Solidarietà e sostegno a Rachele Borghi

Rachele Borghi, geografa docente alla Sorbona, attivista transfemminista è vittima negli ultimi tempi di ripetuti attacchi e pesante diffamazione da parte dell’estrema destra francese, sfociati in una campagna d’odio con minacce di morte. Quello che non le viene perdonato è il suo impegno e il suo prendere autorevolmente la parola su tematiche quali femminismo e decolonialità, con particolare attenzione alla sutuazione palestinese, al genocidio e pulizia etnica in atto a Gaza e in Cisgiordania e al sostegno che a questi viene dato dai nostri stati e dalle istituzioni accademiche.
Tematiche per le quali è stata molto apprezzata anche a Como, il 6 aprile dello scorso anno, all’interno della Scuola di Pace.

L’incontro con la forza, la lucidità e la chiarezza del pensiero di Rachele Borghi – avvenuto attraverso la lettura del suo libro (Decolonialità e privilegio. Pratiche femministe e critica al sistema-mondo, Meltemi, Milano 2020) e più ancora con l’incontro reale con lei, con la sua esuberanza, originalità e generosità – è stato, per chi ha partecipato alla scuola, emozionante e coinvolgente e ha aperto importanti prospettive di pensiero e di azione.

La forza, la creatività e la generosità di Rachele Borghi sono state evidenti anche nello spettacolo We stand (up) with Palestine che ci ha regalato, rappresentandolo nella serata del 6 aprile al Teatro Gruppo Popolare di Como. Serata partecipata e molto apprezzata che ha saputo metterci di fronte a realtà drammatiche, ma con grande ironia e forza. Un modo davvero efficace per far prendere consapevolezza degli orrori che accadono, ma senza lascirci annichiliti, anzi trasmettendo l’urgenza di agire e la forza per farlo.

Molte realtà italiane e francesi si stanno ora mobilitando a sostegno di Rachele Borghi, pubblichiamo qui il comunicato dell’Associazione Geografe e Geografi italiani che sottoscriviamo appieno.

«Comunicato in solidarietà a Rachele Borghi. Per una geografia femminista e decoloniale

L’università è uno spazio di libertà, di produzione del pensiero critico e di resistenza. La libertà di pensiero e di ricerca sono principi irrinunciabili delle società che si definiscono democratiche e implicano il diritto di elaborare, discutere, scrivere, trasmettere sapere senza intimidazioni, minacce, pressioni politiche e mediatiche, repressione legale. Sono condizioni essenziali perché l’università possa essere spazio dove acquisire strumenti critici per collocarsi nel mondo, per nominare le violenze del presente e interrogare e contrastare i rapporti di potere. In questi tempi di guerra, militarizzazione, normalizzazione della violenza e repressione del dissenso, un’università che limita le pratiche di libertà e si riduce a una trasmissione passiva e autoritaria del sapere rischia di trasformarsi in una pericolosa fabbrica della subordinazione. Negli ultimi anni si moltiplicano i segnali di un clima di crescente pressione nei confronti di chi, dentro e fuori le università, porta avanti prospettive critiche sui rapporti di potere. In diversi contesti nazionali emergono tentativi espliciti o impliciti di limitare la libertà di insegnamento e di ricerca. In Ungheria i programmi universitari di studi di genere sono stati eliminati dal sistema accademico. In Germania sono state registrate pressioni istituzionali e cancellazioni di eventi accademici legati alla questione palestinese. Negli Stati Uniti i programmi federali hanno scoraggiato o vietato l’uso di termini fondamentali per la ricerca femminista, tra cui female, feminism, gender, gender-based violence, gender diversity, gender identity, sexuality, women, così come LGBTQ, intersectionality etc. Anche in Italia stiamo assistendo a diverse forme di censura implicita (procedure di sorveglianza ministeriale dei programmi) ed espliciti (come per esempio il disegno di legge Delrio che criminalizza chi denuncia la politica genocida di Israele in Palestina).

L’articolo 33 della Costituzione italiana sancisce che “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Tuttavia, oggi assistiamo a un paradosso: la pretesa di una ricerca “neutrale” viene spesso utilizzata come uno strumento di controllo per delegittimare prospettive femministe, decoloniali, queer e antirazziste, dette “ideologiche” proprio perché mettono in discussione i rapporti di potere, denunciano la violenza delle frontiere, smascherano il razzismo strutturale e istituzionalizzato e interrogano le complicità delle università con la militarizzazione e le guerre (ad esempio attraverso collaborazioni con il complesso militare industriale e il controllo dei confini).

Difendere la libertà accademica significa difendere la possibilità di nominare il colonialismo, la militarizzazione della società, le violazioni dei diritti umani e l’occupazione israeliana della Palestina senza essere sottoposte a campagne di intimidazione o a gogne mediatiche  che pretendono di vagliare la “legittimità” dei programmi di insegnamento. Assistiamo al paradosso della crescente tolleranza verso l’intolleranza, ossia verso discorsi antidemocratici ostili alle minoranze e alle differenze, che minacciano diritti fondamentali come l’aborto e avallano progetti imperialisti, reazionari e distopici. Al contempo la solidarietà ai popoli oppressi e i saperi schierati a favore della giustizia sociale sono sempre più criminalizzati e investiti da campagne d’odio. 

In quanto geografe femministe, transfemministe e queer e che si occupano di ricerca postcoloniale e decoloniale, esprimiamo la nostra piena solidarietà a Rachele Borghi, geografa transfemminista  e attivista nuovamente vittima di una violenta campagna di diffamazione pubblica da parte dei media mainstream di estrema destra francese. L’episodio fa seguito a un suo contributo su temi di femminismo e decolonialità con riferimento alla Palestina, e alla complicità dell’istituzione accademica nel genocidio a Gaza, nell’ambito di un incontro organizzato, fra le altre, da Françoise Vergès. Gli attacchi, partiti da testate della destra francese e amplificati da discorsi d’odio sui social media, mettono in discussione la legittimità della ricerca-militante, invocando la neutralità dell’insegnamento per delegittimare analisi critiche consolidate a livello internazionale. Rachele ha già affrontato gravi episodi di ostilità nel 2013 e nel 2021. Questi attacchi non sono casi isolati, ma si inseriscono in un clima di pressione crescente che ha coinvolto in passato diverse altre ricercatrici presso le Università di Angers, Grenoble, Sorbonne e Tours, minacciate di morte.

Ci impegniamo a monitorare gli attacchi alla libertà accademica, alle teorie femministe e queer, alle teorie postcoloniali e decoloniali, a costruire collaborazioni e solidarietà verso chi è colpita, perché abbiamo scelto il femminismo e l’antifascismo come impegno concreto per un’università libera e capace di portare discussioni che possono trasformare il mondo.» [Lɜ geografɜ dei gruppi di ricerca Genere e Geografia e Geografie Decoloniali, dell’Associazione Geografe e Geografi Italiani]

La locandina della conferenza-spettacolo di Rachele Borghi
La locandina della Scuola di Pace 2024-2025 con l’intervento di Rachele Borghi

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