Dopo una cena di socialità e confronto informale, sabato 30 novembre il circolo Arci Mirabello ha organizzato la presentazione del libro Sei giorni troppo lunghi [Umberto Lucarelli, Milieu edizioni, 13 euro e 50]. Oltre all’autore è intervenuto Cecco Bellosi: i due, che hanno vissuto da punti di vista politici diversi una delle stagioni più tese della storia italiana, hanno dato via ad un dialogo denso di spunti di riflessione.
Certamente la premessa doverosa è che, sia per l’estrazione politica che per lo stile asciutto e diretto dei due protagonisti dell’incontro, molti dei contenuti emersi probabilmente rasentano l’indigesto, quando non l’incomprensibile, all’interno di un’arena sociopolitica che rispetto agli anni ’70 si è appiattita, semplificata e spostata verso il centro-destra.
Detto questo, che un luogo come il Mirabello ospiti (ripetutamente) figure come Bellosi testimonia dell’interesse per vicende troppo spesso dimenticate anche perché intricate, oltre che frequentemente occultate, ma cruciali per addentrarsi nella “maniera italiana” di occuparsi della cosa pubblica. E proprio di una storia apparentemente destinata a non venir mai raccontata testimonia il libro di Lucarelli.
Sei giorni troppo lunghi racconta della detenzione e delle torture subite da un gruppo di giovani del collettivo milanese della Barona, innocenti ma catturati come sicuri colpevoli a seguito dell’omicidio, da parte di altri militanti di altri gruppi extraparlamentari, di Pierluigi Torreggiani. I fatti, in sintesi: il 16 febbraio 1979 Torreggiani, gioielliere milanese, viene assalito da alcuni ragazzi inquadrati all’interno dei Proletari armati per il comunismo; ne segue uno scontro a fuoco in cui l’uomo viene ucciso mentre il figlio Alberto, colpito da un colpo di pistola accidentalmente esploso dall’arma del padre, viene gravemente ferito (resterà paralizzato). Prima che la responsabilità dei militanti venga accertata per vie giudiziarie, l’autore del libro ed alcuni suoi compagni di collettivi vengono catturati dalle forze armate e torturati per far confessare loro un crimine di cui non potevano dichiararsi colpevoli.
La violenza subita dai protagonisti durante quei pochi ma infiniti giorni è affidata alle pagine del libro, ma la sua narrazione è stata per Lucarelli un processo di elaborazione di un trauma importante, per parlare del quale a lungo sono mancate le parole.
Con la pubblicazione di Sei giorni troppo lunghi, comunque, l’autore è riuscito a mettere su carta il proprio vissuto e, coerentemente con l’ispirazione politica che lo animava in gioventù e lo muove tutt’ora, scrivere non ha avuto solo una funzione riparatrice “egoistica”. Parlare di violenza della polizia, di processi depistati, di colpevolizzazione dei militanti e, incidentalmente, delle periferie significa infatti aprire una riflessione su una serie di fatti che hanno come caso esemplare l’omicidio di Giuseppe Pinelli, passano per gran parte delle vicende di attentati, assalti ed investigazioni degli anni di Piombo e giungono fino ai giorni nostri con l’uccisione di figure come quelle di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi. Passando, ovviamente, per il G8 di Genova 2001.
La prassi violenta è da considerarsi consolidata all’interno delle forze armate, ed è una tendenza che oggi è sempre più slegata dall’appartenenza politica delle vittime. Le considerazioni di Bellosi in merito portano a due riflessioni: la prima, che mentre l’«amnistia, che forse andrebbe chiama “amnesia”, Togliatti, ha permesso il totale riciclo nella politica post-fascista di quelle stesse persone di vertice all’interno del regime, perpetrando e garantendo la tradizione delle prassi squadriste e repressive», la grande maggioranza dei capi-movimento sessantottini, soprattutto gli ex-Lotta continua, anziché proseguire sulla linea della sinistra militante e critica sono a propria volta entrati nel meccanismo democratico. Salvo che, se i morti e la tensione degli Anni di Piombo hanno qualcosa da insegnare, è che la democrazia italiana ha, per essere eufemistici, storicamente avuto ingerenze di poteri paralleli coinvolti in grandi fatti della Storia nazionale (piazza Fontana, il caso Moro, la strage di Capaci per fare degli esempi).
La seconda, che la conseguenza della depoliticizzazione, da intendere qui come “moderazione”, della sinistra ha portato ad un cambiamento delle vittime degli abusi in divisa: da una parte la cultura della violenza è conservata nelle prefetture e nei dipartimenti di polizia (si sprecherebbero le genealogie politiche a riguardo). Per contro, però, i detenuti sono sempre più raramente politicizzati e questo non solo li aliena rispetto ad una dinamica di per sé complessa, ma soprattutto rende difficile la costruzione di un movimento che segua i processi, porti solidarietà e crei una contro-opinione pubblica che si discosti dall’autoritarismo e dal securitarismo che rispondono alla violenza poliziesca, raccontata come necessaria, chiedendo più presidi militarizzati. Sociologicamente, che la percezione del rischio nel senso comune sia sempre maggiore del rischio effettivo è un fatto noto; stando alla cronaca recente, le discrepanze tra gli slogan dei militanti (di sinistra, politicizzati) intervenuti con presidi e cortei a portare solidarietà e le dichiarazioni di fiducia nella legge del padre di Ramy Elgaml, morto in zona Corvetto in circostanze poco chiare durante una fuga dai carabinieri, sono un esempio emblematico di quanto si va dicendo.
Al di là delle considerazione di ordine strettamente politico, la vicenda dei sei giorni vissuti da Lucarelli ed il suo passaggio sotto silenzio è l’ennesima prova di un dato di fatto, e cioè che l’Italia non è in grado di fare i conti con la propria storia. Per i fascisti non c’è stata una Norimberga che mettesse i gerarchi di fronte alle proprie responsabilità; agli Anni di Piombo, oltre a processi a dir poco non cristallini, viene riservato un sostanziale oblio storico, a partire dal fatto che, a partire dalla scuola, non se ne parla praticamente mai.
Concludendo Lucarelli e Bellosi, vissuti diversi ma sguardo critico simile, si sono detti concordi su un fatto: se un paese nega il proprio passato, costruendosi su vuoti e storie mai scritte ma che andrebbero raccontate, la sua vita politica non può che essere all’insegna del sopruso, della violenza e dell’ingiustizia sociale. Se si guarda alla realtà circostante, sembra difficile dare loro torto. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]

