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Palestina: resistenza vs genocidio

Partecipato incontro pubblico nella serata di venerdì 12 settembre nell’auditorium della Biblioteca comunale di Como, dedicato al tema di fondamentale attualità Gaza: il genocidio e la resistenza palestinese, e promosso da Como per la Palestina, gruppo “indipendente” – come è stato ripetutamente ribadito nella sua introduzione da Nicola Casale – di recente costituzione e qui alla sua prima uscita pubblica (ma già è annunciato un corteo in sostegno della Palestina per sabato 20 settembre).

Molto interessante la sintesi storica proposta da Enrico Bartolomei, dottore di ricerca in Storia dell’area euromediterranea, e autore di alcune pubblicazioni su tali argomenti.
Dopo aver dichiarato di voler evitare alcuni filtri che distorcono pesantemente la percezione degli avvenimenti nell’area palestinese – ovvero il pregiudizio eurocentrista e l’ “uso ideologico” del concetto di antisemitismo –, ha sviluppato il tema della falsa simmetria della violenza dispiegata nell’area: da una parte quella degli oppressori, che conduce alla soppressione fisica del popolo palestinese cui ormai non si può non attribuire la definizione di genocidio, e dall’altra quegli degli oppressi che ricade sotto la categoria della resistenza.

La violenza dello stato e dell’esercito israeliano deriva con ogni evidenza dalle caratteristiche costitutive del progetto sionista, che è un progetto colonialista e che assume la caratterizzazione di “colonialismo di insediamento” (categoria storica che solo di recente è arrivata agli onori della cronaca giornalistica, ma che da molto tempo è utilizzata dalle più attente indagini sulla situazione nell’area palestinese). Nelle sue diverse fasi – che sono state riassunte come (1) pulizia etnica, (2) concentramento della popolazione restante in aree separate con conseguente applicazioni di procedure di apartheid e (3) genocidio – il sionismo mira quindi all’eliminazione della popolazione nativa o, quantomeno, alla sua delocalizzazione e asservimento. La fase che si vive attualmente si approssima tragicamente alla “soluzione finale”, avendo ormai scatenato, sia pure in forme diverse, la violenza distruttiva tanto dell’esercito regolare – soprattutto nella Striscia di Gaza – quanto delle formazioni ormai paramilitari dei coloni – nella Cisgiordania –.

L’analisi della resistenza anticoloniale palestinese è stata sviluppata a partire dalla condizione ormai “congelata” delle centinaia di migliaia di profughi derivati dalla creazione dello stato di Israele (ma con pesanti anticipazioni durante il mandato britannico nei decenni precedenti). La reazione anticoloniale assume forme di violenza anche estrema, e lo stesso termine di terrorismo, che fino a un certo momento è stato usato come l’individuazione di un modello di azione, è ormai caratterizzato da un marchio d’infamia che impedisce di cogliere le molteplici ragioni che stanno alla base della lotta armata. Lotta che nei decenni passati ha incrociato molti differenti modelli ideologici (dal marxismo-leninismo al panarabismo) e che ultimamente a seguito di un processo particolarmente complesso – ma non “misterioso” – si coniuga con l’islam politico-radicale.

È in quest’ultima parte della sua sintesi storica, doverosamente dedicata a quanto sta succedendo a Gaza e al ruolo di Hamas, che Enrico Bartolomei avanza un’interpretazione ancora in fieri e (forse inevitabilmente) sbilanciata nel privilegiamento dello scontro militare. Che il complesso di azioni che ormai passa sotto il nome del 7 ottobre sia stata un’espressione autentica e vincente (in prospettiva) della resistenza palestinese è valutazione che desta parecchie perplessità, così come quella che delinea un parallelismo difficilmente sostenibile tra l’“offensiva del Tet” (messa in campo dai Viet Cong e dall’esercito del Vietnam del Nord alla fine del gennaio 1968) e il “diluvio al-Aqsa” dell’ottobre 2023. Che da questa “fase” possa scaturire un nuovo “paradigma” per la situazione nell’area tra il Mediterraneo e la penisola arabica è un’ipotesi di lavoro che è attualmente difficilmente rintracciabile sul campo.

