Senza Categoria

Radici e ali di cittadinanza attiva a Como Borghi

Panorami-03bbL’enorme spazio della caserma De Cristoforis da anni sottratto alla città e che potrebbe da solo risolvere molti dei problemi sociali del territorio sarà almeno per una volta riaperto ai cittadini e alle cittadine del quartiere di Como Borghi venerdì 21 febbraio alle 18. Tutti e tutte sono invitati nella caserma di piazzale Monte Santo 2 a Como alla presentazione del progetto Radici e Ali per esserne coinvolti e farsi partecipi del processo di vita attiva che si sta innescando nel quartiere. [Presto on line tutte le informazioni su ecoinformazioni].

Guido Viale/ A Como Per Tsipras

guido vialeGuido Viale parlerà  alla Cascina Massèe in via S. Antonino 4 a Como-Albate venerdì 21 febbraio alle 20.45. Sarà possibile approfondire con uno dei sei garanti della lista di cittadinanza che sostiene la candidatura del leader del partito della sinistra greca Syriza Alexis Tsipras,  il progetto e le modalità della nuova avventura politica che, superata la disastrosa avventura di Rivoluzione civile,  tenta una nuova via  nella quale cittadini, cittadine e forze politiche della sinistra sperimentano un percorso comune e condiviso. [Presto on line su ecoinformazioni] Di seguito riportiamo dal sito della lista quanto dichiarato il 12 febbraio da Viale in chiusura dell’incontro con le associazioni a Roma.

«Guido Viale ha concluso evidenziando quattro punti:

  1. Garanti o facilitatori? I promotori finora sono stati dei facilitatori per collegare Tsipras e quello che rappresenta (Syriza, Resistenza Greca, opposizione ai memorandum, radici greche della cultura europea) al progetto di restituire una rappresentanza ai milioni di italiani democratici e colpiti dalla crisi che non ce l’hanno più. Questo progetto ha incontrato, e incontra molti ostacoli, ma adesso è arrivato a un punto di non ritorno. Da oggi i promotori, con Tsipras, sono soprattutto garanti che non ne venga snaturato il carattere autonomo, inclusivo, unitario, apartitico.
  2. I promotori non hanno un’organizzazione da difendere o con cui portare avanti il progetto. Le gambe della lista sono quelle dei movimenti che la sostengono e la caratterizzano. Per questo è una lista “dei movimenti” e non “dei professori” (che tra i sei promotori sono solo 2.
  3. Il metodo delle  candidature proposte è il più partecipato e il più aperto e per questo il più democratico possibile. Non è solo questione di tempo. In una situazione in cui le liste vanno composte rispettando una pluralità di criteri, il voto in assemblea rischia di scatenare solo risse 8ne abbiamo avuto esperienza) e le cosiddette primarie on-line non garantiscono né una lista equilibrata né un confronto ragionato.
  4. Il dopo è il dopo. Noi non stiamo lavorando per creare un nuovo partito né per rimettere insieme “i cocci della sinistra”. Lavoriamo per restituire una rappresentanza parlamentare e un punto di riferimento in Europa, il terreno fondamentale dello scontro politico e sociale da ora in poi, a chi non ce l’ha più perché gli è stata sottratta da errori di settarismo odi burocratismo del passato.
  5. Il PD non ha un programma per l’Europa che non sia l’acquiescenza ai diktat della sua governance per legittimarsi. Renzi non sa nemmeno di che cosa si parla quando si parla di Europa. Grillo partecipa a queste elezioni per avere una riconferma, ma non ha nulla da proporre. Noi sì e domani forse avremo anche la forza se non per imporre le nostre scelte, per lo meno per metterle all’ordine del giorno, Starà poi ai movimenti portarle avanti».

Tsipras/ Viale a Como il 21 alla 1

tsipras-510-aGuido Viale, uno dei sei promotori della lista che sostiene la candidatura alla presidenza della Commissione europea del leader della sinistra radicale greca Alexis Tsipras, parlerà venerdì 21 febbraio alle  20.45 alla Circoscrizione 1, Centro Civico Albate, Cascina Massèe in via S. Antonino 2  Como.

