Lo spazio al secondo piano del centro La Filanda (ovvero la Biblioteca cantonale di Mendrisio) venerdì 13 febbraio è pieno di gente, già prima che inizi l’incontro Le rotte migratorie dedicato al mondo delle migrazioni contemporanee, alle sue criticità, ma anche alle sue ricchezze e – soprattutto – alla sua umanità.
La serata è organizzata da Mendrisiotto Regione Aperta, associazione di volontariato impegnata in diverse forme di sostegno alle persone migranti, non solo in Ticino (è nota la partecipazione di Mra anche all’attività dell’oratorio di Rebbio, almeno una volta alla settimana e ormai da parecchi anni), e interessata anche a dare alle azioni “umanitarie” un respiro di consapevolezza aperto alla complessità del problema e del momento attuale. L’incontro si annuncia, quindi, di notevole interesse, e l’aspettativa risulta evidente anche solo volgendo lo sguardo sulle oltre 150 persone convenute, molte “veterane” di queste problematiche, così come molte palesemente animate da un “semplice” interesse. Gente comune – direbbe qualcuno – a fianco di chi è coinvolto in un impegno di lungo corso.
A confrontarsi sono testimoni appartenenti a diversi ambienti, e di provata competenza: Anna Bernasconi – giornalista e regista d’inchiesta RSI autrice di alcuni approfondimenti proprio sulla questione delle migrazioni ai confini d’Europa –, Paolo Bernasconi – avvocato, ex procuratore pubblico, esponente della Fondazione Azione Posti liberi –, Davide Mattei – giornalista e regista d’inchiesta, in collegamento video dalla Francia –, Riccardo Gatti – responsabile azioni in mare di Medici senza frontiere – e don Giusto Della Valle – parroco di Rebbio –. Coordina l’incontro, in modo che si rivelerà chiaro ed efficacissimo, Emiliano Bos, giornalista della Radiotelevisione svizzera (RSI).
Gli argomenti in gioco sono molti, come richiede la complessità del mondo migratorio, e per questo il ritmo degli interventi è particolarmente intenso, ma mai fuorviante. La regista Anna Bernasconi riferisce di uno dei suoi ultimi servizi, quello sul campo profughi allestito per oltre 4 mila persone sull’isola greca di Samos, sul limite orientale dell’Europa mediterranea. Le condizioni di sopravvivenza sono al limite della sopportabilità, proprio perché il campo ha una dichiarata funzione di deterrenza e non di accoglienza, come dimostrano il regime di sostanziale “detenzione” (secondo la procedura “amministrativa”, che non corrisponde ad alcun accertamento della commissione di un reato) e l’espletamento di procedure “accelerate” per il diniego del riconoscimento della condizione di “rifugiati”. Samos è il prologo della rotta balcanica, ovvero uno dei più letali corridoi di accesso alla ricca Europa non ospitale, poiché – negando procedure ordinarie di ammissione – obbliga a procedere su rotte illegali e pericolosissime.
Al capo opposto di questi percorsi, ovvero da quello che dovrebbe essere un possibile punto di arrivo e di accoglienza, l’avvocato Paolo Bernasconi mette in evidenza che due dei pilastri fondamentali del diritto internazionale in materia di migrazioni – ovvero il principio del non-respingimento e quello del prevalente interesse delle persone minori d’età – sono ormai apertamente violati da moltissimi stati e in particolare da tutti i meccanismi “sicuritari”. Ad aumentare la preoccupazione è la recente evoluzione del concetto di paese “sicuro” (verso cui è quindi lecito respingere e deportare le persone migranti) che prescinde da qualsiasi considerazione sul rispetto dei diritti umani per limitarsi a considerazioni di convenienza politica (ovvero – ma questa è una considerazione nostra – il paese è definito “sicuro” non per le persone migranti ma per l’autorità respingente).
Nei paesi dichiarati “sicuri” è compresa la Tunisia, la cui situazione – sulla base delle sue recenti indagini giornalistiche – è sinteticamente descritta dal giornalista Davide Mattei. La sintesi è purtroppo spietata: è una strage continua, con episodi documentati di totale aberrazione, come l’abbandono delle persone respinte in mezzo al deserto; la strage è portata avanti con la complicità dei governi europei, anzi – per alcuni versi – su loro impulso.
Riccardo Gatti mette al centro della sua riflessione il fatto che la gestione governativa dei flussi migratori è ormai rivolta al silenziamento dell’informazione: in mare, ma anche sulle rotte terrestri, si vuole che le persone muoiano e che non se ne sappia più nulla. A questo punta la recente proposta del governo italiano di adottare un “blocco navale” contro le organizzazioni umanitarie votate al salvataggio: una pietra tombale da calare sopra il più grande e vicino cimitero mediterraneo.
Reciprocamente don Giusto Della Valle sottolinea l’importanza fondamentale di conoscere (e divulgare) le storie delle persone che letteralmente hanno attraversato il mondo: storie di sofferenze e di torture subite (di cui purtroppo non possiamo non dirci corresponsabili), e storie ricche di aspirazioni e umanità, che chi ha frequentato anche solo saltuariamente l’oratorio di Rebbio ben conosce.
Sono questi solo alcuni elementi tra i molti emersi durante la serata, ricca anche di informazioni puntuali, spesso poco note (come l’effettuazione di ben 53 voli di respingimento dalla Svizzera, con conseguenti costi esorbitanti).
Nel breve dibattito con il pubblico, attento e coinvolto, vale la pena di sottolineare la sincera e sconfortante risposta riguardo alla quasi impossibile speranza di vedere riconosciuta la “nuova” caratterizzazione della migrazione ambientale e l’intervento fuori programma dell’economista Christian Marazzi che – in risposta a un invito diretto – sottolinea la responsabilità del sistema economico capitalistico in questa situazione, insieme però alla speranza che tale sistema possa essere, in qualche modo, messo in discussione dall’azione popolare. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

