Nella serata di giovedì 21 novembre 2024 si è svolto presso il cinema Astra di Como, come da programma, l’incontro Domandate Pace: voci in dialogo per il Medio Oriente.
L’iniziativa è stata promossa dal Centro di ricerca Religioni, Diritti ed economie nello spazio mediterraneo dell’Università Insubria, dalla Pastorale universitaria della Diocesi di Como e dalle altre realtà e persone che collaborano alla rassegna cinematografica per il dialogo interreligioso, la cui nuova edizione è in programma proprio all’Astra con l’inizio del nuovo anno. A sfidare la prima nevicata della stagione invernale, che certamente non ha favorito la partecipazione (sebbene a Como essa sia stata più clemente che in altre zone della provincia), una cinquantina di persone nella platea.
Ad Alessandro Ferrari, direttore del già citato Centro di ricerca, il compito di moderare i quattro relatori presenti o collegati da remoto: Giorgio Sacerdoti (docente di diritto internazionale dell’Università Bocconi, presidente del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea); Izzedin Elzir (imam di Firenze, già presidente dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia); Giorgio Gomel (del Comitato direttivo di JCall Italia, Presidente di Alliance for Middle East peace Europe) e Paola Caridi (giornalista e storica, in collegamento da Amman, la capitale della Giordania, dopo essere vissuta a lungo a Gerusalemme).
Difficile dare compiutamente conto del merito della conferenza che, come si può evincere dalla registrazione integrale, è stata lunga e densa di contenuti. È però di un qualche interesse riflettere sullo sviluppo complessivo del discorso.
Video trasmesso in diretta sulla pagina Facebook di ecoinformazioni dell’incontro del 21 novembre all’Astra di Como: Domandate Pace.
In primo luogo, gli intervenuti hanno espresso una sostanziale e unanime concordia nell’escludere che le religioni in quanto tali siano determinanti nel conflitto/genocidio in corso. Izzedin Elzir ha riferito che persino Hamas, in un documento di ormai diversi anni fa, ha riconosciuto che la propria lotta contro lo Stato di Israele ha cause e finalità esterne alla logica dello scontro religioso. La religione gioca dunque un ruolo nella misura in cui ci sono frange estremiste islamiche ed ebraiche (ma anche cristiane, basti pensare all’appoggio incondizionato alla pratica genocidiaria dello Stato di Israele da parte degli ambienti clerico-fascisti della destra estrema americana), che ammantano di una retorica da guerra santa pratiche scellerate e terroriste che, in ultima analisi, appartengono a disegni propri della sfera politica, geopolitica, economica. Se la questione del conflitto religioso e della convivenza possibile tra fedi diverse, in Medio Oriente e non solo, era un esplicito cardine della serata, si può affermare con ragionevole sicurezza che tale nodo è stato agevolmente superato fin dalle prime battute, tanto che il richiamo al tema ha avuto in seguito una funzione più legata alla retorica e alla completezza espositiva, che non al procedere di un’analisi serrata.
Si può affermare in maniera parimenti fondata che una comunione di vedute tra le voci che hanno animato la serata, dal palco dei relatori ma anche dal pubblico, sia stata, nei fatti, espressa solamente su questa unica interpretazione. Senza, per altro, che si esternassero clamorose forme di dissenso. Semplicemente, di fronte all’osservatore sono andate in scena due conferenze distinte e, per la gran parte del tempo, cioè almeno fino agli interventi del pubblico, quasi del tutto parallele. Una distanza così straniante che avrebbe persino permesso allo stesso osservatore, magari distratto dal freddo e dal sonno, di non accorgersi che, nei fatti, i due discorsi erano profondamente confliggenti, antitetici. La discriminante non era affatto banale. In estrema sintesi, potremmo dire che essa era costituita dal riconoscere o meno che a Gaza sono state uccise in un anno più di centomila persone, dal riconoscere esplicitamente o meno che siamo di fronte ad un abisso, difficile persino da concepire, di violenza, ad un massacro di proporzioni inaudite, condotto dal governo dello Stato di Israele, con la complicità dei suoi alleati occidentali, ai danni del popolo Palestinese, cioè, per lo più, di civili inermi.
Solo l’omissione di questo elefante nella stanza poteva lasciare spazio alla costruzione di garbate riflessioni dal sapore così dubitativo, problematico, speculativo, a tratti astratto e metafisico. A considerazioni sulla difficoltà di stabilire con certezza se una reazione militare é legittima o meno, è proporzionata o meno, è conforme al Diritto internazionale o meno. A ragionare sulla fondatezza psicologica di una supposta inclinazione degli ebrei della diaspora a negare che lo Stato di Israele possa essere colpevole, e sull’esigenza che essi gli esprimano rassicurazione della propria solidarietà: in caso di un eventuale dissenso, che esso sia fatto presente «con tutta la compostezza e l’equilibrio necessario». Per tacere di affermazioni sibilline sulla fatica dei «tribunali internazionali» di «mantenersi imparziali», sulla discutibile condanna dei crimini perpetrati dagli Stati mentre i gruppi terroristi «si sono macchiati di crimini anche maggiori», sull’identificare un chiaro segno dello slittamento semantico del linguaggio verso la barbarie non già nel passaggio da “sterminare” a “liquidare” o “neutralizzare” – moneta ormai corrente non solo negli uffici stampa dei potenti, ma anche nei media -, bensì al ricorso all’espressione “mandato di cattura” nei confronti di Netanyahu. «[…] “cattura” già ti dà un’idea che si va a cercare il malfattore […], il mafioso o un bandito sardo». O il criminale di guerra.
Al contrario, chi riconosce il genocidio ne ha fatto il fulcro di discorsi impregnati di urgenza e di orrore. Il riconoscimento induce a respingere come surreale, grottesca, la richiesta che i Palestinesi si dedichino alla comprensione, forse persino empatica, del «trauma israeliano» del 7 ottobre 2023, quando essi per decenni hanno subito soprusi sistematici e quotidiani, nonché fatti analoghi al 7 ottobre «almeno una volta all’anno», fino a questa nuova Nakba.
Con una simmetria che pareva studiata, il palestinese e la donna (insieme a diverse persone coinvolte nell’organizzazione dell’evento, in primis Grazia Villa) hanno fatto più volte da controcanto alle riflessioni dei due sapienti uomini bianchi. Ma nel complesso le due narrazioni alternative hanno seguitato a scorrere più o meno placide, non solo senza contaminarsi, ma si potrebbe addirittura dire, senza riconoscersi. Cosa che ha poco a che fare con il dialogo evocato fin dal sottotitolo della conferenza.
Nel corso della serata, è stato evocato con apprensione il rischio che l’attuale dramma del Medio Oriente e il generale confronto tra l’Occidente e i suoi nemici, conducano ad una divisone della società del villaggio globale tra due tifoserie, tra schieramenti irriducibili. Guardando all’incontro dell’Astra, viene da pensare che in questa crisi ci siamo già dentro in pieno. Essa raggiunge financo le periferie dell’Impero, financo gli ambienti tradizionalmente più moderati. È una crisi che nella sua ubriacatura sviluppista e tecnologica, nel suo incedere cieco, muscolare e tronfio, ricorda il 1914, e nelle sue radici suprematiste, totalitarie e genocide ricorda Weimar e gli anni Trenta. [Abramo Francescato, ecoinformazioni]

