Fa freddo, a Mauthausen. Di sicuro è un’impressione personale, e la giornata plumbea non aiuta, con il cielo colore acciaio, ma varcate le porte del campo la temperatura sembra calare di svariati gradi.
E’ grigio, a Mauthausen. Il lager è un pugno di cemento nel mezzo di verdi colline, dominante su un altura che sovrasta fattorie e paesini da cartolina, da perfetto luogo comune mitteleuropeo.
Fa paura, Mauthausen. Fanno paura le mura con le torrette di guardia, fanno paura le squallide baracche dove ogni giorno vivevano assediati da fame e malattie 500 persone per stanza, fa paura il cortile dell’appello, dove ogni mattina gli aguzzini delle SS costringevano i detenuti a sadiche sessioni di “esercizi” per valutarne la resistenza, fa paura il muro dove venivano fatti accomodare, al loro arrivo, i nuovi ospiti del campo, in attesa che gli ufficiali del Reich decidessero con un cenno del capo il loro destino. E fa paura quella spianata poco prima della porte d’ingresso, con ancora oggi intuibili le forme di un campo da calcio.
Indifferenza. E’ una parola che ritorna spesso, parlando di quello che era Mauthausen. Non puoi fare a meno di chiederti come tutto questo sia stato possibile, a pochi chilometri dal centro dell’Europa, della civiltà occidentale un tempo padrona del mondo, a pochi chilometri, più semplicemente, da una città bella e vivace come Linz, sulle rive del Danubio. Indifferenza, come molti di quei locali così anonimi, in cui trovarono la morte un numero inconcepibile di esseri umani.
Indifferenza. E’ quella che hanno notato i ragazzi della 5’ T del liceo Carlo Porta di Erba, anche loro partecipanti al viaggio. Riporto qui, integralmente, la riflessione scritta dagli studenti:
«Un campo di calcio a pochi passi dal campo di concentramento. Da un lato si assisteva ad una partita tra SS e squadre civili. Dall’altro si stava giocando una partita fra la vita e la morte. L’indifferenza degli spettatori di allora è paragonabile a quella degli spettatori di oggi. L’attualità del messaggio di Mauthausen è ciò che più ci ha colpito di questa visita di commemorazione. Abbiamo subito rivolto il nostro pensiero agli imminenti mondiali di calcio in Brasile, guardati con interesse da tutto il mondo, che però non si preoccupa di denunciare la povertà e la miseria in cui la maggior parte della popolazione vive. Se prima l’omertà degli spettatori era “giustificabile” per paura delle possibili ripercussioni su se stessi e la propria famiglia, oggi non c’è nessun ostacolo che inneschi la paura di denunciare. E’ ancora più terrificante».
Terrificante, è il termine giusto. E’ terrificante l’attualità di quello che il lager rappresenta, è terrificante l’omertà che circondano certi temi, dimenticabili con un po’ di “scena”, indispensabile per potersi lavare la coscienza.
Ma come si può reagire a tutto questo? Come si può combattere il grigiore che qui, a Mauthausen, sembra dominare tutto? Una soluzione forse c’è: la Memoria.
Memoria, ed impegno per preservarla. E’ l’unica maniera per evitare che certe cose si ripetano, per impedire che l’indifferenza vinca. Perché è questo il vero pericolo: che il mondo non finisca seppellito da una risata, ma girando semplicemente la testa dall’altra parte. [Luca Frosini, ecoinformazioni, foto di Fabio Bellacanzone, contributo della classe 5 T del liceo Carlo Porta di Erba]

