Piccole lampade accese fanno da cornice al racconto di un uomo verso i “signori del bar” che gli hanno pagato da bere. Quell’uomo, quel “Gesù” ha nelle tasche solo un biglietto del tram, una pessima bottiglia di sambuca, qualche gettone di plastica per i carrelli del supermercato. Un “Gesù” improbabile che si confronta coi propri dubbi e le proprie paure. I personaggi che vanno a comporre il racconto, sono l’incarnazione del degrado sociale e della povertà: il barbone, la donna con la testa impicciata, la vecchia che non crede in Dio, la prostituta, i facchini negri del supermercato, sono tutti emarginati che vivono nello stesso quartiere romano e si relazionano attraverso la differenza che allo stesso tempo è la loro ugualianza.
Gli spettatori sono così condotti in un monolocale di un palazzo di periferia, con vista sul parcheggio di un supermercato, da dove si vedono “le guardie” aggredire i lavoratori che manifestano per i loro diritti; è qui che si tratta di capire, se scendere ad aiutare in strada, oppure, come fa Dio, da lassù, restare a guardare.
Insomma uno spettacolo senza mezzi termini, bello e crudo che ha attirato al Sociale un pubblico vasto ed eterogeneo.
Alla chiusura del sipario è seguito per i più giovani un dj set con drink offerto dal teatro.
[jl, ecoinformazioni]

