Venerdì 16 ottobre ha avuto inizio il nuovo ciclo d’incontri promosso dall’associazione
culturale Il Paguro in collaborazione con il Comune di Como e con il patrocinio dell’Università
dell’Insubria. La rassegna dal titolo Fare pace col Mondo – Nella radicale complessità del reale ha
ospitato per la sua conferenza inaugurale il filosofo Salvatore Natoli che, di fronte a una platea di
oltre 140 partecipanti, ha proposto una lezione dal titolo Note sull’Antropologia della guerra.
La relazione proposta ha assunto la forma di un’indagine per risalire alla natura della guerra, con
l’intento di trovare modalità efficaci per calmarla, senza la pretesa utopica di estinguerla
definitivamente. L’intervento del filosofo è stato dunque animato da due esigenze fondamentali: da
un lato l’esigenza realistica di comprendere la guerra per ciò che effettivamente è, dall’altro
l’esigenza ideale di superare l’impasse a cui il nostro presente sembra essersi rassegnato.
La tesi di Natoli ha così preso le mosse da un’amara constatazione: nell’uomo esiste una tensione
verso la guerra che la rende pertanto ineliminabile. Questo quadro risulta addirittura rafforzato
dall’appartenenza del genere umano al mondo naturale, dove la violenza svolge una funzione
costitutiva, come esemplificato con sufficiente chiarezza dalla catena alimentare. Allo stesso
tempo però è la stessa natura a mostrarci come ogni essere sia insufficiente a sé stesso e dunque
bisognoso di cooperazione con l’altro. Di fatti, se nell’uomo è riscontrabile un istinto che lo spinge
verso la guerra, altrettanto riconoscibile è il desiderio di pace che lo porta a vedere in essa una
condizione preferibile alla guerra. Il desiderio di pace dunque non ha una motivazione astratta, ma
ha come inizio la paura di morire e rappresenta in questo senso un principio naturale di
contenimento.
L’attenzione del filosofo si è quindi concentrata sul delineare i contorni dell’istinto alla guerra
nell’uomo. Il fatto che la guerra sia radicata nella natura e nella storia dell’uomo la rende un istinto
primario, ma non un istinto primario costante al pari della fame e il sesso, quanto piuttosto un
istinto primario contestuale, che emerge cioè al presentarsi di determinate condizioni. Tali
condizioni possono essere raggruppate in due categorie: le condizioni che innescano una violenza
reattiva, che risponde cioè a uno stress attuale e che si disinnesca allo sfumare della situazione
scatenante (è questo il caso tanto di una guerra di difesa quanto una lite al semaforo); le
condizioni che inducono a una dinamica proattiva verso la guerra, come l’aspettativa di espansione
che spinge a pianificare la violenza e a causare, invece che essere causata dal, suo sorgere.
Questa distinzione non elimina la possibilità che le due motivazioni si mescolino e dunque una
guerra d’espansione possa essere presentata come una reazione di difesa.
La guerra proattiva, che affonda le sue radici nella natura umana, costituisce allo stesso tempo
una delle dimensioni in cui l’uomo è capace di mostrare la sua unicità. Gli altri animali infatti hanno
uno spettro di futuro ristretto e pertanto meno propensi a progettare la violenza o a vendicare un
torto subito nel passato. La caratteristica dell’uomo è invece quella del “di più”, del desiderio, di
sapersi proiettare verso ciò che non c’è ancora o rivivere nel ricordo di ciò che non c’è più. Questa
specificità rende l’uomo particolarmente capace di premeditare la guerra e, ad esempio, imbastire
coalizioni in preparazione di essa. La Guerra Fredda ha coinciso pertanto con il momento di
massima pianificazione del conflitto, in cui la spartizione bipolare era funzionale a organizzare la
violenza nel Mondo.
Per quanto la guerra proattiva anticipi una violenza che non c’è ancora, ciò non elimina che, come
sosteneva già Aristotele, si facciano le guerre sempre in vista della pace. Dall’avvento della
modernità in avanti tuttavia, la pace non è vista come un esito finale, ma come un momento di
tregua. In questo quadro la pace assume la forma del patto tra Stati. Non solo la guerra però, ma
anche il diritto moderno nasce in relazione allo Stato, nello specifico al patto attraverso cui la
società attribuisce allo Stato il monopolio della violenza legittima. Quella dello stato diventa così
una violenza contenente al suo interno, ma anche una violenza scatenante verso l’esterno, quando
dunque muove guerra contro altri Stati. Procedendo dal costituirsi della modernità ai giorni nostri,
assistiamo alla progressiva mutazione del conflitto globale in guerra ibrida, che mantiene dunque il carattere organizzato, ma si configura al contempo come una guerra per agguati, in orizzonti
temporali ristretti.
Qualsiasi guerra ha come elementi fondamentali la presenza di un nemico e la rivendicazione di
un’ingiustizia subita. La guerra contemporanea vede in questo senso un’intensificazione delle
motivazioni che spingono al conflitto e quindi un ampliamento dei suoi esiti potenziali.
L’ideologizzazione della ragione bellica infatti, sempre presente dalla Seconda Guerra Mondiale in
poi, favorisce l’invenzione del nemico, contribuendo in questo modo ad alimentare ciò che può
essere definito come l’equivoco della guerra giusta, ossia che l’ingiustizia può sorgere anche da
un’istanza giusta, e a dimenticare che la guerra abbia inevitabilmente una dimensione irrisarcibile,
che gli sforzi di idealizzazione cercano di tacitare.
Opporsi alla guerra oggi significa quindi operare per disinnescare i meccanismi di ideologizzazione
e idealizzazione, compiendo il cammino inverso che conduce a meditare sull’orrore che la guerra
produce. Ridare concretezza alla guerra diventa così la maniera per spostare l’attenzione sul fatto
che essa sia per sua natura contestuale, dunque emendabile.
Le manifestazioni per la pace possiedono esattamente il valore di preservare la memoria
dell’orrore che erode ogni legge e rende tutto disponibile, fino agli esiti estremi del massacro e
dello stupro. D’altro lato, possono tuttavia rivelare il limite di non riuscire a sottrarsi all’elemento
revanscista che spinge verso la ricerca di un nemico.
Sgonfiata dalla sua sacralità, la guerra può apparire come il tentativo inadeguato di rimediare
all’ingiustizia. Per contrastare quell’istinto primario che spinge l’uomo alla guerra, occorre invece
intraprendere un meticoloso lavoro per la giustizia, perché se le guerre si scatenano, la pace
necessita di poter maturare.
In questa luce, vengono infine poste le basi per il superamento dell’idea di pace come semplice
patto a favore di un principio integrale di pace come dono verso l’altro, nella prospettiva del
servizio e non più del possesso e della dominazione. Le parole del Vangelo di Matteo “Beati i miti
perché erediteranno la Terra” ci aiutano così a delineare un futuro possibile in cui la condivisione
possa prendere il posto dell’espropriazione e spartizione della Terra. [Lucio Mamone per ecoinformazioni] [Foto Claudio Fontana, ecoinformazioni]

