Dirar Tafeche ha raccontato la propria esperienza di profugo palestinese soffermandosi sulla distruzione della Palestina attraverso un incessante occupazione con nuove colonie. Ha infine ricordato un proverbio della propria cultura: “distruggere la casa del vicino significa distruggere la propria”. Susanna Sinigaglia, della rete Eco (Ebrei contro l’occupazione) ha parlato di ebraismo come civiltà, mettendo in discussione i fondamenti teorici del sionismo e l’uso del concetto di una presunta identità etnica ebraica. Abu Raed Abusahliah, parroco di Ramallah, si è presentato come proveniente dal “campo di battaglia”. Con tono appassionato ha ricordato che i palestinesi hanno fatto la più grande concessione che un popolo possa fare, hanno ceduto la terra per avere la pace. Ma la situazione e’ così peggiorata che non è più possibile neppure immaginare i due stati. Abu Raed ha sostenuto che le leggi ingiuste sono fatte per essere infrante: la soluzione della convivenza va cercata con ostinazione, aspettando il momento in cui arriveranno leader capaci di firmare un accordo di pace che dia uguali diritti a tutti .
Agli interventi è seguito un dibattito vivace che ha evidenziato le profonde ingiustizie verso il popolo palestinese, il tentativo di censurare la questione palestinese, non solo ad opera della stampa e dei media, ma persino nei pellegrinaggi religiosi, la necessità di conoscere e studiare la complessità della situazione.
Prosegue, fino al 25 maggio, presso lo spazio culturale Antonio Ratti (ex chiesa di s. Francesco) , l’esposizione che presenta la Palestina dal 1880 fino al 1948 con un percorso prevalentemente fotografico. [A. M. per ecoinformazioni]
