
A Massimo Lozzi è toccato il compito di introdurre, richiamando i punti salienti del progetto di ALBA, sviluppato da un gruppo piuttosto ampio e variegato (con ramificazioni anche comasche) dall’individuazione di una situazione di emergenza democratica e dall’esigenza di un cambiamento radicale. In Italia – ha sintetizzato Massimo Lozzi – c’è una sorta di simulacro di democrazia, in quanto mancano meccanismi e organizzazioni che permettano una reale partecipazione, cittadini e cittadine non trovano un reale coinvolgimento nella politica, semmai al massimo concorrono alla definizione di candidature. I processi decisioni si sono pericolosamente spostati verso l’alto, mettendo in evidenza l’inadeguatezza del meccanismo di rappresentanza, la mercificazione degli ambiti politici, la degenerazione dei partiti, l’egemonia culturale neoliberista.
E tutto questo mentre cresce il disagio sociale.
Si evidenzia quindi la necessità non solo di una “mobilitazione sociale”, ma anche di una vera e propria “mobilitazione cognitiva”, cioè di un approfondimento della realtà per costruire progetti.
Per cominciare a sviluppare questa analisi è stato coinvolto Marco Revelli, sociologo e storico (tra i firmatari del manifesto di ALBA) e noto per numerosi, acutissimi approfondimenti della situazione italiana.
Con grande chiarezza, Revelli è partito dalla domanda del titolo: “Ma che sta succedendo nel mondo, e più in particolare nella situazione italiana?”
L’economia è la grande malata, ma la politica non è da meno. A febbraio 2013 le elezioni hanno evidenziato un vero e proprio terremoto nella situazione politica italiana; nonostante il fatto che i mezzi d’informazione abbiano rapidamente metabolizzato (e banalizzato) i risultati, se si ragiona in termini di numeri assoluti le cifre sono impressionanti. Si è spostato il voto di circa 15 milioni di persone; di questa una parte consistente è “uscita” dal mondo della politica (circa 8,5 milioni di persone si sono astenute, quasi 2,5 milioni in più rispetto alle precedenti elezioni), mentre i due principali partiti, cioè Pd e Pdl, hanno complessivamente perso quasi 10 milioni di voti. D’altro canto il movimento 5 stelle è diventato dal nulla il partito di maggioranza relativa, guadagnando quasi 8,5 milioni di voti. La Lega nord, da parte sua, si è ridotta di oltre la metà. Una definizione sintetica di questa situazione – secondo Revello – può essere data ricorrendo al termine “liquefazione”: il quadro politico italiano è ormai liquido, in assenza di contenitori “forti” in grado di catalizzare l’interesse dell’elettorato. Nemmeno la successiva tornata elettorale delle amministrative ha cambiato il quadro: se è vero che a Roma Ignazio Marino ha vinto, è anche vero che c’è riuscito con meno voti di quanto ne aveva raccolti Rutelli quando era stato sconfitto.
Perché questo “esodo biblico” dalla politica? La fiducia nei confronti dei partiti è ridotta ai minimi termini; non è solo un fatto italiano, visto che il deficit di fiducia attraversa tutto l’occidente; è vero però che in Italia i termini del problema sono davvero eclatanti.
Certo, il ceto politico appare particolarmente degradato e incapace di fare fronte a una situazione complessa che pone sfide molto alte; questo degrado è legato all’indebolimento della politica che non appare più come la sfera della sovranità; al contrario, la politica appare fortemente subalterna alle logiche del mercato. A questo proposito è bene ricordare che all’indomani delle elezioni politiche italiane e di fronte a una situazione che appariva di sostanziale ingovernabilità, Mario Draghi, con l’intento di “rassicurare i mercati”, ha affermato: “tranquilli, abbiamo il pilota automatico”, come a dire che l’esito del voto era sostanzialmente inessenziale.
La crisi del modello politico dipende anche dalla crisi irreversibile del modello organizzativo dei partiti di massa (un modello prodotto dal Novecento, di cui era lo specchio: tanto che la struttura della società organizzata in classi si riconosceva nella struttura dei partiti); viceversa oggi la politica lavora seguendo le strategie del marketing e rinunciando del tutto ai valori.
A fronte di questo, il modello delle società occidentali, il modello del capitalismo neoliberista, si è infilato in un vicolo cieco da cui non sa più come uscire; il capitalismo è diventato ricchezza astratta che ha ormai reciso ogni legame con il lavoro concreto, con il lavoro delle persone.
Se l’analisi della situazione è risultata, nelle parole di Revelli, di una chiarezza esemplare, un po’ meno esaurienti si sono rivelate le indicazioni di percorso. Evidentemente nessuno si aspettava soluzioni “facili”, ma sentirsi rispondere alla domanda “Contro questo stato di fatto che possibilità di intervenire hanno la politica e la stessa economia?”: “Nessuno lo sa” è certo risultato sincero, ma un po’ scoraggiante.
Con lucidità quasi tagliente, Revelli ha affermato che ormai il “ceto politico” è solo una oligarchia che ha tagliato i rapporti con l’elettorato, che ormai si rappresenta come qualcosa d’altro dalla gente. E ha aggiunto: il lavoro per rimediare a tutto ciò appare improbo: c’è una crisi di controllo in cui si naviga a vista, e le possibili soluzioni proposte appaiono assai parziali. La democrazia “della diffidenza” è l’insieme delle strategie che si mettono in pratica per difendersi dai soprusi del potere. La “subpolitica” è l’insieme delle pratiche costruite dal basso, delle capacità autoorganizzate sul territorio. Ma né l’una né l’altra sono in grado di ribaltare la situazione.
Di fronte a questa analisi impietosa e a questa sincera impossibilità di mettere avanti delle soluzioni, il dibattito ha un po’ stentato a prendere il via e si è poi sviluppato soprattutto nelle richieste di approfondimenti in parte sacrificati durante l’analisi: la centralità del lavoro, la crisi dei valori, l’asservimento della politica alle logiche neoliberiste.
Di fronte alla domanda secca: “Cosa ci aspetta per il futuro?”, Revelli non ha potuto trovare parole di ottimismo: “Il degenerare della crisi non va in direzione di una insurrezione popolare, ma verso l’affermazione dei peggiori comportamenti di cui gli esseri umani sono capaci”.
La morale della serata è risultata chiara: stiamo ballando sull’orlo dell’abisso e se vogliamo scamparla è bene cercare di capire bene come è fatto il terreno che ci circonda. [Fabio Cani, ecoinformazioni]
