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La stazione di Como senza frontiere

Dopo 10 anni, alla stazione San Giovanni di Como, non c’è nostalgia. Non solo perché non c’è nulla – proprio nulla – da rimpiangere, ma anche perché è forte la consapevolezza che quella “stagione” non è affatto passata, e anzi si è incattivita e sembra essersi organizzata per impedire qualsiasi superamento.
Dieci anni fa, alla stazione, erano accampate centinaia di persone, impedite nel loro diritto (riconosciuto dalle leggi internazionali) di raggiungere i luoghi scelti per proseguire il proprio percorso di vita. «517, erano 517, ho scritto tutti i nomi» dice, quasi sottovoce, Luciana Carnevale, storica attivista per i diritti delle persone migranti e fragili, che non ha voluto mancare questo appuntamento. Erano sicuramente di più, perché il flusso era continuo e incontrollabile, tra andirivieni, respingimenti, tentativi di cambiare valico…

La rete di Como senza frontiere è nata dentro e accanto quel movimento, a seguito di un primo appello formulato da un piccolo gruppo (di giovani, soprattutto) attivo intorno all’oratorio di Rebbio e ispirato dalle contemporanea nascita di altre città “senza frontiere” in quel periodo: Palermo, Milano, Torino.

La rete è sempre stata in movimento: il suo simbolo “parlante” è quello delle marce per i nuovi desaparecidos, le vittime delle rotte migratorie, letteralmente scomparse, anche dalla memoria del mondo ricco e civile. In questo orizzonte, Como senza frontiere si è data consapevolmente l’obittivo di «cambiare la percezione del fenomeno migratorio», perché capire cosa sono davvero le migrazioni, chi sono davvero le persone “in movimento” è premessa indispensabile per mettere a punto le politiche indispensabili per garantire i diritti di tutti e tutte.

Dopo 10 anni, di nuovo alla stazione, c’è la consapevolezza di quello che è cambiato e di quello che non vuole cambiare. Basta leggere qualcuno dei testi che nel corso degli anni hanno accompagnato le marce per rendersi conto che le denunce di 2, 5, 10 anni fa non hanno perso – purtroppo! – le loro ragioni. Basta dare un’occhiata alla piccola esposizione di testi, fotografie e grafiche allestita per l’occasione, per vedere che i problemi non sono affatto risolti, nemmeno superati, nemmeno dimenticati.

Per continuare a ragionare su tutte queste fondamentali questioni, da settembre, si sta cercando di organizzare un percorso di riflessione, approfondimento e azione, anche con le altre realtà che allora e da allora si sono impegnate su questi argomenti.

Dopo 10 anni, di nuovo alla stazione, affollata in queste settimane più dal turismo che dalle migrazioni, le decine di persone convenute sanno che la strada è lunga – non solo quella delle persone migranti, ma anche la nostra. Ma che – letteralmente – se non ci si muove, non si va da nessuna parte. [Fabio Cani, portavoce di Como senza frontiere, ecoinformazioni]

Le foto di Massimo Borri, ecoinformazioni, della manifestazione di Como senza frontiere del 17 luglio per i 10 anni della rete.

Di seguito i 10 pannelli che sintetizzano i 10 anni di Como senza frontiere

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