No kings è uno spazio di convergenza tra movimenti sociali, reti civiche e organizzazioni impegnate contro autoritarismo, guerre, disuguaglianze e verticismi di potere. Lo scorso 18 luglio, a Genova, 25 anni dopo il G8, ci siamo trovati per riprendere, dopo movimenti di piazza, la costruzione di una risposta comune contro i nuovi re: leader politici, multimilionari, ma anche capitalismo, repressione, confini, estrazione, ingiustizia climatica, rendita e dominio digitale. Durante l’assemblea, durata circa quattro ore, si sono susseguiti 45 interventi, tutti fortemente motivati e dai tratti comuni, a riprova del fatto che i presupposti per questa convergenza sono reali e tangibili.
Da quanto emerso nel corso dell’assemblea, protrattasi fino a metà pomeriggio, il movimento dei No Kings deve e vuole assumere una radicalità capace di tradursi in un programma politico altrettanto radicale. Le diverse realtà presenti, pur partendo da vertenze e ambiti di intervento differenti, hanno indicato la necessità di procedere insieme, costruendo una convergenza intersezionale. Le questioni del clima, dell’immigrazione, della salute, del lavoro, della guerra e dell’autoritarismo non possono essere affrontate separatamente: sono parte di un unico sistema di disuguaglianze e rapporti di potere e richiedono, per essere trasformate, una risposta comune.
La convergenza auspicata non è però soltanto tematica, ma anche geografica e internazionale. Lo hanno ricordato una portavoce della Rivoluzione dei Fenicotteri in Albania e le donne della diaspora iraniana, che hanno ribadito: «Siamo con voi in questa lotta». La difesa della libertà e della democrazia, infatti, non può avere confini.
L’assemblea ha rappresentato un momento di riflessione sui 25 anni trascorsi dal G8 di Genova e, soprattutto, sulle trasformazioni politiche, economiche e sociali intervenute da allora. Il filo conduttore degli interventi è stato il rapporto tra le lotte di Genova e le sfide del presente: autoritarismo, guerra, riarmo, crisi climatica, precarietà, disuguaglianze, razzismo, patriarcato e privatizzazione dei beni comuni. A distanza di 25 anni, molte delle contraddizioni allora denunciate non solo persistono, ma si sono aggravate, mentre gli strumenti di controllo e repressione del dissenso rischiano di diventare sempre più ordinari.
Barbara Tibaldi, segretaria nazionale della Fiom-Cgil, ha sottolineato come il modello economico del 2001, già segnato dalla globalizzazione, sia oggi divenuto ancora più incompatibile con la democrazia. Ogni volta che le persone si organizzano per difendere il lavoro, la casa o i territori, la risposta è sempre più spesso la repressione. Lo scontro con i “re” di oggi è lo scontro con un capitale che ha assunto un potere autoritario. Per questo è necessario ricostruire la forza della lotta di classe, superando la sola difesa del salario e sviluppando una nuova consapevolezza collettiva. Non c’è più spazio per arretrare: occorre ricostruire una forza sociale capace di unire fabbriche, case, città e territori.
La necessità di una risposta complessiva è emersa con particolare forza anche dagli interventi dedicati alla guerra e al riarmo. Nicola Blasi ha parlato della normalizzazione della guerra e della possibilità che persino il genocidio venga considerato un’opzione praticabile. Ha collegato la crisi sociale e ambientale alla necessità di costruire un’alternativa politica e di scongiurare un nuovo governo Meloni. La proposta di «No Kings» è stata presentata non come una semplice alleanza elettorale, ma come un progetto di democrazia radicale e di costruzione di un programma politico dal basso.
Caterina Anastasia, di Stop Rearm Europe, ha evidenziato il processo di militarizzazione dell’economia europea. In Germania, ad esempio, l’industria bellica si sta sviluppando rapidamente, mentre il mondo del lavoro viene progressivamente orientato verso la produzione militare. Il finanziamento di questo processo proviene anche dalle risorse della classe lavoratrice. Il riarmo, dunque, non può essere letto come un fenomeno isolato, ma come parte di una trasformazione complessiva dell’economia e della società. Per questo è necessario costruire un movimento europeo e internazionale capace di opporsi alla militarizzazione e di collegare le diverse lotte.
Anche il rapporto tra tecnologia, informazione e potere è stato ricondotto a questa stessa necessità di costruire strumenti collettivi e democratici. Letizia Caroscio, di Reclaim the Tech, ha definito la tecnologia un terreno di scontro tra chi detiene il potere e chi ne è escluso. Ha ricordato come già nel 2001 esistessero esperienze di organizzazione dal basso e infrastrutture digitali alternative, come Global TV. La proposta è investire in infrastrutture digitali aperte e democratiche, finanziate attraverso forme di reddito universale, contrastando il potere delle grandi aziende tecnologiche. Stefano Ranieri ha invece sottolineato il ruolo dell’informazione e la necessità di difendere giornalisti e giornaliste. La distruzione degli hard disk e delle prove dopo Genova è stata messa in relazione con gli attacchi ai giornalisti a Gaza. La libertà di informazione deve diventare un patrimonio comune: difendere la possibilità di raccontare ciò che accade significa anche contrastare la costruzione di una verità unica e imposta dall’alto.
