La frazione di Rebbio non è soltanto uno dei quartieri più popolosi della città di Como ma da qualche anno a questa parte è diventato una fucina di idee, di orientamento verso il cambiamento ed il bene comune. Le sue origini più remote certo erano rurali – è stato anche comune autonomo fino al 1937 – tuttavia è soprattutto a partire dagli anni del secondo dopoguerra che è risultato al centro di un notevole flusso migratorio il quale ha rimpolpato la popolazione residente, portando “Alebbio” (l’antico nome del borgo) all’attualità alle dimensioni pari a quelle di un piccolo comune.
È rimasto però per molti anni nell’immaginario collettivo, sostanzialmente come l’emblema di un “quartiere dormitorio” poiché scarsamente dotato di servizi ed invece funzionalmente legato al “centro nobile” della città. Soggetto ad una pressione edilizia residenziale intensiva prima, alla de-industrializzazione ed alla conseguente terziarizzazione poi, perdendo nel tempo sia le peculiarità identitarie tipiche appunto di un piccolo comune (il municipio, la piazza pubblica, la chiesa) che quelle legate alla sua economia stratificata nel tempo (rurale ed industriale). Il quartiere di Rebbio però è diventato anche un riconosciuto laboratorio di idee, soprattutto per merito della Parrocchia guidata da don Giusto della Valle, che è stata in grado di generare rilevanti azioni sociali sul territorio. Peraltro è appena terminata la tre giorni della“Rebbio in festa”, la kermesse popolare di piazzale Braille, alla sua undicesima edizione, che con le multiformi iniziative di intrattenimento, musica, cibo, talk, danza, ecc., hacoinvolto un migliaio di persone, ed ha trasformato un anonimo posteggio in un ritrovato luogo della convivialità. Non si è trattato però soltanto di divertimento, non a caso la festa è iniziata con un dibattito sulla “rigenerazione urbana” dove Stefania Cacia ha dialogato conCristina de Michele, docente di progettazione dei servizi educativi all’università di Milano Bicocca, la quale ha illustrato le esperienze di “progettualità dal basso” maturate recentemente nel Municipio 4 del capoluogo meneghino.
Anche l’anno scorso è stato affrontato il tema delle periferie con Gianni Biondillo, scrittore e architetto, che ha invitato in quella occasione a riflettere su come si possono abitare le frazioni e la città, incoraggiando l’esplorazione a piedi del territorio; quest’anno invece Cristina de Michele partendo dall’esperienza maturata nel quartiere Molise-Calvairate ha posto l’accento sul fatto di poter “mettere in rete” alcuni attori sociali locali, concentrandosi su piccoli bisogni pratici da realizzare, come un percorso pedonale protetto che connetta la scuola primaria con il parco pubblico, anche coinvolgendo pro-attivamente in tale dinamica gli utenti diretti dell’intervento, cioè gli scolari. Si tratta essenzialmente di poter immaginare una modalità di progettazione partecipata con gli abitanti, che sia in grado di produrre successivamente una “metamorfosi del quartiere”, cioè una trasformazione le cui coordinate di riferimento sono quelle dei bisogni condivisi, che nel caso specifico di Rebbio potrebbero essere ad esempio il fatto di poter ricreare una nuova “centralità urbana”, ossia una piazza con funzioni sociali e di scambio nel piazzale Braille. Illuminare magari la via Ennodio e renderla parte della “ciclopedonale dei Parchi”, un’ipotetica infrastruttura per la mobilità dolce che in questo tratto collegherebbe la parte “alta” con quella “bassa” del quartiere, lambendo due parchi, quello denominato Negretti, e quello da costituire nelle zone attigue al camposanto che potrebbe essere chiamato “Parco dei Gelsi”.
Ciò che si è sviluppato negli anni attraverso le multiformi attività parrocchiali, a partire dalle conclamate forme di accoglienza dei migranti anche con edifici adibiti a questa specifica funzione, alla gestione di alcuni beni confiscati alle mafie presenti nel quartiere, all’esperienza di AgriSenna cioè di una sperimentazione di agricoltura sociale e molto altro ancora, è un cambiamento di paradigma che sposta il baricentro dalla dimensione privata spesso individualistica a quella comunitaria, dove i risultati attesi non sono quelli del ritorno economico bensì di quello sociale: in un certo senso potremmo dire dell’aumento percepibile della “felicità collettiva”. In questa direzione è certamente indispensabile un rapporto sinergico con l’amministrazione locale, che sia in grado di supportare le necessità espresse dal territorio manifestando volontà politica, dove gli elementi operativi giuridici che si potrebbero utilizzare, che si chiamino “Regolamento per la partecipazione” oppure “Patti di collaborazione”, sono strumentali per il raggiungimento di obiettivi già a priori condivisi. [Andrea Rinaldo, volontario della Parrocchia di Rebbio e Camerlata]