Contro la zona franca

letta e maroniIl referendum svizzero invoca quote di ingresso per i lavoratori stranieri e restrizioni alle imprese italiane che trovano lavoro oltreconfine. Ed ecco che, con uno straordinario tempismo, il Consiglio regionale della Lombardia approva, con il consenso dell’opposizione del Pd, un documento che propone di istituire una zona franca nella fascia di confine. Una grande Livigno. Un esempio da manuale dell’improvvisazione e della demagogia che, da tempo, ispirano le politiche della Regione, ma anche una manifestazione della scarsa autonomia culturale del centrosinistra padano.

Le ragioni delle perplessità nei confronti della “linea della zona franca” si sprecano. C’è anzitutto un dato di fatto difficilmente contestabile. Chi scrive vive nell’Olgiatese, un’area schiacciata sulla linea di confine, quella da cui forse viene l’apporto maggiore di frontalieri. Qui,nel corso degli ultimi tre anni, numerose aziende di settori diversi hanno ridimensionato gli organici o hanno deciso di chiudere: Sisme, Italplastic, Boselli, Sodecor, Progressocasa, Star, Sg Tessile, Traversa, Sirton, Carnini, Filattice, Serica Lombarda, Parker Itr. In tutto, al netto delle microimprese sparite nel frattempo, si sono persi  quasi mille posti di lavoro. Un’enormità. Ma nessuna delle crisi aziendali,nessuna delle delocalizzazioni avvenute,è stata causata dalla scelta di trasferire reparti e impianti nel Ticino. Nessuna. Le imprese che lasciano, come del resto avviene da tempo per le aziende tessili del Comasco, scelgonosemmai i paesi dell’Europa Orientale o quelli dell’Estremo Oriente. La Svizzera, nonostante le iniziative eclatanti come quella recente del Comune di Chiasso, è poco conveniente. Chi sposta sedi e recapiti nelle fiduciarie ticinesi ha in mente per lo più di godere dei vantaggi fiscali, non di realizzare nuovi cicli produttivi. La tesi secondo cui il depauperamento della struttura produttiva dell’area di frontiera deriverebbe dalla maggiore attrattività dei nostri vicini sembra perciò piuttosto azzardata e vagamente propagandistica.

Va detto poi che le aziende abituate a praticare il poco lodevole esercizio della fuga dei capitali, comunque mascherata, non vengono (solo) dalle province di confine. Vengono da tutto il Centronord. Anche in questo caso lo dicono i dati. Ergo, l’ampiezza della zona franca, per seguire le idee dei sottili economisti del Pirellone, dovrebbe probabilmente estendersi fino al Rubicone.

Del resto, le ragioni delle delocalizzazioni sono le stesse lamentate dalle imprese in ogni angolo della Penisola: tassazione elevata, ma anche costo dell’energia, costo del lavoro, inefficienza delle infrastrutture, peso della burocrazia, bassa qualificazione della forza lavoro ecc. Ammesso e non concesso, come direbbe Totò, che queste siano le cause reali della deindustrializzazione avvenuta in Italia, c’è da domandarsi che senso avrebbe intervenire solo sugli aspetti fiscali, come immaginano i cultori della “zona franca”. Semmai, poiché alcuni degli ambiti in cui si presentano le maggiori criticità rientrano nelle competenze delle Regioni, verrebbe da chiedersi quali siano le strategie che l’Ente guidato da Roberto Maroni abbia intenzione di mettere in campo. Troppo facile esternare propositi irrealizzabili mettendo sotto pressione Roma. Soprattutto se nessuno contesta il loro carattere velleitario e va dietro alla propaganda del centrodestra.

