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Conferenzaret per la Palestina

Rachele Borghi introduce la sua Conferenzaret una conferenza in formato cabaret, dedicata alla Palestina,con queste parole che mi sembra rendano appieno la serata che abbiamo vissuto alla Piccola accademia del Teatro Gruppo Popolare:
«Una serata per chiacchierare, mettersi in gioco, pensare, stupirsi, divertirsi, rilassarsi, imparare, osservare, farsi prendere dalle risate e magari pure dalle lacrime. Tutto sempre insieme. Una conferenza al sapor di cabaret che ci porterà nel terreno del femminismo e della decolonialità, delle loro declinazioni e pratiche, per incoraggiare l’azione e rafforzare alleanze e complicità».
Ma per me c’è stato molto di più.

Io mi occupo di musica e da tempo sostengo (spesso mi sembra invano) che è essenziale ricreare quell’unità che la nostra società e la nostra cultura tentano continuamente di distruggere: quell’unione di corpo/mente/emozione che ci consente di andare a fondo e avvicinarci al centro di noi stesse. Ho sempre pensato che suonare uno strumento potrebbe/dovrebbe essere un modo di farlo, ma la sensazione che ci si allontani sempre più da questo, data anche la direzione che la scuola sta prendendo, è sempre più sconfortante.

Rachele Borghi ci ha dimostrato invece che questo è possibile, è praticabile, è efficace e può essere emozionate e anche divertente.

Si è messa in gioco completamente con grandissima generosità e ci ha fatto sentire come il corpo può essere messo al centro, non per essere esibito e compiacere, ma per parlarci, per dirci un pensiero complesso e farcelo comprendere, per mostrarci emozioni che chiariscono un pensiero.

Nel corso della serata sono state affrontate questioni complesse come la colonialità, la decolonialità, il postcolonialismo; tematiche legate al femminismo, transfemminismo, femminismo intersezionale: tutte questioni che ci interrogano da vicino, ci richiedono una coscientizzazione e un posizionamento. Lavoro tutt’altro che semplice perché spesso la colonialità non si vede (o non siamo capiaci di vederla). Come ci dice Rachele Borghi, con l’ironia che sottende tutto lo spettacolo “siamo tutt* dei cetriolini”. I cetriolini nei vasetti sono immersi in un liquido trasparente che «sembra acqua ma non lo è! Ci sono dentro degli ingredienti che la rendono quello che è. Gli ingredienti della colonialità sono: Modernità, Colonialismo, Capitalismo, Razzismo, Violenza, Creazione del subumano.Tutti insieme formano l’acqua in cui i cetriolini sono immersi. La colonialità non risparmia nessun*; detto questo se sei una persona bianca, se trai beneficio del sistema di dominazione bianco, che tu lo voglia o no [anche se esci dal vasetto], sei per forza un cetriolo impregnato della salamoia della colonialità. Un grande sforzo è necessario per riconoscere la colonialità, conoscerla per evitarla, per cercare di non riprodurla». Questa metafora così efficace e così semplice si allontana sicuramente dalle modalità del discorso accademico e questa è un’altra della caratteristiche di Rachele Borghi: esprimere concetti complessi con grande chiarezza e immediatezza perché siano comprensibili a tutti e tutte e non circoscritti in un ambito privilegiato. Modalità non certo comune in un’epoca in cui spesso, quanto più è incomprensibile quello che si dice e rivolto a una cerchia di “eletti”, quanto più prestigio si acquisisce e che non ci si aspetterebbe certo di trovare in una docente della Sorbona di Parigi che invece, ancora una volta, riesce a spiazzarci e stupirci.

Tutte queste tematiche erano state trattate durante la giornata, nel secondo incontro della Scuola di Pace dedicato al “Decolonizzare le menti”. Discorso cominciato il 30 marzo con Rahel Sereke e proseguito il 6 aprile con Rachele Borghi.

Nello spettacolo però sono state affrontate con altre modalità e soprattutto con quell’ironia che – secondo quello che molte persone che si occupano della gestione dei conflitti sottolineano – ci spiazza e ci permette in questo modo di uscire dagli schemi e, a volte, di scoprire altri punti di vista.

Sembra impossibile, ma l’ironia ci ha permesso anche di affrontare il dolore e la rabbia legati alla questione palestinese, che è stata al centro di tutto lo spettacolo, perché proprio quello che sta succedendo a Gaza, ma anche in tutta la Cisgiordania, ci ricordano che il colonialismo non è finito, anche se ci crediamo in un mondo postcoloniale. Infatti «Israele occupa illegalmente dei territori. E questo si chiama colonialismo. Ma il fatto di poter continuare a farlo, di perpetrare massacri coloniali, di distruggere città, villaggi e territori senza conseguenze, senza sanzioni, senza che che gli accordi con l’Unione Europea siano cancellati, si chiama colonialità».

Siamo riuscite e riusciti ad ascoltare tutti i dati relativi alle morti, distruzioni, ferimenti, cancellazioni, soprusi perpetrati da Israele nei confronti dei palestinesi, con il massimo della partecipazione, ma senza esserne schiacciate e schiacciati e uscendone con la voglia di non rassegnarci, di fare, di agire. Agire secondo l’indicazione che Rachele Borghi ci dà con grande forza, perché è indispensabile decolonizzare le menti e i corpi, ma non basta. Bisogna “tradire” la propria razza e diventare alleat* delle altre e degli altri, ma non basta ancora: da alleat* è necessaro diventare complici. Assumersi quindi il rischio di agire per costruire decolonialità e coscientizzazione, consapevoli del fatto che possiamo farlo perché non siamo sole/soli, ma parte di un corpo collettivo frutto della forza, del coraggio, della resistenza di altre e altri.

Grazie quindi a Rachele per la sua grande generosità, per tutto quello che ci ha dato, ma anche per tutto quello che ha saputo mettere in circolo per rafforzarci e permetterci di continuare ad agire. Dimostrandoci che «le persone che trasformano la loro complicità in azione diretta hanno negli occhi la bellezza e il fascino dell’utopia. E l’utopia è super sexy». [Mariateresa Lietti, ecoinformazioni, foto Fabio Cani, ecoinformazioni] Su ecoinformazioni anche Video, foto testi Conferenzaret.

Altri momenti della conferenzaret:

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