Al ritorno dal viaggio in Camerun, nel territorio della diocesi di Mokolo, don Giusto Della Valle riferisce davanti a una partecipata assemblea della comunità parrocchiale su quanto ha potuto conoscere.
Al centro del racconto sono le fragilità e le criticità, del sistema sanitario così come di quello carcerario, e in particolare la situazione dei bambini e delle bambine, in condizioni difficili, non di abbandono (anzi, le comunità locali si impegnano nel sostegno all’infanzia e nel miglioramento delle prospettive) ma comunque particolarmente esposte alla guerra e alla progressiva frammentazione del tessuto economico e sociale.
C’è un messaggio forte da parte di don Giusto alla “sua” parrocchia, e di riflesso a tutta la diocesi e a tutta la cittadinanza: laddove sono state avviate relazioni con comunità in paesi lontani, queste relazioni vanno mantenute e fatte crescere, non possono limitarsi a un sostegno di carattere finanziario (più o meno sporadico), ma vanno sviluppate in un rapporto di conoscenza reciproca e di partecipazione. Per questo don Giusto, insieme a rappresentanti della comunità parrocchiale, si reca periodicamente in vari luoghi dell’Africa (e in Camerun particolarmente, vista la sua giovanile esperienza proprio nella nazione dell’Africa subsahariana): per continuare a capire e a lavorare insieme, non semplicemente “aiutare”. Don Giusto tiene molto a questo aspetto: le persone che vivono in Camerun hanno la forza, il desiderio e la capacità di liberarsi; sono nazioni e gruppi, uomini e donne giovani e forti. A noi tocca di colmare il debito per rimuovere l’enorme cumulo di problemi che le politiche coloniali dell’Occidente hanno creato e poi rimosso dalla propria coscienza.
È, appunto, un messaggio forte, che chiama in causa la collettività, poiché dimostra nei fatti – e con la “schiettezza evangelica” che caratterizza questo tipo di azioni – che anche una parrocchia può avere una sua politica estera, ovvero può imparare a non rinchiudersi nei propri problemi e nelle proprie ricchezze. È – o dovrebbe essere – un invito a quelle istituzioni, come il Comune di Como, ma non solo, che si arroccano nella propria fortezza, abbandonando anche quelle piccole ma importanti buone pratiche adottate in tempi passati.
Le immagini e i racconti di chi è stato in questi ultimi giorni in Camerun, ma prima anche in Algeria e altrove, dovrebbero essere obbligatoriamente viste e meditate da chi siede nei luoghi dell’amministrazione pubblica. Non per fare del pietismo, ma per provare a capire che non si è soli.
Con estrema gentilezza, don Giusto chiama in causa le persone più sensibili e vicine, e rinnova l’invito a partire e a conoscere. Se non ci si muove, letteralmente non si va da nessuna parte. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