La verità è che oggi la zavorra principale della ripresa è la dimensione ridotta della domanda, il carattere asfittico del mercato interno. Le aziende, quelle manifatturiere, artigiane e commerciali, sono in difficoltà principalmente perché il livello della domanda si è ridotto. Perché si sono ridotti i redditi. Come è noto, il fenomeno riguarda da tempo sia “i poveri” sia settori larghi dei vecchi “ceti medi”. Non è un caso che in passato, quando si è pensato a riduzioni fiscali a vantaggio delle aree di confine, si sia approdati allo “sconto benzina”, cioè a una misura che favorisce i consumatori, che tende cioè a sostenere la domanda, non a rendere più competitiva l’offerta. Che abbia funzionato o meno e quali siano i suoi costi è cosa di cui si dovrebbe discutere, ma si tratta di un esempio istruttivo. Anche il fenomeno della concorrenza dei “padroncini” tanto temuta da alcuni al di là del confine ha a che fare esattamente con questo: con la presenza di un mercato più vivace di quello lombardo. C’è lavoro perché girano più soldi. Non è nemmeno un caso se, in Italia e anche nel Comasco,  si registra un aumento della forbice tra le performance delle imprese che si rivolgono al mercato interno (ancora con il meno davanti) e quelle, decisamente migliori, dell’export.

Se si segue questo filo di ragionamento, l’agenda delle cose da fare diventa allora evidente: territorio, energia, formazione, e, con urgenza, sostegno dei redditi e investimenti, pubblici e privati. Altro che zona franca. E magari un’iniziativa politica per contrastare gli effetti del protezionismo e delle politiche anti-immigrati della Confederazione. Bene o male, Governo e Unione Europea hanno detto la loro. La Regione, che rappresenta l’area più toccata dagli esiti del referendum, invece  non è stata in grado di assumere una iniziativa politica seria. Rifugiarsi nell’ideologia della zona franca è solo un modo  per sfuggire alle questioni che il referendum ha posto. Per il blocco della Lega, attratta dalla prospettiva che l’esempio svizzero possa portare qualche freccia all’arco della campagna elettorale di maggio. Per la confusione di un centrodestra che ha nel suo dna il protezionismo. In questo film western, aspettavamo ancora una volta che arrivassero “i nostri” a dire qualcosa di diverso. Inutilmente però. [Emilio Russo per ecoinformazioni]

Partecipa/ Al Gloria lunedì 17 febbraio

PARTECIPA G2In occasione della proiezione per i Lunedì del cinema de L’arte della felicità di Alessandro Rak, lunedì 17 febbraio alle 21 sarà possibile partecipare a ecoinformazioni  al banchetto dell’associazione allo Spazio Gloria del circolo Arci Xanadù in via Varesina 72 a Como. Per tutti in regalo un libro delle edizioni ecoinformazioni e Otium.

Cinegiornale febbraio 2014

PARTECIPA H2Anticipiamo il Cinegiornale di ecoinformazioni a cura di Andrea Rosso in proiezione allo Spazio Gloria del circolo Arci Xanadù. La nuova edizione è dedicata a: Como Borghi (da Le storie storte, Trammammuro) e a Partecipa, la campagna per le adesioni al circolo Arci-ecoinformazioni a sostegno della libera informazione.

