L’istantanea della scuola comasca ci consegna il volto contraddittorio, e per certi aspetti preoccupante, della sua popolazione: il tasso di scolarità (rapporto tra iscritti e popolazione in età scolastica) è il più basso della Lombardia (il 74,6%) e tra i più bassi d’Italia. Non meraviglia che anche alle superiori il tasso sia il più basso (67,2%) e non è più soddisfacente la storica spiegazione che siamo nella provincia con un indice di occupazione alto, perché la crisi economica ha svelato la fragilità di un tessuto produttivo a cui mancano innovazione e investimenti.
“Un terzo degli studenti della provincia di Como, dopo le scuole medie, sceglie di proseguire gli studi in un istituto tecnico (33,8%), in media con il dato nazionale (33,5); tuttavia quella comasca è la quota più bassa tra le province lombarde: il dato medio regionale si attesta sul 38,7% a causa delle percentuali molto elevate registrate a Cremona (40,4%), Lecco (42,5%) e Lodi (52%). Un quarto degli studenti comaschi (24,9) sono iscritti al liceo scientifico, e in questo caso la percentuale è la più alta tra tutte le province lombarde; la media regionale è del 22,3% e quella nazionale del 23,1%. Un’altra fetta consistente sceglie di proseguire con l’istituto professionale; le percentuali regionale e nazionale sono simili (21,8% e 21,3%). Seguono le scuole magistrali (9,5%), gli istituti d’arte (4,9%), il liceo classico (4,8%) e il liceo artistico (0,1%).” (pagg. 4-5 del dossier Camera di Commercio).
La distribuzione delle iscrizioni conferma che 6 studenti su 10, in Lombardia e a Como, seguono studi tecnico-professionali, ma questo volto industrialista legato al manifatturiero è entrato in crisi da anni e già si vedono diverse tendenze: un aumento della licealizzazione (dato di Como), apertura di corsi legati al terziario, al turismo e al commercio. Vi sono poi le tendenze legate al riordino Gelmini e all’accordo Gelmini Formigoni, che il documento della Camera di Commercio non può ancora leggere, ma che noi possiamo evidenziare: di fronte al caos informativo i genitori hanno iscritto i propri figli ai percorsi tecnici e liceali; gli istituti professionali hanno avuto un calo di iscritti ai corsi nazionali (poco chiara e generica la figura in uscita) e un aumento di classi prime sui corsi regionali; questi ultimi formano una figura di lavoratore qualificato che lavora per compiti ed esegue mansioni, figura emblematica di un tempo che non chiede saperi diffusi e capacità critiche, ma servi della gleba. I dati sugli alunni di recente immigrazione in provincia di Como evidenziano che le percentuali sono tra le più basse della Lombardia (8,4% rispetto all’11,3% della regione e al 7% dell’Italia) e che sono la scuola primaria e l’istruzione professionale, tra le superiori, ad assorbire il carico di problematicità. Il documento riporta anche i dati sulla dotazione organica e sul rapporto alunni/classi, ma senza un’analisi storica risulta poco leggibile.
Dalle statistiche presentate credo emergano alcuni dati generali che vale la pena precisare. La scuola comasca è soltanto generalista, non ha un specializzazione prevalente, sintomo della difficoltà della politica a costruire scenari, dell’economia a sperimentare e a investire, della scuola a percorrere strade diverse. Il governo dell’amministrazione pubblica fa fatica ad assumersi la responsabilità di una programmazione strategica territoriale e pare schiacciato sul ruolo di esecutore di ordini regionali: quanti corsi alle scuole statali e quanti al privato. Eppure i problemi sono altri, siamo la regione che più ha finanziato la scuola privata (il 22% degli studenti la frequenta), ma con il 32,7% della popolazione che possiede la licenza media, il 35% il diploma e solo il 10,7% (dato anche italiano) di laureati, il più basso d’Europa. [Marco Lorenzini, ecoinformazioni]
