Alla bellezza del film, che non ha perso nulla del suo smalto originario, si sono così aggiunti i racconti di Ninetto. Dal primo incontro con Pier Paolo, sul set del film La ricotta, incontro propiziato dal fratello maggiore di Ninetto, che in quel film lavorava come falegname, alla “comparsata”, di straordinaria intensità, in Il vangelo secondo Matteo, fino al debutto vero e proprio con, appunto, Uccellacci e uccellini. La partecipazione al film causò a Ninetto molti tentennamenti, risolti alla fine solo dopo aver saputo che lui, ragazzo di borgata, sarebbe stato pagato come un attore vero. Il ricordo forse più vivo, e più esilarante, è stato però dedicato a Totò, ovvero al primo incontro con lui, nella sua principesca casa davanti a una principesca cena (del resto Totò era davvero il principe De Curtis).
Ninetto ha ripercorso «una stagione lunga e bellissima della mia vita» e sulla pellicola che sarebbe stata proiettata subito dopo il suo intervento ha dichiarato: «Uccellacci e uccellini è un film di più di quarant’anni fa che sembra girato ieri». Resta al pubblico il ruolo di leggerlo anche in prospettiva storica, poiché per Pier Paolo Pasolini quel film era sì una fiaba, ma una fiaba filosofico-politica, sul ruolo degli intellettuali, sul presente e sul futuro del marxismo, sul destino della società.
Si chiude così la lunga retrospettiva che l’Arci a Como ha voluto dedicare a una straordinaria figura della cultura italiana, Pasolini, personaggio scomodo e controcorrente che seppe mettere in luce con Disperata vitalità le contraddizioni e i conflitti del suo tempo – che è anche, ancora, il nostro tempo – e che seppe descrivere e interpretare le bellezze e gli orrori di un’Italia in trasformazione.
[Jlenia Luraschi, Fabio Cani, ecoinformazioni]

