«Se dovessi morire, fa’ che porti speranza, fa’ che sia un racconto». Questa menzione a un brevissimo passaggio dell’ultima poesia di Refaat Alareer non è casuale. Le testimonianze di Alaa Hathleen, regista del cortometraggio Living Despite Them (2026), e di Alae Al Said, autrice del libro intitolato Il ragazzo con la kefiah arancione (2025, Ponte alle Grazie), si sono svelate assai prossime a questo desiderio anche per mezzo del dialogo.
Il cortometraggio Living Despite Them, girato da Alaa Hathleen e Antonia Colodro segue la vita di Alaa a Masafer Yatta, a sud di Hebron in Cisgiordania. Come noto, qui vige l’apartheid e i palestinesi sono vittime di ripetuti violenti atti di espropriazione e colonialismo.
Nel film, la casa di Alaa viene demolita per la sesta volta dai coloni armati. Tuttavia, ciò che il regista vuole fare, contro ogni razionale previsione, è accostare il dolore e la frustrazione – quelle generate non solo dall’atto di distruzione in sé, e pertanto dalla mancanza, ma soprattutto dall’impossibilità di cogliere una qualche reazione umana in coloro che perpetrano azioni così violente – al desiderio di rinnovare il senso della propria presenza, dell’appartenenza a una terra, tema ricorrente anche nel libro di Alae Al Said.
La sofferenza familiare si presta così a un dolce gioco con le nipoti tra le macerie, dove i sassi divengono pedoni della ricostruzione, dove al centro delle mura domestiche alle quali dover ripensare spiccano le figure dei nonni, degli zii e dei cugini.
L’attacco alla domesticità e alla quotidianità è centrale, lui che dopo il 7 ottobre 2023 è costretto a chiudere il centro fisioterapico da lui gestito e fonte di reddito per via delle ulteriori barriere e dei checkpoints imposti. La sua passione è il calcio, ma sa, come dice proprio nel film, che se la palla finisce al di là delle recinzioni, la morte è strada più facile che non recuperare il pallone stesso.
Il ragazzo con la kefiah arancione, libro presentato già lo scorso anno in occasione di stArci, è un racconto altrettanto intimo che narra la storia di Loai, vittima da bambino di bullismo. Intervistato negli anni ’90 a Al Khalil in Cisgiordania, ripercorre la sua infanzia in stretta correlazione all’occupazione israeliana, specie a seguito della Guerra dei sei giorni del 1967. Perché la kefiah arancione dunque? Dietro ogni simbolo palestinese c’è un diritto che i palestinesi rivendicano, spiega l’autrice Alae Al Said. «Un popolo che non si può autodeterminare alzando la sua bandiera, deve andare a cercare un frutto della terra che abbia gli stessi colori della bandiera per riuscire a dire: ecco la mia bandiera!».
Come dietro ogni kefiah c’è un forte rimando alla storia delle rivolte dei contadini che nel 1936 fecero la rivoluzione sotto il protettorato inglese, contro la logica colonialista. La kefiah arancione è unica, rivendica quella stessa diversità, appartenente al personaggio del libro, motivo per cui era bullizzato, ovvero il colore dei suoi capelli; e tuttavia non smette di indossarla, grazie al supporto dell’amico Ahmad. Essa è metafora del popolo palestinese, continua l’autrice, che davanti alla pulizia etnica e all’espropriazione attuate da Israele, continua a voler dimostrare quanto sia più forte il radicamento alla terra.
Quando si tratta di raccontare immagini e storie assai cruente, difficili, quelle stesse che senza filtri facciamo scorrere sui nostri telefoni quotidianamente, per le quali lamentiamo uno stato di saturazione, incapaci di capirne emotivamente la portanza, ecco che sorge necessario ricercare tattiche narrative e visive in grado di sfuggire all’algoritmo della violenza fugace.
Lo stesso linguaggio cinematografico della filmografia palestinese si interroga da tempo sulle modalità con le quali tornare al tempo della lettura, alla lentezza e al bisogno di soffermarsi. Queste tattiche prevedono talvolta immagini ferme o in movimento sempre più ingrandite (fare zoom), perché l’immagine riveli il suo essere corpo, materia, pixel, qualcosa di tangibile come le pagine di un testo.
Solo allora, guardando a un dettaglio, o meglio, alla somma di tante parti che tuttavia non restituiscono con immediatezza un quadro d’insieme intellegibile, solo allora, la parola e l’immagine avranno fatto breccia, avranno comunicato finalmente qualcosa che è destinato a perdurare, nate per capirne il senso.
Come divenire racconto e perché volerlo? Se ci ostiniamo, spiega Alae Al Said, a riferirci al popolo palestinese attraverso l’esclusivo immaginario di resistenza e sumud, neghiamo loro in qualche modo la possibilità di viversi nella sofferenza della perdita e del dolore.
Serve voler cambiare il valore della scala con la quale farci prossimi in ascolto e solidarietà, vale a dire con un consapevole appesantimento emotivo in grado di smuovere una coscienza politica che non si giustifichi come impotente, passiva e pertanto complice. Essere racconto vuole dire, almeno per quanto consegnato al pubblico durante la serata, accompagnare il lettore verso l’affetto che si proverebbe a leggere una qualsiasi storia, dove prima di tutto scegliamo di ricordare i nomi dei suoi personaggi.
L’importante iniziativa non avrebbe avuto luogo senza la cooperazione di realtà territoriali e non, tra cui ricordiamo le realtà promotrici Semm Sumud e Bds Como, con il prezioso contributo di Ohana ODV. Di seguito alcune foto e degli estratti video corposi di significato, con gli interventi forti e toccanti e veri di Alaa Hathleen e Alae Al Said, così come i contributi di Rossella Verga e Nicoletta Barone per Semm Sumud, di Beatrice Rumi per Bds e di Silvia Castelli a nome di Ohana. In allegato anche un video, proiettato in occasione dell’incontro, realizzato da Bds Italia per il boicottaggio di Teva, azienda farmacologia israeliana che sostiene l’IDF. [Articolo, video e foto di Giulia Rho, ecoinformazioni]

