Il ricordo dei “folgorati dall’Europa” alla stazione Como San Giovanni

Nel pomeriggio del 28 febbraio alla stazione di Como San Giovanni si è tenuta una manifestazione della rete Como Senza Frontiere in ricordo delle persone uccise dalle poitiche della Fortezza Europa, come Youssuf Diakite e Mohamed Kouji. Con loro si ricordano anche migranti, profughi, rifugiati e tutte le vittime di un sistema di accoglienza discriminatorio.

Un presidio commemorativo con lumini accesi alla stazione San Giovanni di Como per ricordare Youssuf Diakite, di nemmeno vent’anni morto folgorato dai cavi dell’alta tensione, e Mohamed Kouji, travolto dal treno mentre scappava dai controlli, entrambi commemorati il 27 febbraio al cimitero di Balerna dove sono sepolti. Per ricordare insieme a loro anche le persone che fuggono da situazioni insostenibili, per diverse ragioni, e decidono di spostarsi in cerca di condizioni migliori senza trovarle. Persone che si spostano, migrando, come fanno moltissimi esseri viventi e come fa da sempre l’umanità.

Una migrazione molto spesso guardata con sospetto da chi governa i nostri Stati-nazione, perché è quella che riguarda persone come Youssuf e Mohamed spesso stigmatizzate perché appartenenti a una cultura diversa. E tante sono le vittime di questa discriminazione, che porta all’invisibilità e non di rado a una fine tragica in un deserto, in un mare o lungo dei binari di una ferrovia.

La manifestazione alla stazione di Como San Giovanni del 28 febbraio 2022 promossa dalla rete Como Senza Frontiere è stata organizzata proprio per dire basta a queste morti assurde frutto di politiche che, soprattutto ora, emergono nel loro lato più crudele perché valutano l’importanza della vita umana in base alle gradazioni del colore della pelle e alla provenienza geografica.

Oggi, mentre una guerra imperversa alle porte dell’Unione Europea, si alzano a gran voce gli appelli bipartisan all’accoglienza dei profughi ucraini. Finalmente l’Europa tutta si riscopre unita nella solidarietà e con umanità e senso di responsabilità anche i paesi più recalcitranti decidono di aprire le braccia a un popolo in difficoltà, che fugge in cerca di un futuro più sicuro e migliore: un futuro di pace. Quello ucraino è un popolo che, e lo vediamo nei notiziari, viene accolto non solo per il proprio status di vittima di un attacco ma anche perché visto come più simile a quello occidentale per cultura e perché europeo, bianco.

Ma il colore della pelle non è una scelta e quello diverso dal bianco non può subire ancora lo stigma e l’esclusione in nome di una mancata fratellanza. Ed è quindi impossibile evitare di pensare al razzismo europeo facendo il confronto tra questa situazione e quella delle persone respinte in Polonia pochi mesi fa, provenienti dall’Afghanistan e da altri paesi più lontani. O ancora nel vedere molti cittadini africani, in gran parte studenti, giunti in Ucraina per la maggiore facilità di ottentimento del visto e poi cacciati dai treni sempre al confine in Polonia perché non ucraini e soprattutto non bianchi.

Impossibile anche non pensare a quanto accade nel mediterraneo e nella rotta balcanica, dove decine di migliaia di persone ogni anni si spostano, a volte anche con traversate lunghissime, per fuggire da situazioni di povertà, dagli effetti del cambiamento climatico, dai conflitti ibridi e poco conosciuti che non arrivano all’orecchio dei popoli europei perché in zone troppo remote ed esotiche. Le stesse zone in cui però molto spesso i loro governi e le multinazionali fanno affari, anche a discapito della popolazione locale impoverita e portata quindi a spostarsi. Oggi vediamo e ascoltiamo nelle immagini televisive l’orrore dele armi usate in Ucraina, meravigliandocene, ma purtroppo in altre zone la guerra è presente da anni nell’indifferenza generale. Mali, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea, Somalia, Siria, Iraq, Yemen e non solo. Paesi dove le guerre vengono a un certo punto dimenticate, si incancreniscono, generano sfollati e profughi che rimangono in paesi confinanti e lì vengono dimenticati, e poi quando o se cercano di uscire da una condizione di povertà estrema andando verso nord non vengono considerati neppure esseri umani perché non appartenenti al civile continente europeo.

Ci si immagina che presidi come questo possano servire almeno a far riflettere sia su queste tragiche discriminazioni – che sono l’anticamera delle moltissime morti per arrivare a stabilirsi in Europa – sia sull’imperativo dell’accoglienza per tutte le persone in difficoltà e non solo per quelle più vicine a noi che per cultura o colore della pelle, fortunatamente però, aiutiamo. Perché qualcosa cambi serve ricordare cosa sia la guerra anche dopo che questa che è scoppiata alle porte dell’Europa, si spera, avrà fine.

Presidi come questo, di commemorazione e raccoglimento, servono a dire che il valore della vita prescinde dal tipo di guerra da cui si fugge, o dal tipo di condizione di vulnerabilità in cui si è, ma anche dal tipo di cultura che si porta. Perché la civiltà di un paese si misura anche da quanto è in grado di accogliere quello che i suoi cittadini definiscono come lo straniero, evitando tragiche morti come quelle di Youssuf e Mohamed. Se oggi è imperativo accogliere la popolazione ucraina, lo è anche commemorare queste morti. Per ricordare anche coloro che non hanno trovato, e ancora non trovano, porte aperte e braccia spalancate ad accoglierli. [Daniele Molteni, ecoinformazioni]

Qui tutte le foto della manifestazione

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