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Memoria precaria/ La Resistenza attuale delle donne

Anche quest’anno, portatori e portatrici sane dell’urgenza di ricordare e viversi nella giornata dell’Anniversario della Liberazione, si sono date appuntamento nelle piazze, compresa Piazza del Mercato a Erba: non per un sentimento di maniera. Ci rendiamo sempre più conto di come la narrazione del governo, che insiste sul fatto che il 25 aprile sia divisivo, tema piuttosto l’antifascismo, non come memoria e commemorazione, ma perché lotta nel presente. La resistenza come modo di stare al mondo, di decostruirne la violenza, gli abusi, gli sfruttamenti, la tracotanza e la repressione da parte dei (pre)potenti. Se siamo scesi e scese in quelle piazze è per dare contro alla complicità nella violenza, per accorgerci della complessità che ci circonda, memore della storia, e per imparare nuove forme per lottare e convivere, dove le armi non sono contemplate perché in esse connaturata la perversa relazione tra privilegio e interesse di mercato.

Questa festa del 25 aprile, spiega Celeste Grossi al tavolo di dialogo organizzato per Memoria precaria a Erba, «non celebra solo la fine dell’occupazione nazifascista, ma l’origine della Repubblica e della sua Costituzione», in particolare dell’Art. 11, con il quale l’Italia ripudia la guerra. La Costituzione italiana, spiega Giuseppe Battarino, dopo 81 anni deve essere intesa come resistenza al di là della retorica. Nel tentativo di violarla con le modifiche avanzate nel disegno di legge Meloni-Nordio, affossato con il voto al Referendum di marzo, c’era un rimando nostalgico ai tribunali speciali che giustiziarono Giancarlo Puecher, per citare un partigiano proprio di quelle zone. Continua Celeste, «vogliamo lo stato sociale e non lo stato di guerra»; quale scempio vedere che il 2 giugno, quando nel 1946 donne e uomini votarono per la Repubblica anziché la monarchia, sia stato ridotto a una «parata militare».

Alla domanda di come le donne resistano nel mondo e in Italia, sia Celeste Grossi sia Alessandra Ghirotti hanno saputo per me restituire il difficilissimo quadro di impegno e resistenza di coloro che, decidendo di mettere al centro la libertà anziché il dominio, si costituiscono collettivamente in maniera non-violenta per fare della propria vita una lotta, dove anche la cura è gesto politico. Perché è talvolta facile cedere all’idea sia più opportuno tracciare dei confini di significato e parola, ad esempio come una voce femminile possa e debba parlare a nome di altre. Eppure, abbiamo di fronte soggettività così complesse, segnate da così diverse forme di sopraffazione che non basta poterle citare, poterne avere cognizione, ovunque queste donne operino. Come ci hanno raccontato Alessandra e Celeste, è a partire dalla decostruzione del linguaggio dominante e delle narrazioni egemoniche sotto le quali viviamo, che è possibile riconoscere le nuove forme di fascismo. È necessario allora comprendere che cercare di rispondere a una serie di ingiustizie vuole anche dire che dobbiamo equamente farcene carico, affinché quelli che ad oggi rivendichiamo come nostri diritti, perché umani, siano infine di tutti e tutte e tuttƏ.

Resistere è fatica; è sviluppare tattiche alternative alle strategie di potere, come ci ha raccontato Claudio Agostoni per ciò che avviene a Cuba; è accorgerci dei fascismi odierni senza assuefarci; è non cadere nella trappola dialettica di “noi” contrapposti a “loro”, perché non può esserci divisione quando la Repubblica democratica italiana è una ed è antifascista. [Giulia Rho, ecoinformazioni] [Foto di copertina Dario Onofrio modificata con Ia]

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