Adelmo Cervi è figlio di Aldo, uno dei sette fratelli antifascisti torturati ed uccisi nel dicembre del 1943; una famiglia di contadini che credeva nella possibilità di costruire un mondo migliore e che ha pagato con la vita la scelta di opporsi ai fascisti. «Mio padre e i miei zii – spiga Adelmo Cervi – hanno fatto una scelta ben precisa, una scelta di giustizia. Ma non sono eroi. Faccio fatica ad accettare che la gente parli dei fratelli Cervi come un esempio o un mito, hanno solo lottato come avrebbero dovuto fare tutti gli altri». La militanza antifascista della famiglia Cervi comincia quando Aldo, 29 anni, va a militare e finisce in galera; qui scopre la rivoluzione d’ottobre, conosce gli esponenti comunisti e ne abbraccia la filosofia. Il carcere diventa la sua università politica e da segretario dei giovani cattolici di Campegine si trasforma in fervente comunista.
«Mio padre – continua Adelmo – ha unito gli ideali del vangelo a quelli di fratellanza e solidarietà espressi dal comunismo e ha trasformato quella che era una semplice famiglia di contadini antifascisti, senza alcuna ideologia socialista, in una famiglia militante, convinta che il mondo può essere cambiato in meglio e governato dalla classe operaia ne contadina». Accanto ad Aldo, il più attivo è il primogenito Gelindo: le loro parole d’ordine sono impegno, rischio e dedizione. Una lotta fatta di passione, che i sette fratelli Cervi hanno pagato con la vita. E se il loro sacrificio, spiega Adelmo, non deve essere stigmatizzato come eroico, deve però essere di esempio. «Il ricordo sterile non serve a niente – racconta – bisogna impegnarsi nel quotidiano, sono le piccole cose che fanno la differenza. Essere antifascisti oggi non vuol dire né fare a botte con Forza Nuova o Casapound, né ricordare il 25 aprile andando a mettere i fiori sulle tombe di coloro che hanno dato la vita per la libertà di questo paese». Piuttosto bisogna ribellarsi alle ingiustizie del quotidiano, esercitando fino in fondo i mezzi che ci ha dato la democrazia conquistata con il sangue. «Dobbiamo valorizzare coloro che hanno dato la vita per questo paese e per il nostro futuro – aggiunge – non è con la forza e le grandi azioni che si crea un mondo migliore, bisogna invece avere il coraggio di opporsi a ciò che non piace. Non è il fucile che crea le coscienze ma gli ideali di giustizia».
Quello di Adelmo non è solo un racconto della storia della sua famiglia. «Il mio compito – conclude – è quello di dire ciò che oggi direbbero coloro che hanno dato la vita per cambiare questo mondo; il tempo arriva se siamo capaci di creare qualcosa, quindi non facciamo gli interessi di chi ci vuole schiavi, usiamo fino in fondo le armi della democrazia. Ad esempio, andate a votare».