È rimasta purtroppo ai margini l’analisi della situazione in Cisgiordania e a Gerusalemme est e delle molte forme di resistenza messe in campo dal popolo palestinese, in un momento in cui si assiste a una progressiva accelerazione dell’oppressione e delle pratiche distruttive da parte di Israele.

Nel suo intervento, Ugo Giannangeli (costretto per ragioni personali alla registrazione da remoto) ha riassunto alcune questioni centrali relative al diritto internazionale e alla riorganizzazione degli equilibri geopolitici globali. È infatti essenziale avere consapevolezza che lo stesso diritto internazionale, per quanto formulato dalle entità statali (e accademiche) dominanti, sancisce il diritto alla resistenza dei popoli oppressi, così come fissa regole di chiara evidenza per la valutazione degli abusi (sono queste le regole che permettono di dichiarare oggi senza alcun dubbio che quello in corso ai danni del popolo palestinese è un genocidio, o che garantiscono l’istruzione dei processi davanti alla Corte di Giustizia internazionale e alla Corte Penale internazionale, o ancora che si esprimono attraverso le attività di indagine delle Nazioni Unite, come quelle della relatrice speciale per i Territori occupati da Israele, Francesca Albanese). Di contro, come ognuno può verificare quotidianamente, queste regole sono continuamente e impunemente infrante e anzi appellarsi al diritto internazionale assume, negli attuali frangenti, quasi un paradossale valore antagonistico.

In questa situazione, che vede il prevalere delle logiche belliciste e di controllo economico, anche la convinzione che si stia procedendo lentamente verso un “nuovo” equilibrio multipolare desta perplessità e addirittura ulteriori preoccupazioni.

Eyas Awad, dell’Unione democratica Arabo-Palestinese (Udap) e dell’Associazione amicizia Bergamo-Palestina, ha ricordato il fondamentale compito di informare e promuovere la solidarietà con il popolo palestinese.

Ha concluso il giro di interventi Laila Awad, dei Giovani Palestinesi d’Italia, che in un intervento appassionato e lucidissimo ha non solo sottolineato il rischio di fraintendimento sotteso all’idea di un sionismo “riformabile”, che viceversa rivendica e anzi appesantisce le sue caratteristiche fondative di colonialismo, razzismo e suprematismo, ma ha anche ricordato che Hamas, tuttora, non è l’unica realtà di resistenza armata in Palestina e che continuano altre fondamentali forme di opposizione non armata all’occupazione, come quella dei sindacati palestinesi (che chiedono alle analoghe associazioni di lavoratori e lavoratrici nelle altre nazioni di impegnarsi nel boicottaggio e nelle sanzioni verso Israele) e come quella degli innumerevoli prigionieri politici palestinesi nei centri detentivi israeliani, dove vengono “ristretti” al di fuori di qualsiasi regola di diritto e trattamento umano, sottoposti a torture, violenze, affamamento scientificamente provocato. La questione dei prigionieri politici palestinesi coinvolge direttamente l’Italia: Anan Yaeesh, giovane rifugiato dalla Palestina, è detenuto dal gennaio 2024 in Italia, a seguito di una richiesta di estradizione da Israele “per terrorismo”; la magistratura ha già respinto ufficialmente la pretesa israeliana, ma il governo continua a rifiutarsi di liberare Anan, aprendo anzi un processo politico persecutorio con oggetto la sua partecipazione alla resistenza popolare. È un caso – ha ricordato Laila – che dovrebbe essere molto più presente nella mobilitazione pro Palestina in Italia.

Il “dibattito” finale è rapidamente scivolato nella polemica sulla valutazione di quanto successo il 7 ottobre. Uno scontro che non ha permesso di affrontare le questioni connaturate a un avvenimento di altissima gravità (e, riguardo a ciò, non appare utile cercare di sminuirne l’impatto riducendo – anche con cognizione di causa – il bilancio delle vittime e semplicemente controbattendo l’indubbia propaganda sviluppata, senza mettere in discussione con la necessaria attenzione le logiche – politiche e militari – che stanno alla sua origine e nel suo sviluppo), ma che soprattutto ha di nuovo spinto in ombra le ragioni della resistenza della Palestina e del suo futuro. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

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