«Un progetto collettivo/ Quattrocento euro l’anno a ciascuno studente delle scuole statali primarie e secondarie di primo grado di Como. Potrebbe essere il primo passo del Reddito Scolastico Comunale, una proposta universalistica che, sulla base dei dati scolastici oggi disponibili, richiederebbe uno stanziamento iniziale massimo di circa 1,77 milioni di euro. L’importo potrebbe salire gradualmente a 650 euro nel secondo anno e a 900 euro nel terzo.
La proposta non consiste in un nuovo bonus contro l’inflazione, né di una prestazione riservata esclusivamente alle famiglie economicamente più fragili. Il Reddito Scolastico nasce da una riflessione più ampia sulla funzione strategica della scuola pubblica, sul valore sociale dell’apprendimento e sul ruolo che il Comune può esercitare nel rendere effettivo il diritto costituzionale all’istruzione.
Il rincaro dei libri e del materiale scolastico conferma però l’urgenza concreta del problema. Secondo l’indagine di Federconsumatori riportata da Collettiva, una testata della Cgil, nel 2026 libri, dizionari e corredo possono costare 1.235,21 euro per chi comincia la scuola media e 1.478,75 euro per uno studente delle superiori. Una dotazione tecnologica di base può aggiungere più di 421 euro. La scuola dell’obbligo è formalmente gratuita, ma la sua frequenza continua a comportare costi consistenti per le famiglie. [collettiva.it]
Università e gradualità
La proposta, che ho illustrato in due mie precedenti articoli, esclude il ricorso all’ISEE per il contributo di base. La scuola pubblica svolge una funzione universale e il sostegno dovrebbe essere riconosciuto a tutti gli studenti appartenenti alla platea individuata dal Comune. L’ISEE potrebbe continuare a essere utilizzato per prestazioni aggiuntive rivolte a chi incontra particolari difficoltà economiche, sociali o personali.
Universalità non significa, tuttavia, che la misura debba raggiungere immediatamente l’importo massimo. La gradualità riguarderebbe la somma erogata, non il numero dei beneficiari. Tutti gli studenti aventi diritto, fondato esclusivamente sulla frequenza scolastica, riceverebbero 400 euro fin dal primo anno. Dopo una valutazione pubblica del funzionamento della misura, il contributo potrebbe passare a 650 euro nel secondo anno e raggiungere i 900 euro nel terzo.
Tuttavia, non bisogna nascondersi che le incertezze che contraddistinguono gli scenari economici internazionali e nazionali, potrebbero costringere a graduare con maggior prudenza l’iniziativa: proprio questi scenari di crisi dovrebbero però indurre a dirottare sulla scuola pubblica maggiori risorse in termini relativi e assoluti.
Il documento comunale sulla rete scolastica che ho utilizzato come base provvisoria di questa proposta, registra 2.542 alunni nelle scuole primarie statali e 1.893 nelle secondarie statali di primo grado, per un totale di 4.435 potenziali beneficiari. Il documento risale però al settembre 2024. Prima dell’adozione della misura, il dato dovrebbe essere aggiornato e il Comune dovrebbe stabilire se il beneficio spetti in base alla residenza, alla frequenza di una scuola situata nel territorio comunale oppure alla combinazione dei due requisiti. Ritengo che sarebbe doveroso optare per la frequenza.
Assumendo provvisoriamente una platea di 4.435 studenti, il primo anno costerebbe 1.774.000 euro. Il secondo, con 650 euro per studente, richiederebbe 2.882.750 euro. A regime, il contributo di 900 euro comporterebbe una spesa massima di 3.991.500 euro. Gli importi effettivi sarebbero ricalcolati ogni anno in base alla popolazione scolastica reale.
