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Territorio/ L’area industriale di Dongo al capolinea?

Nella realtà dell’alto Lario, l’area industriale di Dongo è – da secoli – un centro economico di primaria importanza, che in queste settimane sembra essere ormai giunta definitivamente al capolinea. Anche se la Falck a Dongo non esiste più dal 1990, continua a proiettare la sua luce (e le sue ombre) su quel comparto produttivo nel frattempo passato al gruppo Casti (tramite il marchio Isotta Fraschini, di prorietà Castiglioni) – dal 1990 fino al fallimento del 2008-9 – e poi alla società cinese Elecpro International investment holding.

In realtà, la storia di questa industria è ancora più complessa perché affonda le sue origini nell’antichità, vede un progressivo sviluppo in epoca medievale e moderna e conosce una vera e propria strutturazione in forma industriale alla fine del Settecento, quando diventa proprietà della famiglia Rubini, imponendosi come una delle principali realtà manifatturiere del territorio, tanto che nel corso dell’Ottocento è oggetto persino di un precoce interesse “turistico”.

In tempi più recenti, però, la Falck ha conosciuto un rapido declino: dai 2.200 dipendenti degli anni Sessanta ai 400 superstiti al momento del fallimento Castiglioni, per arrivare ai circa 100 di quest’ultima, sconsolante fase.

Per fare il punto della situazione, abbiamo dialogato con Claudio Poncia, storico dipendente della Falck (vi entrò nel 1962, dopo un periodo di formazione presso la scuola aziendale sempre a Dongo), poi a lungo delegato sindacale per la Fiom, arrivando a far parte del coordinamento sindacale nazionale del gruppo Falck, quando l’azienda contava in tutta Italia 20mila dipendenti.

Persona informata a fondo dei fatti che racconta, che ha vissuto di persona, ma che ha anche approfondito grazie a una copiosa documentazione, Poncia non nasconde che la fine della lunga storia di quella concentrazione industriale, fondamentale non solo per il paese di Dongo ma per l’intera area del Lario settentrionale e dei vicini territori montani e vallivi (compresi gli attacchi della Valtellina e della Val Chiavenna), è ormai prossima. E non tace nemmeno il paradosso di una grande realtà industriale che chiude non per mancanza di ordini, né per carenze tecnologiche (l’ultima produzione – quella della fusione di giunti in alluminio per il settore auto – è stata eseguita secondo la procedura lost-foam, ovvero della “forma a perdere”, quindi con una tecnologia all’avanguardia), bensì per la perdita (in seguito a un imponente furto) della possibilità di alimentare i macchinari. E, quindi, per la mancanza di volontà imprenditoriale.

In realtà, sul futuro della gigantesca area aleggiano rischi speculativi, dopo lo “spacchettamento” della proprietà in due società: una che controlla la produzione, ormai sostanzialmente ferma dal dicembre 2024 e un’altra che detiene la proprietà delle aree e degli immobili. Un’area di importanza capitale per lo sviluppo della zona, ma a patto di risolvere le criticità di natura progettuale e ambientale.

Fino a che è esistita la Falck, lo stabilimento di Dongo era inserito in un contesto di grande importanza. Non solo la dirigenza della Falck era consapevole della situazione globale, e Giorgio Falck – che era il principale “fautore” delle politiche aziendali – aveva compreso che il futuro dell’azienda si sarebbe giocato nel rapporto tra le politiche sovranazionali (ovvero le decisioni industriali a livello di Comunità Europea) e quelle italiane, che condusse a privilegiare le partecipazioni statali a dispetto delle possibilità di tenuta sul mercato, ma c’era anche l’inserimento della manodopera lariana nella relazioni con la “classe operaia” di Sesto San Giovanni dove risiedeva la “testa” del gruppo Falck. Questa complessa dialettica ha portato l’azienda di Dongo a essere qualcosa di profondamente diverso dalle altre fabbriche del territorio, anche da quelle di dimensioni paragonabili, come – per esempio – la Ticosa di Como.

La Falck è stata travolta, nonostante cospicui investimenti e aggiornamenti tecnologici, proprio dalle modificazioni del mercato globale, lo stabilimento di Dongo è stato il primo a entrare in crisi, anche per l’incapacità politica di creare un contesto locale favorevole allo sviluppo industriale.

Quello che l’azienda aveva significato nei decenni centrali del Novecento, quando era stata il motore della costruzione di una vera e propria comunità sociale, di fatto modellando un paese-fabbrica preccoché unico nella zona lariana, si è completamente perso nella fase del declino postcapitalistico, senza capacità di recupero.

Dopo il passaggio di mano degli stabilimenti dalla Falck al gruppo Casti e poi alla proprietà cinese, Dongo è sopravvissuta cercando al di fuori del territorio parziali risposte di sopravvivenza: l’occupazione fa ormai capo in parte all’area industriale di Colico, che avrebbe potuto invece essere in diretto collegamento con l’industria di Dongo, e – soprattutto – al lavoro transfrontaliero in Svizzera.

I pochi lavoratori rimasti in fabbrica attendono il licenziamento per poter fruire dell’indennità mensile di disoccupazione, mentre l’amministrazione locale non riesce nemmeno a identificare un possibile modello di integrazione tra l’eredità di una storia industriale di straordinario interesse e le opportunità di sviluppo turistico, cui più o meno inconsapevolmente ci si affida.

Il vuoto che lascia la Falck, con le sue ultime propaggini, è soprattutto un vuoto di progettualità.

Non è ancora scritta la parola “fine” su questa storia, nell’attesa che venga “progettato” il futuro dell’area. [Fabio Cani, ecoinformazioni – riprese video e fotografie di Beatriz Travieso Pérez, ecoinformazioni – con la collaborazione di Danilo Lillia]

In copertina: un’immagine storica dell’interno di un capannone delle Acciaierie Lombarde Falck

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