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Viaggio a Vicofaro/ Un abbraccio a don Massimo Biancalani

Partiamo alle cinque e mezza del 4 luglio da Rebbio, con il primo sole che colora il cielo. Siamo in cinque, un piccolo gruppo unito da un grande desiderio: portare la nostra solidarietà, il nostro abbraccio, a don Massimo Biancalani, che ha visto chiudere il centro di accoglienza per migranti da lui creato nei locali della casa parrocchiale di Vicofaro, a Pistoia.

Arriviamo in tarda mattinata. Il sole è forte anche qui, come a voler mettere in risalto ogni dettaglio. La piazza della piccola chiesa è occupata da un parcheggio e circondata da tranquille casette di provincia. L’atmosfera sembra quieta, quasi sonnolenta, ma sotto la superficie si avverte qualcosa di sospeso. La chiesa è moderna; sul lato del portico, all’ingresso, una bacheca espone due manifesti A3. Uno proclama che a Vicofaro “no one is illegal”; l’altro, con l’immagine di un barcone pieno di migranti, invita alle donazioni per sostenere il centro. Due segni semplici ma eloquenti di una visione del mondo che oggi, più che mai, sembra sotto attacco.

Ci accoglie don Biancalani, con un sorriso stanco e sincero. Dopo i saluti, ci accompagna a vedere i segni evidenti del recente intervento delle forze dell’ordine. All’interno della chiesa, quasi a ridosso dell’altare, le due porte che conducono alla vecchia cappella – e da lì ai locali della casa parrocchiale – sono sbarrate da solidi pannelli di legno inchiodati. All’esterno, tra due decorazioni murali con citazioni di don Milani e don Angelo Casali, la vecchia porta settecentesca è chiusa con due grossi lucchetti: un’immagine che colpisce al cuore, simbolo di un’accoglienza soffocata, interrotta con forza.

Anche le porte d’accesso alla casa parrocchiale sono sprangate. Ma, a lato della piazza, a testimonianza del passato recente, resta ancora in piedi il tendone con le bandiere della pace e di Vicofaro, che continuano a sventolare. Era uno spazio comune, semplice ma essenziale, dove le persone accolte trovavano riparo dal sole e dalla pioggia; dove la dignità passava anche attraverso una tazza di tè condivisa, una parola amica, un po’ di silenzio rispettoso.

La stanchezza di don Massimo è palpabile, ma ancora più forti sono la sua amarezza e la sua delusione. Ci parla con voce calma, ma carica di emozione. Si sente spaesato, quasi stordito da quanto accaduto. Ci racconta dei ragazzi che ha accolto negli anni – giovani senza altra possibilità, esclusi da tutto – e di come, insieme a un piccolo gruppo di volontari, abbia cercato di dare loro una possibilità concreta: imparare la lingua, trovare un lavoro, ricostruirsi una vita. Alcuni ce l’hanno fatta, e con loro è rimasto in contatto. Altri lottano ancora.

Ci confida le difficoltà enormi di gestire un centro di bassa soglia (struttura che offre servizi di base, facilmente accessibili e senza particolari barriere all’ingresso, per persone migranti che si trovano in situazioni di vulnerabilità o marginalità), con poche risorse, servizi minimi e tante persone, tanti bisogni. Eppure, Vicofaro era un punto di riferimento insostituibile per chi non aveva niente: un tetto, un pasto caldo, un luogo dove essere chiamati per nome. Era un rifugio, certo imperfetto, ma profondamente umano.

La chiusura del centro ha visto la maggior parte degli ospiti ricollocati, su base volontaria, in altri centri Caritas. Una scelta che ha portato anche aspetti positivi. I ragazzi più fragili – quelli senza documenti, quelli con maggiori difficoltà – sono rimasti. Per allontanarli, le forze dell’ordine hanno fatto irruzione in piena regola, in tenuta antisommossa, come se ci si trovasse di fronte a pericolosi latitanti, e non a un prete e cinque ragazzi in cerca d’aiuto. L’immagine è surreale, eppure reale. E per don Massimo è stata un’umiliazione profonda, un trauma difficile da elaborare.

Il silenzio delle istituzioni, l’assenza di un dialogo autentico tra chi decide e chi vive le conseguenze delle decisioni, amplifica la fatica. Quando non si ascolta, quando non si prova a capire, si creano fratture che non sono solo burocratiche, ma profondamente umane. Senza confronto si genera disillusione: chi dà tutto se stesso, ogni giorno, si sente abbandonato.

E si chiede: vale la pena? Ma la risposta, per chi crede nella giustizia e nella dignità umana, resta sempre sì. Anche se fa male.

Salutandoci, don Biancalani ci lascia con l’immagine che da anni lo guida: quella di Papa Francesco che descrive le chiese come “ospedali da campo”, luoghi dove si offre accoglienza, conforto e speranza. Ed è proprio questa visione che continua ad animare il suo impegno, nonostante tutto.

Da parte nostra, l’invito a venire a Como e due doni biblici: l’olio della consolazione e il vino della speranza.