Un cambio di passo nel bilancio comunale
Il Bilancio finanziario 2026-2028 del Comune di Como attribuisce alla Missione 04, “Istruzione e diritto allo studio”, 13.479.032,26 euro per il 2026. Di questi, 8.044.179,26 euro costituiscono spesa corrente e
5.434.853 euro sono destinati agli investimenti. All’interno della Missione, il Programma 07, specificamente denominato “Diritto allo studio”, dispone di 150.000 euro, interamente di parte corrente. [comune.como.it]
I 150.000 euro non rappresentano tutta la spesa comunale a favore della scuola. Refezione, servizi ausiliari, edifici e altri interventi sono contabilizzati in programmi differenti. Il confronto permette tuttavia di misurare il cambio di scala: lo stanziamento iniziale del Reddito Scolastico sarebbe quasi dodici volte superiore a quello del programma specificamente denominato “Diritto allo studio”.
La spesa iniziale di 1,774 milioni equivarrebbe al 13,2 per cento dell’intera Missione 04, al 22,1 per cento della sua componente corrente e all’1,45 per cento della spesa corrente complessiva del Comune, prevista nel 2026 in 122,6 milioni di euro. Sarebbe quindi una nuova priorità politica, non un intervento marginale. [comune.como.it]
Il bilancio di previsione presenta però un equilibrio di parte corrente pari a zero. Le entrate correnti previste finanziano già programmi e servizi. Non esiste un fondo libero dal quale prelevare automaticamente 1,774 milioni di euro. La proposta richiede pertanto nuove entrate strutturali oppure una riprogrammazione permanente della spesa, senza sottrarre risorse alla manutenzione delle scuole, alle mense, ai trasporti e ai servizi educativi.
Una copertira da costruire con pridenza
Una prima leva da esaminare è l’addizionale comunale all’IRPEF. Como applica un’aliquota dello 0,70 per cento, con esenzione per i redditi imponibili non superiori a 15.000 euro. L’aliquota era dello 0,80 per cento fino al 2022, dello 0,77 nel 2023 e dello 0,74 nel 2024. Esiste quindi un margine teorico, ma sarebbe sbagliato aumentare indiscriminatamente il prelievo. Gli uffici dovrebbero valutare una struttura per scaglioni che protegga i redditi bassi e medi, aumentando la soglia di esenzione, e che concentri l’eventuale maggiore contribuzione sulle fasce più elevate. [comune.como.it], [finanze.gov.it]
Secondo stime dell’amministrazione riportate dalla stampa locale, l’addizionale dovrebbe produrre nel 2026 circa 11,2 milioni di euro. Questa cifra non è però separatamente leggibile nel riepilogo generale del bilancio e deve essere considerata una previsione da verificare. L’effetto di ogni modifica potrebbe essere calcolato dal Comune attraverso il simulatore del Portale del federalismo fiscale. [quicomo.it], [laprovinciadicomo.it]
Una seconda leva è l’IMU. Anche in questo caso non si propone un aumento generalizzato. Eventuali rimodulazioni dovrebbero rispettare le categorie e i limiti stabiliti dalla legislazione nazionale, essere accompagnate da una simulazione ufficiale e preservare l’abitazione principale ordinaria, già esente. Il prospetto comunale contempla già aliquote differenziate secondo le categorie catastali e la destinazione degli immobili. [comune.como.it]
Una terza possibile fonte è rappresentata dai proventi della concessione dello stadio Giuseppe Sinigaglia, bene appartenente al patrimonio comunale. La concessione oggi vigente, sottoscritta nel 2020 e destinata a durare fino al 2032, prevedeva dopo gli aggiornamenti del 2024 un canone annuo di 205.910 euro, soggetto alle variazioni ISTAT. Nell’agosto 2026 il Comune ha inoltre approvato l’assegnazione al Como 1907 di ulteriori 143 metri quadrati, valutati dall’Ufficio tecnico estimativo in 42.655 euro annui, oltre IVA se dovuta. Ne deriverebbe un canone complessivo indicativo di 248.565 euro annui, prima dell’eventuale indicizzazione. L’importo effettivamente disponibile dovrà però essere verificato nell’addendum contrattuale, nella decorrenza del nuovo canone e negli accertamenti di bilancio.
