«Le esperienze di economia solidale fanno crescere un diverso paradigma globale di vita, una concezione che valorizza la ricerca della felicità collettiva e non il consumo individuale massificato e il mito del possesso
È possibile ridisegnare un futuro di rinnovata speranza sociale, un’idea di cambiamento della società, in piena crisi economica? In altri termini, come è possibile trasformare la prima crisi finanziaria del neocapitalismo, in questo millennio (crisi finanziaria che ha acuito la crisi ecologica e che è diventata crisi del lavoro, dei salari, dei consumi) in opportunità per far crescere un diverso paradigma globale di vita, quello che negli ultimi quindici anni è stato chiamato nuovo mondo possibile? La domanda può apparire retorica e si presta a facili risposte ideologiche, inoltre parlare delle buone pratiche presenti nella società e di economia solidale può sembrare ingenuo agli occhi di chi ritiene (a destra) che volontariato e terzo settore siano soltanto una ruota di scorta del welfare in crisi o di chi ritiene (a sinistra) che questo mondo non possa sostituire l’idea di un soggetto sociale capace di essere trainante e centro di trasformazione. Molte sono le novità che mi rendono fiducioso e mi fanno pensare che questa lunga crisi che stiamo attraversando sia la prima opportunità storica globale di cambiamento: la crisi ha reso palese anche a grandi masse nel mondo che vi è un rapporto stretto e indissolubile tra modello economico capitalistico e crisi ecologica, tra privilegi del mondo ricco e impoverimento dei tre quarti del mondo, tra consumo delle risorse e organizzazione della società, tra consumi collettivi e stili di vita, tra presente e futuro.
I due demoni che la letteratura di fine ottocento cominciava a intravedere, la velocità e il possesso, sono diventati oggi la forma di una vita globale che ha perso la sostanza del senso delle cose. Due miliardi e mezzo di persone si affacciano alla porta del neocapitalismo e chiedono di vivere come un europeo medio; tutti sappiamo che per garantire uno stile di vita simile a tutti servirebbero tre Terre, e noi umani ne abbiamo una, con risorse finite e poco tempo a disposizione per offrire un futuro possibile alle nuove generazioni. Ecco perché diviene centrale garantire la persistenza e la formazione di capitale sociale, brutta categoria che andrebbe rivista, ma che evidenzia la capacità di creare relazioni e reti sociali, amicali e associative tra individui e famiglie. In Italia, secondo uno studio dell’Università di Bologna un italiano, in media, può contare sul sostegno di 4,8 persone, ma ben il 28,3% degli intervistati non ha nessuno a cui rivolgersi. Il capitale sociale familiare è minore fra chi ha bassi livelli di istruzione e di status socioeconomico, è minore nel Mezzogiorno rispetto al Nord Italia. Secondo la ricerca, quindi, esiste un legame fra lo status sociale e la cultura civica degli italiani e la qualità delle loro relazioni sociali: più basso è lo status, minore è il capitale sociale. La Commissione Europea stima che in Europa vi siano impegnati nel volontariato oltre 100 milioni di cittadini, con un apporto al Pil che arriva al 5% a livello europeo (con picchi dell’8%, come nel Regno Unito). Ulteriori stime ritengono che un euro investito nel volontariato venga moltiplicato fino a trenta volte dal lavoro dei volontari.
Buone pratiche
È in questo contesto che si collocano tutte le esperienze di terzo settore e in particolare di volontariato: quello di lavorare per l’inclusione a partire dal sostegno e la promozione di relazioni e reti sociali. In Italia le organizzazioni di volontariato sono più di 35.000, con 1.123.000 volontari e oltre 3,2 milioni di ore settimanali di volontariato, equivalenti al lavoro di 80.600 operatori a tempo pieno. Sono oltre 10 mila le imprese sociali oggi in Italia, di cui più di 7300 le imprese sociali tradizionali, ovvero le cooperative sociali, e oltre 2600 tra fondazioni e altre organizzazioni non profit, di queste però soltanto 501 sono le imprese che a fine aprile 2009 risultavano iscritte ai registri camerali ai sensi della legge 118/05 sull’impresa sociale. Se leggiamo il dato complessivo del terzo settore, come risulta dall’ultima ricerca a disposizione dello scorso anno, emerge che cresce con una media del 15% all’anno, con un fatturato complessivo di circa 38 miliardi di euro. A Milano esiste una città nella città di 70 mila volontari e la Lombardia formigoniana rimane tra le regioni a più alto tasso di esperienze di economia solidale. A fianco di questa parte di società che non si arrende al pensiero unico e alla vita disciplinata dal consumo e dal possesso ci sono le esperienze di economia sociale, i distretti di economia solidale (o Des) che a Torino, Milano, Brianza, Como, nelle Marche, a Lucca, in Trentino, a Verona, a Venezia, a Pisa, ad Arezzo, Varese, Modena, Cremona, Bologna e a Sud in Abruzzo e a Napoli hanno attivato canali di scambio di informazioni, beni e servizi tra botteghe del commercio equo, gruppi di acquisto solidale, realtà di finanza etica e di turismo responsabile, produttori biologici, cooperative sociali e associazioni. Le organizzazioni equosolidali, che si occupano di mercato equo, garantiscono lavoro a circa 1000 persone in tutta Italia e sono in forte crescita (di vendite, di investimenti, di assunzioni). Ciò che avviene attraverso queste iniziative è un incontro tra valori d’uso (reali o simbolici) e dignità umana, è un investimento libero e volontario in compiti d’interesse comune che possono essere un modo per salvare le reti sociali dall’imbarbarimento dei rapporti umani ridotti a rapporti economici.
Le contraddizioni sono molte e sono oggetto di dibattito (tra l’altro il 4 e 5 dicembre di quest’anno ci sarà la prima autoconvocazione del Volontariato italiano per discutere proprio di questo), ma grande è lo sforzo anche culturale per affrontare in positivo la crisi e per dare una forma complessiva a quello che ormai è il settore di economia solidale, un settore non alternativo, ma complementare al sistema di mercato, eppure capace di creare una riserva enorme di anticorpi sociali e di suggerire percorsi di felicità lontani dall’idea predatoria del possesso individuale e dal consumo come metro di livello di vita».
