La morale di questo racconto è amarissima, e pesa sulla coscienza dell’intero occidente: da trent’anni l’Afganistan è percorso da una guerra incessante, che non ha risparmiato niente e nessuno. Le vittime non si contano, e l’unica cosa certa è che esse sono per la stragrande maggioranza civili. Questa guerra infinita, lungi dal promuovere la democrazia, ha viceversa profondamente minato i rapporti sociali e le possibilità economiche dell’intera nazione, crocevia di strade e di interessi per l’intero continente asiatico. La recente diffusione delle notizie relative alle ricchezze del sottosuolo afgano (ricchezze in realtà note da tempo) getta un’ulteriore luce inquietante sul futuro delle popolazioni locali, che vedranno ancora a lungo il loro territorio oggetto degli appetiti delle economie “forti” del mondo.
Lo stritolante ingranaggio bellico, però, ogni tanto incontra qualche piccolo granello di sabbia che prova a bloccarlo: è il caso di Emergency… e basta il racconto dei giardini dell’ospedale di Lashkar-gah per intendere lo sforzo di non cedere – almeno per un momento – alla logica della guerra.
Non si tratta, ovviamente, “chiudere gli occhi”. E lo sanno bene quelli che – come Matteo Dell’Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani – si sono ritrovati per nove giorni nelle carceri afgane con l’assurda accusa di aver ordito un complotto coi talebani.
Ed è bene ripetere ancora una volta, con Emergency e con l’Associazione Silvano Saladino, e con molte altre persone, che la guerra non può avere alcuna giustificazione. [F.C.]
