Nel tardo pomeriggio di mercoledì 14 marzo, almeno 1500 persone si sono radunate sotto la sede della Rai di Milano per protestare contro le posizioni censorie e filo-sioniste espresse dall’a.d. Roberto Sergio a seguito delle allusioni pacifiste di Dargen D’Amico e Ghali sul palco del festival di Sanremo.
Un presidio partecipato ed arrabbiato, che dice tanto delle meccaniche mediatiche e di potere dell’Italia del 2024 quanto sulla necessità di un ulteriore innalzamento del conflitto sociale contro una classe politica sempre più marcatamente reazionaria e complice di genocidi e soprusi a livello globale.
A rileggere la vicenda, sembra di trovarsi in una dimensione fantapolitica: sul palco del tempio del nazionalpopolare si presenta un cantante con gli occhiali da sole ed un abito a cui sono cuciti orsacchiotti di peluche che, al termine della canzone, chiede di smettere di bombardare i bambini. La sera successiva, questo stesso artista, Dargen, sostiene di aver parlato col cuore, senza intenzione di essere politico: gli ingranaggi della Rai hanno svolto il loro compito. Nella serata finale, però, sul palco insieme a Ghali (che tra l’altro la sera precedente aveva ricordato di essere un Italiano vero, facendosi beffe dei vertici del governo e delle sue posizioni razziste) si presenta un alieno: una sorta di lamantino grigio-rosastro munito di arti umani, il quale suggerisce al trapper di dire «stop al genocidio» in diretta nazionale.
Alcuni cantanti, insomma, hanno scelto di sfidare la catalessi del popolo italiano, impegnato intanto a televotare chi tra il napoletanissimo Geolier e la figlia d’arte Angelina Mango dovesse portare a casa la palma di un’edizione più che dimenticabile del Festival. Un tentativo di risveglio tutto sommato pacato, fin troppo allusivo date le atrocità che stanno avvenendo nella Striscia di Gaza, ma che ha portato ad una pronta reazione dell’ambasciatore dell’entità sionista in Italia. Sentitosi chiamato in causa, infatti, il politico ha mosso una reprimenda all’emittente di stato italiana, colpevole di diffondere messaggi d’odio verso la popolazione ebrea.
La Rai, che avrebbe potuto difendere la rassegna più attesa della televisione italiana e la libertà d’espressione degli artisti e, più in generale, delle persone, ha subito risposto «sissignore» e ha fatto leggere a Mara Venier un comunicato in solidarietà al cosiddetto stato di Israele.
Il caso che ne è seguito esce dagli studi televisivi e si sposta in piazza, data l’esplosione di una serie di iniziative contro le sedi Rai di tutta Italia per chiedere che la principale emittente pubblica faccia informazione, non propaganda sionista, e racconti le violenze che si stanno verificando in Palestina. Il sempre più forte legame tra Italia e sionisti, sancito anche dagli accordi estrattivi con cui Eni ruberà risorse alla Palestina, ha però avuto la meglio anche sulla voce dei e delle cittadine che, a Napoli e Torino, sono stati manganellate e caricate: altro sangue che sporca le mani di sionisti ed affini.
La manifestazione di Milano, però, non ha subito cariche di polizia nemmeno nel momento in cui, forse anche in forza del numero di presenti, è diventata un corteo che ha marciato fino all’Arco della pace. Un’iniziativa che, come quelle che dal 7 ottobre stanno animando le piazze italiane, è stata mossa dalla rabbia, ma che si è distinta per le sintesi politiche emerse. Ciò che hanno sottolineato gli interventi, oltre alla complicità criminale dei governi europei e di quello guidato da Giorgia Meloni su tutti con Netanyahu, è l’importanza dell’onestà dei e delle giornaliste.
L’assedio a Gaza non è solo un crimine contro l’umanità, ma sta rendendo per la prima volta evidente a tutto il mondo quanto l’informazione sia armata ed implicata in dinamiche di potere che la rendono un potenziale ordigno bellico potente tanto quanto le bombe che devastano case e strade. Non è certo una scoperta di questi mesi: è da quando esiste la stampa che i giornali sono uno strumento bellico e propagandistico; i crimini israeliani stanno però mostrando l’incapacità dell’apparato mediatico occidentale di fare i conti con la Storia. Non si tratta di fare i conti con la propria storia (su quello l’Italia ha già sufficienti problemi), ma con la Storia, con le vicende che accadono nel mondo e rispetto alle quali sviluppare, a distanza perlopiù, analisi, commenti e narrazioni.
Già con il conflitto russo-ucraino è risultato evidente come le possibilità di narrazioni diverse da quella dominante, atlantista e filo-Ucraina, fossero via via più ridotte; erano però decenni che l’arena informazionale non veniva ridotta ad un apparato propagandistico monotono. Una situazione che ricorda indubitabilmente gli anni ’30 del Novecento italiano, sia per la sostanza che per la forma, con lo strapotere delle forze armate che più o meno a piacere malmenano sistematicamente chi non aderisce all’unica corrente di pensiero consentita. Se manganellare le ed i manifestanti è una pratica, purtroppo, socialmente accettata, cosa penserà però l’opinione pubblica della proposta di creare un “daspo musicale” per gli artisti che si fanno portavoce di messaggi politici non di destra, non fascisti?