Vicofaro oggi è ferita, ma non spenta. E chi passa da lì, come noi, torna a casa con una responsabilità in più: non lasciare solo chi resiste.

[Marta Pezzati (Como Accoglie), don Giusto della Valle (Pastorale Migrantes e Parrocchia di Rebbio), Mauro Oricchio (Parrocchia di Rebbio)]

Dal “Corriere Fiorentino” del 1° luglio 2025

Era il 2015 quando don Massimo Biancalani accolse nella parrocchia di Vicofaro i primi profughi, provenienti principalmente dall’Africa subsahariana. Con il tempo l’accoglienza si è allargata, fino ad ospitare oltre cento migranti. E oggi, martedì 1° luglio, intorno alle 12, il progetto del parroco si è interrotto con lo sgombero degli ultimi migranti che erano rimasti nella struttura. «Hanno sgomberato Vicofaro» ha detto Biancalani su Facebook. Intorno alle 12.30 la polizia, in assetto antisommossa, è entrata nella canonica di Vicofaro per far uscire con la forza gli ultimi quattro ospiti rimasti all’interno.

Non sono mancati alcuni momenti di tensione. Don Biancalani ha gridato «vergogna» all’indirizzo degli agenti. La liberazione dell’immobile arriva dopo che il 7 giugno il sindaco di Pistoia Alessandro Tomasi aveva emesso un’ordinanza di sgombero per motivi igienico-sanitari. Nei giorni scorsi molti ospiti della parrocchia sono stati ricollocati in altre strutture diocesane e sono stati apposti pannelli di legno per impedire nuovi accessi dalla chiesa alle stanze interne dove c’è il dormitorio.

Don Massimo auspicava che l’esperienza di accoglienza potesse continuare per poche decine di migranti, ma così non è stato, almeno per adesso. Favorevole al ricollocamento dei migranti anche il vescovo di Pistoia Fausto Tardelli, che ha ritenuto necessarie condizioni di accoglienza più favorevoli per i profughi. Per don Biancalani, il rischio è che queste persone trovino in realtà condizioni di ospitalità soltanto provvisorie e lontane dagli affetti e dal senso di famiglia che si era creato a Vicofaro.

Nei giorni precedenti don Massimo Biancalani aveva diffuso un comunicato-appello invitando a un presidio a difesa della struttura. Nel suo comunicato il parroco definisce lo sgombero “un atto grave che colpisce una realtà unica in Italia per la sua dedizione al soccorso, alla gratuità e all’accoglienza di chi è stato abbandonato dalle istituzioni: giovani migranti, scartati da un sistema di accoglienza disumano, trovano qui un rifugio, una comunità. Invitiamo tutti e tutte a un presidio pubblico in difesa di Vicofaro, della dignità delle persone accolte e del diritto di costruire un futuro migliore. Non si può sgomberare la speranza. Non si può chiudere una casa che è diventata rifugio per centinaia di vite. Vicofaro è un «ospedale da campo», non un problema da eliminare. È una Chiesa viva che ha scelto di stare dalla parte degli ultimi. Difenderla è un dovere morale” concludeva citando le parole di papa Francesco (Ansa.it del 25/06/2025).

Don Massimo Biancalani è una figura simbolo dell’accoglienza attiva in Italia, che ha trasformato la sua parrocchia in un centro di vita e integrazione per decine di migranti e che ha denominato nel tempo «ospedale da campo». Tante le sue iniziative, come la pizzeria gestita da rifugiati, alcune delle quali gli hanno portato critiche e altre ammiratori, anche all’interno di Vicofaro, dove da molti era lodato e da molti non era ben visto.

La nota della Diocesi di Pistoia

In merito ai fatti di stamattina inerenti la parrocchia di Vicofaro e per rispondere alle tante speculazioni che stanno circolando sui media si precisa che la totalità degli ospiti della parrocchia di Vicofaro è stata presa in carico dalla diocesi con le modalità già descritte in precedenza, e tutti hanno una struttura idonea di riferimento. Risulta quindi fuorviante e fuori luogo parlare di sgombero dei locali.

Questa mattina pochissimi, ovvero soltanto 3 migranti sugli oltre 160 già presi in carico nelle 5 strutture e in 3 gruppi appartamento della diocesi, sono rimasti all’interno della struttura perché non hanno accettato nessuna delle proposte che sono state fatte loro per il ricollocamento. Proposte reiterate più volte e rifiutate anche dopo averli accompagnati a visitare le diverse strutture. Una volta constatata l’inamovibilità della posizione dei ragazzi e la forte agitazione in alcuni di loro, è stato necessario l’intervento delle forze dell’ordine, in primo luogo per la sicurezza dei migranti stessi, in modo da essere accompagnati fuori in attesa di essere comunque ricollocati in una delle nostre strutture, cosa che è avvenuta nel pomeriggio con la collaborazione della questura di Pistoia.

(da Diocesipistoia.it del 1° luglio 2025)

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