali siano “pericolose”, e il 75% ha dichiarato che sarebbe del tutto contrario a sposare qualcuno con una condizione di salute mentale. Sebbene i partecipanti comprendessero in linea generale gli impatti psicosociali dello stress e della povertà, l’alfabetizzazione biologica di base è risultata debole. Solo il 46,9% ha compreso i fattori di ereditarietà genetica e oltre la metà riteneva erroneamente che la malattia mentale potesse essere identificata puramente dall’aspetto fisico di una persona, a dimostrazione del fatto che non vi è alcuna correlazione tra il livello di conoscenza di una persona e il suo livello di pregiudizio.
L’indagine ha inoltre scoperto un paradosso legato al genere. Uomini e donne hanno mostrato punteggi quasi identici per quanto riguarda l’alfabetizzazione sulla salute mentale. Tuttavia, le donne hanno riportato punteggi di stigma basale notevolmente più elevati rispetto agli uomini (13,39 contro 10,95). Ciò riflette la realtà per cui le donne, in particolare le vedove e coloro che appartengono a caste emarginate, subiscono una sanzione sociale più severa e sono più frequentemente bersaglio di etichettamenti dispregiativi. Il 75% degli intervistati ha sottolineato che le donne sono le principali utenti dei servizi di salute mentale, rispetto ad appena il 37,5% degli uomini. Questo dato suggerisce un pericoloso punto cieco sociale: il disagio psicologico degli uomini viene spesso ignorato, minimizzato o mascherato attraverso l’abuso di sostanze e disturbi somatici fisici.
Tuttavia, alla domanda su quale fosse la barriera principale nell’accesso ai servizi di salute mentale, il 62% dei partecipanti ha citato i vincoli finanziari, una percentuale significativamente più alta rispetto al 18% che ha indicato lo stigma come ostacolo primario. Le famiglie rurali non rifiutano necessariamente le cure per paura di ciò che pensa la società; semplicemente non possono permettersi i costi di trasporto verso i centri urbani, la perdita di salario, le tariffe delle visite mediche e i farmaci psicotropi. Nelle comunità di Dhitalgau e Chisopani, le barriere finanziarie sono nate rispettivamente all’83,3% e all’80%. Allo stesso modo, quasi il 39% della popolazione preferisce cercare assistenza dai guaritori tradizionali per scopi terapeutici.
In definitiva, le scoperte dello studio dimostrano che colmare il divario terapeutico del 90% in Nepal richiede di andare oltre un semplice modello di condivisione delle informazioni, poiché i dati mostrano che una maggiore alfabetizzazione sanitaria non elimina automaticamente il pregiudizio. Villani raccomanda che i futuri interventi si spostino verso una programmazione localizzata e basata sul contatto per cambiare il comportamento della comunità. Per avere successo, l’ONG deve implementare una strategia a più livelli: utilizzare volontari professionisti per sfidare i dannosi stereotipi, e al contempo collaborare sistematicamente con le strutture locali per affrontare la schiacciante barriera finanziaria del 62% che limita l’assistenza sanitaria. Sia attraverso l’estensione della formazione ospedaliera mhGAP sia costruendo percorsi di riferimento con i guaritori tradizionali, la strada da percorrere deve sussidiare cure accessibili, proteggendo attivamente l’onore sociale culturale.
Il 10 ottobre 2026, in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, Villani ha presentato la sua ricerca a “Cancello Aperto”. Si tratta di un’iniziativa annuale ospitata dal Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda Socio Sanitaria Territoriale (Asst) Lariana, in stretta collaborazione con il Coordinamento Comasco Salute Mentale e le reti comunitarie locali presso il Parco di San Martino a Como, con l’obiettivo di colmare il divario tra le istituzioni sanitarie e i cittadini, abbattere gli stigmi sociali e promuovere il dialogo all’interno della comunità. [Mingma Yangzi Sherpa, ecoinformazioni]
Student’s Research on the Psychological landscapes of Rural Nepal
A landmark field study conducted by a recent University graduate has unveiled the mental health understanding and the prevailing crisis across rural communities of Nepal.