Il canone di concessione costituisce normalmente un’entrata extratributaria di natura patrimoniale. In assenza di specifici vincoli legislativi o contrattuali, il Comune può destinarlo al finanziamento di una spesa corrente della Missione 04 mediante il bilancio o una sua variazione. Assumendo a puro titolo indicativo l’intero canone di 248.565 euro, questa entrata coprirebbe circa il 14 per cento del costo del primo anno del Reddito Scolastico. Non basterebbe dunque da sola, ma potrebbe costituire una componente stabile e riconoscibile della copertura, previa verifica delle somme effettivamente accertate e riscosse.
Una nuova fonte di entrate
Una prospettiva più rilevante potrebbe aprirsi con la prossima concessione legata alla riqualificazione dello stadio. La proposta progettuale presentata dal Como 1907 è stata esaminata nella conferenza di servizi preliminare, conclusa positivamente con determinazione comunale del 7 gennaio 2026; ciò non equivale però all’approvazione della convenzione definitiva. Nel dibattito istruttorio, la società di consulenza incaricata dal Comune avrebbe ritenuto congrua una concessione di quarant’anni e indicato un possibile canone annuo di un milione di euro. Questa cifra è ancora un’ipotesi negoziale riportata dalla stampa, non un’entrata certa né già iscritta nel bilancio.
Ritengo si tratti di una valutazione che sottostima l’importanza dell’intervento urbanistico riguardante lo stadio. Tuttavia, se la futura convenzione stabilisse effettivamente un canone di un milione di euro, tale entrata potrebbe coprire, ai valori oggi stimati, circa il 56 per cento della prima annualità del Reddito Scolastico, il 35 per cento della seconda e il 25 per cento della misura a regime. La nuova concessione dovrebbe quindi essere valutata anche per la sua capacità di restituire alla città una quota della valorizzazione economica di un bene pubblico. Una destinazione stabile, totale o parziale, del canone al diritto allo studio richiederebbe comunque una decisione espressa del Consiglio comunale, la conclusione della procedura concessoria e l’iscrizione prudenziale dell’entrata nel bilancio soltanto dopo che essa sia diventata giuridicamente esigibile e attendibilmente quantificabile.
A queste risorse potrebbero aggiungersi, con stime molto prudenziali, gli incassi effettivi derivanti dal recupero dell’evasione tributaria, l’aggiornamento delle banche dati, maggiori proventi del patrimonio comunale, una revisione dei canoni e delle concessioni ed economie strutturali di spesa. Non dovrebbero invece essere utilizzate stabilmente la TARI, le entrate destinate agli investimenti o il fondo di riserva.
L’eventuale avanzo di amministrazione potrebbe sostenere soltanto i costi iniziali del sistema informatico, della procedura e della valutazione indipendente. Non rappresenterebbe una copertura adeguata a una prestazione destinata a ripetersi ogni anno.
Socializzare le rendite
La ridefinizione della politica urbanistica che è stata avviata dalla proposta del Calcio Como, merita un approfondimento di carattere più generale.
Il progetto dello stadio viene a soprapporsi e a rafforzare la nuova “vocazione” di Como come meta privilegiata del “turismo di lusso”. Si tratta di un’economia, che può vantare un solido ancoraggio al tessuto economico territoriale tradizionale (seta, moda ecc.), che presenta come caratteristica peculiare la trasformazione di un patrimonio storico e civile collettivo, in rendite private di notevolissime dimensioni. Ne ho parlato in alcuni articoli e mi limito a segnalarne due: La fabbrica del lusso e le nuove élite comasche e Il Calcio Como e la formazione di una rete economica territoriale. Dovrebbe quindi essere compito di un Comune realmente riformatore trovare e proporre forme di riappropriazione collettiva di queste rendite.
Il compito naturalmente non è facile, perché l’attuale architettura istituzionale, nata sull’onda delle politiche e dell’ideologia neoliberista, imbriglia, per molti aspetti, le possibilità degli enti locali: è stato questo il compito che ha svolto per lungo tempo il cd “patto di stabilità”.