Mentre oltre 130 giornalisti hanno perso la vita nel tentativo di raccontare cosa sta accadendo a Gaza, i media italiani esprimono solidarietà ai sionisti, condannando di fatto a morte non solo i loro colleghi, ma la loro stessa professione tutta. Il giornalismo è un diritto e l’argomentazione che denunciare, anzi raccontare, i crimini dell’entità sionista sia antisemitismo è una manovra puramente retorica che maschera da umanitarismo la censura e la giustificazione dei crimini di guerra. Non solo questa forma mentis ha contagiato una popolazione europea sostanzialmente incapace di intendere e di volere, ma è diventata anche il paradigma di gestione dei principali media occidentali.
A fronte di tutto ciò e data l’ormai nota complicità tra il governo italiano (già prima di Meloni) ed i colossi del fossile, viene da chiedersi quale spazio della vita dei cittadini e delle cittadine rimanga “pulita” rispetto ad una seppur indiretta complicità rispetto all’occupazione sionista ed alle guerre che flagellano quotidianamente il mondo contemporaneo. L’unica soluzione possibile, è stato ribadito nel corso della manifestazione, è il boicottaggio. Boicottare la Rai, McDonald’s, Oral-B, Starbucks, Rcs, Eni, le banche armate e tutte le altre aziende che quotidianamente fanno profitto sulle guerre che macchiano di sangue ormai ampie aree del planisfero.
Un operatore della Rai milanese ha tentato di perorare la causa dei colleghi, chiedendo il microfono e spiegando ai presenti che non tutti i dipendenti Rai sono d’accordo col comunicato dell’a.d. Sergio. Lungi dall’accontentare i manifestanti, queste affermazioni hanno portato a chiedere lo sciopero dei lavoratori della Rai, soprattutto in occasione dello sciopero generale del 23 febbraio e della manifestazione nazionale che si terrà a Milano il 24 febbraio.
La posta in gioco dell’opposizione alle atrocità sioniste non è più solo la sopravvivenza del popolo palestinese, ma sta sempre più diventando una questione di concezione della politica, dell’informazione e, si può ormai serenamente dire, dell’etica, rispetto alla quale non prendere posizione e non agire diventa sempre più un segno di ignavia e complicità la cui gravità solo la Storia potrà restituire. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]
Aggiornamento/ Il testo integrale del Comunicato del Cdr Approfondimento e Cdr Rainews 24 del 16 Febbraio 2024
«Il racconto della guerra non può dipendere dalla collocazione internazionale del Paese”, lo ribadiscono in un comunicato il Cdr Approfondimento e Cdr Rainews 24.
La Rai che vogliamo ha solo due padroni. I cittadini italiani, tutti. E coloro che ci lavorano: professionisti, tecnici, giornalisti e autori dalla cui competenza, creatività, curiosità nasce il servizio pubblico radiotelevisivo.
La Rai che sogniamo non risponde ai diktat dei governi, né quello italiano né tantomeno governi stranieri. Non è proprietà dei suoi alti dirigenti, né di ministri o partiti politici. Non accetta reprimende, censure, tirate di orecchie. Non toglie la parola a nessuno, ma la offre a chi è senza voce. Non teme i conflitti e gli scontri, ma li racconta e li rappresenta, favorendo il dialogo tra diverse idee.
La Rai che desideriamo non ha bisogno di essere difesa da un cordone di polizia in tenuta antisommossa. Apre invece le porte a tutte e tutti, ascolta, perché è permeabile a ciò che si muove nella società. Davanti alle sedi della Rai non dovrebbero esserci scontri, ma solo incontri.
L’informazione della Rai che vogliamo è fatta dai suoi giornalisti, professionisti liberi e indipendenti, che rispondono solo ai telespettatori. Non si fa dettare veline dalla politica e dal governo. Neppure dall’editore, che nelle aziende editoriali non può mai decidere sui contenuti. Non prende posizione, persegue il diritto alla verità, non nasconde ciò che il potere vorrebbe celare, stimola il dibattito fornendo strumenti di conoscenza della realtà. Siamo sconcertati dal clima di questi giorni.
‘Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero’, dice la Costituzione. Questo significa che non ci sono parole vietate, ma solo parole sulle quali ognuno ha diritto di dire la sua. E questo vale anche per la guerra. Il racconto della guerra non può essere dettato dalla collocazione internazionale del nostro Paese.
Per questo chiediamo a tutti coloro che ritengono di poter decidere cosa ha diritto di parola nella Rai, di rinunciare alle proprie pretese. Siamo pronti a difendere la nostra autonomia e indipendenza a ogni costo». [Cdr Approfondimento e Cdr Rainews 24]