Razzismo elvetico/ Emilio Russo

20140207_svizzeraDa qualunque parte la si rigiri, assolvere il cinquanta e rotti percento degli elettori svizzeri responsabili della malefatta del referendum sugli stranieri riesce piuttosto  difficile. Lasciamo stare la versione degli ultras, come David Cameron e, paradossalmente, il lombardo Roberto Maroni, che pensano di approfittarne per portare acqua al mulino del populismo sgangherato di chi immagina un mondo in cui a circolare indisturbati siano solo i capitali. Non convince nemmeno quella soft di chi chiede di considerare con realismo il peso di quel 23% di immigrati che popola le città e le valli della Svizzera.  Con un tasso di disoccupazione del 3,5% che gli economisti considerano “frizionale”, cioè fisiologico, che non giustifica l’allarme dei “posti di lavoro rubati ai nostri giovani”.Prendiamo il Ticino, con il suo triste record del 68% di frustrazioni scaricate nel voto. Dove più evidente è apparsa la voglia di incidere uno sfregio sul volto dell’Europa e degli Italiani.Con la sua ansia da primo della classe nell’ allinearsi alle istanze nate nella destra dei cantoni di lingua tedesca. Qui l’immigrazione è fatta prevalentemente di frontalieri,senza i quali chiuderebbero magazzini e centri commerciali, banche e cantieri edili. Oltre agli artigiani che varcano il confine per prestare servizi a prezzi concorrenziali. Rispetto ai qualiqualcuno vorrebbe che il dogma del libero mercato venga miracolosamente sospeso. I capitali, quelli portati nelle valige piene di banconote da cinquecento euro, e quelli delle aziende italiane invitate con insistenza a trasferirsi da Chiasso in su, quelli no, non devono essere fermati. Pecunia non olet. E guai se Guardia di finanza e Bankitalia si attivano per compiere qualche doverosa verifica. Lesa maestà. Da difendere con l’animus di Wilhelm Tell.

Nemmeno l’argomento della “difesa delle radici”, a ben vedere, ha senso. La gente che attraversa il confine quotidianamente – senza nemmeno pesare sul costoso sistema elvetico di welfare privato, che si trova al limite del collasso – capisce il dialetto dei ticinesi e parla, generalmente meglio dei ticinesi, l’italiano. Per lo più, vengono da scuole e da università, obbiettivamente, migliori di quelle ticinesi. Nessuno di loro propone di costruire moschee; non praticano la poligamia e le donne non portano il chador. E quanto alla “sicurezza”, nessuno può sospettare che nascondano altre armi se non i cacciaviti e le brugole. E poi, basta scorrere gli elenchi telefonici per capire che, anche se spesso se ne vergognano un po’, i nomi più ricorrenti sono gli stessi che si troverebbero negli elenchi delle province lombarde.

Certo, c’è un problema di dumping salariale, che pesa sui lavoratori svizzeri soprattutto da quando i costi delle case e della sanità hanno preso a correre. Ma questo, obbiettivamente, è un problema loro. Un problema di politica interna, e per usare una vecchia gloriosa espressione, di “giustizia sociale”. Ma questo è difficile da capire. Sì, perché, in Svizzera come altrove, il populismo ha potuto attecchire solo perché le classi dirigenti hanno saputo compiere il capolavoro di nascondere le cause reali della crisi nella crescita degli squilibri sociali occultandole, deviando la loro percezione verso il rancore nei confronti dell’”altro”, dell’ “invasore” (e della “politica”). Una brutta dinamica che anche i settori più avvertiti della società elvetica non sono riusciti a contenere, finendo anzi per svolgere il ruolo degli apprendisti stregoni e trovandosi ora a dover fronteggiare l’irritazione dell’Europa comunitaria e le possibili ritorsioni sul piano economico. Un autogol clamoroso per un Paese che dipende, nel suo interscambio commerciale, dall’area dell’Euro per il 60% e che ha potuto crescere solo grazie all’apporto continuo di manodopera straniera.