Si tratta di un dato per molti versi paradossale: infatti, proprio sugli enti locali lo Stato scarica il costo e l’offerta di servizi fondamentali: tutto il settore prescolastico (0-6anni) e la manutenzione delle scuole pubbliche spetta infatti al Comune, che vi dedica una parte molto consistente (un quarto) del proprio bilancio. Si tratta, dunque, di saper innovare, nella consapevolezza che è necessario spingere i partiti nazionali e le istituzioni pubbliche intermedie (Regione, Provincia) a modificare il proprio operato.
Del resto, e siamo al secondo aspetto paradossale di una legislazione che tenta di imbrigliare le capacità di spesa dei Comuni, uno degli spazi di libertà che la stagione neoliberista ha aperto è proprio quello delle autonomie locali: è di questi giorni la notizia, per fare un esempio, che anche la Regione Veneto ha regolamentato la procedura del cd “fine-vita”.
Infine: oltre trent’anni di politiche sperequative, anche sul piano regionale – e basti pensare al servizio sanitario nazionale, che vede disparità regionali eccezionali -, rendono paradossale affermare che il progetto di Reddito Scolastico Comunale produrrebbe differenze territoriali. Non si tratterebbe, in effetti, di concorrenza, in ogni caso lecita visto il regime vigente, ma di emulazione, cioè di un progetto pilota da
diffondere nel paese per contribuire a cambiare l’ideologia e la prassi amministrativa prevalenti, ricominciando a ristabilire l’effettivo esercizio dei diritti costituzionali.
L’azione di governo come sintesi delle contraddizioni
Qualche cenno merita il tema del metodo di governo.
Ritengo sia senz’altro auspicabile, soprattutto perché realizzabile, la ricerca del consenso anche di coloro che godono di queste immense ricchezze (rendite) che non sono dovute ad alcun lavoro individuale, né tanto meno aziendale, ma alla cooperazione sociale. Si possono escogitare forme volontarie di redistribuzione, strutturando efficaci combinazioni di partenariato pubblico-privato: sempre che non tentino di ricalcare la logica del cd “project-financing”, che risulta spesso una trappola per le casse pubbliche.
Tuttavia, è bene insistere su un dato che la cultura neoliberista ostinatamente nasconde: la sintesi politica che muove l’azione pubblica può anche essere il frutto di una reale e franca dialettica sociale. Di più: può essere il frutto del conflitto sociale, che del resto è proprio la logica neoliberista ad alimentare. Il conflitto sociale, come quello internazionale, nasce da ragioni obiettive, non dalle ubbie “ideologiche” di qualche “cattivo maestro” o “capo sconsiderato”. Rimuovere i dati di realtà, ha avuto come conseguenza di spingere il legislatore ad assumere vesti sempre più autoritarie (anche a livello locale: il “Sindaco-Sceriffo”), veicolate da pulsioni e da retoriche “securitarie”, che tuttavia risultano un volano inconsapevole (quando non esistono parti in causa) della stessa conflittualità e della crisi della democrazia. È troppo semplice, di più: è colpevole, dopo trent’anni di “liberismo di sinistra” e di politiche “pseudo-sovraniste”, che hanno accumulato, entrambe, fallimenti ben riconosciuti nelle scienze sociali, è troppo semplice rammaricarsi dell’ascesa della destra radicale di matrice fascista e della crescente base sociale che essa trova o del crescente astensionismo, che pure nei momenti importanti (come i referendum) ha dimostrato di rimanere un sicuro baluardo delle istituzioni democratiche.
Alla prova dei fatti, “progressisti” e “liberali” e “conservatori” sono chiamati, se davvero liberi da interessi in causa (come pur dichiarano) e se animati dalla ricerca dell’“interesse generale”, ad una critica radicale della propria cultura di riferimento. Deindustrializzazione, stagnazione dei salari, aumento delle diseguaglianze e delle povertà, sgretolamento dello “Stato sociale” (sanità, scuola, università, pensioni), progressivo annichilimento delle libertà fondamentali, svuotamento della rappresentanza e della divisione dei poteri, progressiva destabilizzazione del diritto internazionale: sono problemi che vanno affrontati con strumentazioni analitiche appropriate, altrimenti le azioni di governo risultano velleitarie. Tanto sul piano nazionale che su quello locale.
