Site icon [Arci – Giornalismo partecipato]

Arci Corvetto/ Dalla guerra «giusta» alla cooperazione internazionale

L’iniziativa Pace, sviluppo, cooperazione fra i popoli, rivolta agli operatori volontari del Servizio civile, si inserisce nel progetto «2 giugno 1946 – 2 giugno 2026. Ottant’anni della Repubblica italiana», ideato da Arci Corvetto e patrocinato dal Comune di Milano attraverso la piattaforma Milano è memoria. A guidare il confronto vi erano: Luigi Lusenti, giornalista e scrittore che ha seguito progetti di cooperazione internazionale per Arcs in Croazia, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Libano e Tanzania; Roberto Escobar, docente di filosofia in Unimi; Silvia Maraone, responsabile per Ipsia dei campi di lavoro in Bosnia Erzegovina; assente invece Alfredo Somoza, giornalista ed espero di geopolitica, per ragioni di salute. La riflessione è stata così ragionata attorno all’Art. 11 della Costituzione italiana, secondo il quale l’Italia non solo ripudia la guerra, ma richiama la necessità di costruire relazioni internazionali fondate sulla giustizia e sulla cooperazione. [Foto di copertina Federico Barraco, ecoinformazioni]

[Video di Giulia Rho, ecoinformazioni]

In apertura alla mattinata di confronto, Luigi Lusenti, rivolgendo l’attenzione al testo dell’articolo sopra citato, spiega come sia necessario ricercare un equilibrio dinamico tra pace e guerra, da una parte perché sia possibile disinnescare la violenza, dall’altra per entrare in un’ottica di operatività nel momento in cui scegliamo di parlare di pace. Dovremmo così essere capaci di non rinunciare al conflitto, senza tuttavia che questo degeneri. Preliminare dunque capire quei meccanismi e fenomeni che a livello socio-politico conducono alla prevaricazione.

Prosegue Roberto Escobar sul significato che attribuiamo alla democrazia: spiega, infatti, come ad oggi la stessa pieghi verso meccanismi la cui natura è forse più totalitaria, anziché configurarsi come un sistema capace di tutelare le minoranze – laddove la maggioranza è ben capace di tutelarsi da sé – attraverso un testo che indichi le ritualità delle decisioni e dei diritti oltre i quali non è possibile legiferare.

La guerra viene inquadrata storicamente da Escobar nel tentativo di riassumere come la sua concezione sia variata nel tempo e abbia modellato l’esperienza che ne facciamo oggi: se nell’antica Roma contava una ritualità-forma con la quale invocare ragione e ordine, la guerra diviene poi «giusta» alla luce della cristianità, laddove sussistono presupposti morali per dichiararla. Ora che la guerra «giusta» non si dichiara più, non solo viene aggirata la Convenzione di Ginevra, ma i caratteri di virtualità e artificio con i quali essa si espande generano l’infausto distacco dalla realtà: una vergogna prometeica, spiega il professore citando il filosofo e scrittore Günther Anders, secondo la quale ci abbandoniamo al dominio di una tecnica che reputiamo superiore alla capacità umana di svilupparla e per essa pur sempre responsabile.

Interviene a seguire da remoto Silvia Maraone, attualmente in Bosnia per conto dell’Istituto pace sviluppo innovazione delle Acli. La Storia è nota a tutti, quella della guerra nei Paesi dell’ex Jugoslavia: sopraffazione di nazionalismi e di poteri altresì individuali. La scuola in particolar modo, spiega l’attivista, eredita una memoria corrotta. Si ha ricordo di quella paura che, nell’atto istintivo di prevenire, ha giustificato atti predatori, saccheggi e una vera e propria pulizia etnica. La cooperazione internazionale deve pertanto lavorare affinché nuove narrazioni e modalità operative si sviluppino sui territori non in un’ottica coloniale, tramite strutture a prestito, ma dal basso in risposta alla necessità di una popolazione di entrare anzitutto in relazione con la propria storia. Numerose le domande e le riflessioni, forse fin troppo poco il tempo a disposizione. [Giulia Rho, ecoinformazioni]

[Fotografie di Federico Barraco, ecoinformazioni]

Exit mobile version