La necessità di costruire un’alternativa è stata ribadita dalle realtà studentesche. La precarietà, il futuro negato, il taglio al welfare e la deriva autoritaria rendono impossibile rimandare ulteriormente le scelte. Scuole e università devono diventare luoghi di organizzazione, partecipazione e costruzione di comunità. Sono state ricordate le mobilitazioni studentesche europee di novembre, con particolare riferimento al 17 novembre e allo sciopero del 20 novembre 2026, oltre a una serie di iniziative coordinate a livello europeo contro la leva obbligatoria e la militarizzazione.
La prospettiva intersezionale è stata sviluppata anche attraverso gli interventi femministi e antidiscriminatori. Non Una di Meno ha ricordato il legame storico tra il movimento femminista e le mobilitazioni contro il G8, sottolineando come il patriarcato sia un elemento strutturale che attraversa ogni ambito della vita e stabilisce quali corpi abbiano diritto di vivere, essere ascoltati e autodeterminarsi. La prospettiva femminista consente di costruire lotte intersezionali e di individuare i punti critici sui quali intervenire. È stata sottolineata anche l’importanza delle emozioni: riconoscere la paura, senza lasciarsene bloccare, e contrapporle il desiderio di trasformazione.
Daniele Rensa, per Disability Pride, ha denunciato la distanza tra i diritti formalmente riconosciuti e la loro concreta applicazione. La disabilità continua a essere fortemente intrecciata alla povertà e all’esclusione. Mentre si sostiene che non ci siano risorse per garantire i diritti, vengono stanziati fondi enormi per il riarmo. La costruzione di un’alternativa deve quindi includere la piena garanzia dei diritti delle persone con disabilità e la possibilità di vivere in una società capace di garantire a tutte e tutti una cura degna di essere vissuta.
In questa prospettiva, molti interventi hanno insistito sul fatto che Genova non sia soltanto un luogo geografico o un evento del passato, ma una memoria collettiva e un metodo politico. La repressione, le zone rosse, la sorveglianza e la criminalizzazione del dissenso non sono più eccezioni, ma rischiano di diventare strumenti ordinari di governo. Le disuguaglianze non sono soltanto economiche e sociali: sono anche disuguaglianze democratiche, perché determinano chi può partecipare, chi può abitare, chi può essere ascoltato e chi viene progressivamente escluso dagli spazi della decisione.
Il tema della convergenza è stato quindi centrale e trasversale a tutti gli interventi. La proposta emersa è quella di costruire un’alleanza intersezionale di movimento, capace di unire:
- la lotta contro il riarmo e la guerra;
- la difesa del lavoro, dei salari e dei contratti;
- la lotta contro la precarietà;
- il diritto alla casa e alla città;
- la difesa dei beni comuni;
- la giustizia climatica e ambientale;
- la lotta contro il patriarcato e ogni forma di discriminazione;
- la solidarietà internazionale e anticoloniale;
- la difesa del dissenso e il contrasto alla criminalizzazione delle lotte.
Questa convergenza deve andare oltre le scadenze elettorali e radicarsi nei territori, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università e nei quartieri. Non si tratta soltanto di costruire un programma elettorale o una nuova alleanza tra forze politiche, ma di costruire un programma del movimento e, più ambiziosamente, una proposta alternativa di società.
A 25 anni da Genova, la sfida è dunque ricostruire una forza collettiva autonoma, radicale e internazionale, capace di mettere in relazione le diverse lotte e di trasformare la solidarietà in organizzazione. La convergenza non deve cancellare le specificità delle singole vertenze, ma permettere loro di riconoscersi come parti di una battaglia comune. È da questa consapevolezza che può nascere una nuova capacità di incidere sui rapporti di forza e di costruire un futuro diverso.
L’affluenza e la partecipazione all’assemblea hanno reso manifesto il desiderio di lavorare assieme al fine di superare quello stato di empasse che grava sulle nostre esistenze in maniera non più trascurabile. Ignorare i problemi e le minacce della quotidianità è divenuto difficile perfino per coloro che si illudono di poter rinnovare la propria bolla a danno di sé stessi, ma soprattutto di coloro che non vantano simili privilegi. Gli apporti sono stati di grande importanza nella misura in cui, per poter lavorare fattualmente alla convergenza, è per noi necessario circondarci della pluralità di voci che insistono in una direzione comune, pur non perdendo la propria specificità. In visione di prossimi appuntamenti rivolti ai No kings, vorremmo lavorare maggiormente sulla dimensione di dialogo, di discussione e soprattutto di conflitto, ovviamente inteso come mezzo non violento di trasformazione e prossimità, affinché gli appuntamenti e le metodologie prospettate non diventino ragione di vanto di un’analoga bolla, ma motivo di radicalità concreta in grado di evitare verticismi ed esclusioni. Per questo serve continuità nel tempo di un lavoro in grado di muoversi su scale assai diverse, dal locale al globale.
“Tutto è successo a Genova, il mondo si è fermato, mó ce lo riprendiamo“
[Mattia Lavezzi e Giulia Rho, ecoinformazioni]
Qui sotto potete trovare i video di alcuni interventi dell’assemblea.
[Video Mattia Lavezzi e Giulia Rho, ecoinformazioni]