Francesco Villani, a recent Neuroscience and Clinical Psychology graduate from the University of Pavia and and IUSS(University Superior Study Institute) maps the Psychological reality shaped by complex cultural and structural elements in communities of Nepal.
The two months lasting research under the initiative “Mental Health Knowledge, Attitudes and Practices in Nepali Communities” was executed in the Jitpur Phedi, Kathmandu, Nepal engaging 50 participants from 9 different communities. They conducted cross sectional surveys using the Nepalese Shorter Version of Attitudes Toward Mental Health Problems Scale (N-SATMHPS) and the Knowledge, Attitude, Practice (KAP) questionnaire. The study was supported by ERASMUS Traineeship in association with the University of Pavia in cooperation with NGO Volunteers Initiative Nepal(VIN).
Mental health conditions carry a staggering treatment gap of over 90% in Nepal, exacerbated by a history of political conflict and natural disasters. To chart why so few people seek treatment, Villani used a culturally adapted stigma scale tailored to traditional concepts like laaj (shame) and ijjat (social honour) along with the ethnopsychological division of Dimaag(brain-mind) and Man(heart-mind) where the social honour resides over every social aspects and being mentally incapable is perceived with pity and shame.
The findings revealed that an overwhelming 75.5% of respondents hold the stereotype that people with mental illness are “dangerous,” and 75% stated they would be completely unwilling to marry someone with a mental health condition. While participants generally understood the psychosocial impacts of stress and poverty, their foundational biological literacy was weak. Only 46.9% understood genetic inheritance factors, and over half mistakenly believed that mental illness could be identified purely by a person’s physical appearance signifying no correlation between a person’s level of knowledge and their level of prejudice.
The survey also uncovered a paradox regarding gender. Men and women demonstrated nearly identical scores regarding mental health literacy. However, women reported noticeably higher baseline stigma scores than men (13.39 vs. 10.95). This reflects the reality that women, especially widows and those from marginalized castes bear a harsher social penalty and are more frequently targeted with derogatory labeling. 75% of respondents noted that women are the main users of mental health services, compared to just 37.5% for men. This suggests a dangerous societal blind spot: men’s psychological distress is frequently ignored, writing it off or masking it through substance abuse and physical somatic complaints.
However, when inquired about the primary barrier to access to Mental Health services, 62% of participants cited financial constraints which was significantly higher than the 18% who blamed stigma as the primary obstacle. Rural families are not necessarily refusing care out of fear of what their society thinks; they simply cannot afford the transportation costs to urban centers, lost wages, consultation fees, and psychotropic medications as Dhitalgau and Chisopani, financial barriers spiked to 83.3% and 80% respectively. In the similar manner, nearly 39 percent of the population prefer seeking assistance from traditional healers for medical purposes.
Ultimately, the discoveries of the study prove that closing Nepal’s 90% mental health treatment gap requires moving past a simple information-sharing model as the data shows that higher health literacy does not automatically eliminate prejudice. Villani recommends that future interventions must shift toward localized, contact-based programming to change community behavior. To succeed, the NGO must deploy a multi-tiered strategy: utilize professional volunteers to challenge harmful stereotypes, while systematically working with local structures to address the crushing 62% financial barrier restricting health care. Whether through scaling hospital mhGAP training or building referral pathways with traditional healers, the path forward must subsidize accessible care while actively protecting cultural social honor.
10th October, 2026, on the occasion of World Mental Health Day, Villani presented his research at “Cancello Aperto”, an annual initiative hosted by The Department of Mental Health of Azienda Socio Sanitaria Territoriale(ASST) Lariana, in tight collaboration with the Coordinamento Comasco Salute Mentale and local community networks at San Martino Park, Como with aim of bridging the gap between healthcare institutions and citizens, break down social stigmas, and foster community dialogue. [Mingma Yangzi Sherpa, ecoinformazioni]