I programmi di governo realmente riformatori nascono dalla capacità di sintesi: cioè dalla capacità di riconoscere le motivazioni del conflitto e dalla ricerca della sua risoluzione nel pieno rispetto dei principi democratici. Quando parlo di “conflitto” è bene essere chiari: non intendo il “conflitto di piazza” o la “politica urlata” dei social e dell’insulto o le classiche “manifestazioni”. Questi sono dati di “colore”, in ultima analisi, oppure segnano momenti di degenerazione, se esauriscono il compito della politica. Intendo, invece, il confronto analitico, cioè quello condotto sul piano dell’analisi sociale, tra interessi differenti e divergenti.
Si tratta, dunque, di riprendere, anche se con occhi e idee nuove, quelle stesse strumentazioni, oggi deliberatamente dimenticate, che sono state alla base della scrittura della nostra Carta costituzionale, che non a caso ha subito e continua a subire i principali attacchi proprio da parte delle principali e più consapevoli forze disgregatrici della pace sociale e internazionale. Pur tra mille contraddizioni, il maggior sviluppo economico l’Italia l’ha conosciuto nel fecondo periodo della Prima Repubblica.
Una proposta per tutta la città
Il Reddito Scolastico Comunale non è ancora una decisione amministrativa e non dispone oggi di una copertura finanziaria certificata. È una proposta politica quantificata, universalistica e graduale, che deve essere sottoposta alla verifica tecnica degli uffici e al confronto pubblico.
Prima dell’avvio sarebbero necessari almeno tre documenti: l’aggiornamento della popolazione scolastica, una simulazione fiscale ufficiale e un piano triennale delle coperture. Al termine del primo anno, una valutazione indipendente dovrebbe verificare il funzionamento amministrativo, la partecipazione delle famiglie e gli effetti della misura: ma non certo ricercando impossibili indicatori quantitativi, quanto misurandosi in un dialogo sistematico con gli istituti scolastici, le famiglie e gli studenti. La scuola pubblica, come dicevo, come centro strategico della politica cittadina: non più routine amministrativa, ma politica culturale a tutto campo per risvegliare le forze migliori e future della società.
La proposta ha già attraversato diverse sedi di discussione. Una prima formulazione è stata pubblicata da Effimera nel giugno 2026. Il Movimento Cinque Stelle di Como ha dichiarato di guardare “con interesse” a questa proposta. [QuiComo.it] Il progetto, che è stato discusso anche con l’ARCI provinciale di Como, è stato poi ripreso da una sua testata, ecoinformazioni. La nuova elaborazione, votata a identificare le coperture finanziarie, non intende diventare patrimonio esclusivo di una forza politica. Viene invece proposta alle associazioni, alle organizzazioni sindacali, alle istituzioni scolastiche, alle famiglie, a tutte le forze politiche cittadine, infine, ma non per importanza, a tutti gli individui disponibili a confrontarsi nel merito.
Rimane, infine, da quantificare, sia dal lato della spesa che da quello delle entrate, il provvedimento a favore dell’implementazione dell’offerta didattica delle scuole pubbliche: si tratta, tuttavia, di un provvedimento che deve necessariamente trovare la piena partecipazione del mondo della scuola. Il quale, grazie all’autonomia di cui gode in virtù della legislazione più recente, può trovare nel Comune il finanziatore e il promotore principale, capace anche di coinvolgere tutte le espressioni economiche e associative del territorio.
Como possiede una rete articolata di scuole pubbliche e può riconoscere, con un atto politico in controtendenza, nell’istruzione la propria prima vocazione. Il Reddito Scolastico Comunale trasformerebbe questa vocazione in una scelta politica visibile. Non un bonus occasionale, e nemmeno una faticosa routine amministrativa il cui pesante onere si vuole in ogni modo ridurre, ma una misura attraverso la quale la città assume la formazione delle nuove generazioni come responsabilità collettiva». [Luca Michelini, professore ordinario di Storia del pensiero economico presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa]