E’ probabile ora che le autorità politiche cerchino di attenuare l’impatto del referendum, così come è possibileche molti degli elettori, soddisfatti per la loro performance domenicale, si acconcino ad accettare un ridimensionamento delle sue conseguenze. Soprattutto perché è gente abituata a fare i conti con il portafogli. Resta però, soprattutto per una regione di confine come il Ticino, la ferita di un voto che ha, innegabilmente, il sapore di una presa di distanza di tipo antropologico. Non sono lontani, del resto, i tempi in cui la Lega dei ticinesi parlava dell’Italia come di “uno Stato fallito” e anche le ironie sulla possibile annessione della Lombardia non fanno ridere più di tanto. In contrasto con le loro tradizioni  – vale la pena di sottolinearlo -, i ticinesi negli anni recenti hanno abbracciato una sorta di calvinismo dei poveri che pretende di dispensare lezioni e di classificare gli italiani sulla base di categorie morali. Rivendicando, per la verità, presunte “virtù” il cui fondamento appare piuttosto dubbio. Così, per esempio, hanno finito per autoassolversi, scaricando le colpe sule auto dei frontalieri, per un sistema della mobilità collassato a causa di scelte urbanistiche sconsiderate, come la proliferazione di zone commerciali nelle aree di confine e il sorgere disordinato di capannoni industriali. Senza avere mai saputo predisporre un sistema di trasporto pubblico al servizio di chi lavora in Ticino. Parallelamente alla hybris anti-italiana, si è fatta strada una sorta di omologazione nei confronti della Germania che però ignora le differenze esistenti. Perché i tedeschi, quelli della Mitbestimmung e del rigore finanziario, hanno costruito la loro forza sul lavoro, sulla tecnica, sulla manifattura, su solidi accordi con i lavoratori. Non sul drenaggio di capitali, puliti e meno puliti, da tutta Europa. In fondo, è proprio nella soggezione del mondo politico nei confronti delle banche, oltre che nel sistema consociativo delle istituzioni elvetiche, che si possono trovare le ragioni di questa deriva. Così come in una pratica sindacale debole e programmaticamente orientata verso “la pace sociale”. Quando invece anche per una società di mercato che non sia disposta a virare verso la xenofobia e a scaricare le sue tensioni all’esterno isolandosi dal mondo della globalizzazione, la realtà del conflitto, di una dialettica ordinata ma plurale,  è un elemento vitale. [Emilio Russo per ecoinformazioni]

Suoni e scatti dalla Mesopotamia

Locandina 'Suoni e scatti della Mesopotamia'Venerdì 7 febbraio e sabato 8 presso lo Spazio Pifferi in via Diaz 58 a Como si terrà la mostra Suoni e scatti della Mesopotamia, in collaborazione con il Centro Servizi per il Volontariato di Como, Milena Ghielmetti, Agnese Selva e Piotr Rybicki. Si tratta di una mostra di audio e foto che racconta dell’esperienza di scambio internazionale a Bismil, nella Turchia sud-orientale che ha coinvolto sette giovani italiani. Il progetto si chiama Voiced Photographs e rientra nel progetto Youth in action finanziato dall’Unione europea. Prevede un soggiorno di 15 giorni in cui i partecipanti, i giovani tra i 18 e i 30, impareranno a costruire la propria macchina fotografica e ad usarla, realizzando scatti professionali e artistici a in una città interessante e multiculturale. 

L’inaugurazione della mostra avrà luogo venerdì alle 18,30, mentre sabato sarà aperta dalle ore 10 alle 18. [Clara Chiavoloni, ecoinformazioni]

Incontro con l’autore/ Federico Bagni

14_cop_CollettivoZampalu:Layout 2Sabato 8 febbraio alle ore 17, la libreria Paoline di Como, in via Cesare Battisti 10, invita all’incontro con l’autore Federico Bagni che presenta il suo libro Collettivo Zampalù. Qui un’anticipazione:

«Settembre 1993. Liceo scientifico “Francesco Baracca”, Milano. Il professor Lorenzo Dentico e Marco Carboni, alunno di classe quinta, si incontrano dentro un tema libero. Nei giorni di pioggia, durante la ricreazione, i due diventano amici. Lo smarrimento di un ragazzo disadattato, un padre carcerato, i libri come rifugio dal mondo. Un folle viaggio da Parigi a Milano, a bordo di un furgone rubato. E poi l’anno è già finito, e il tempo li porta altrove.
A distanza di anni, il professore – segnato duramente dall’esistenza – ritrova l’ex alunno, che ha trovato sfogo alla propria inquietudine facendo lo scrittore, e lo coinvolge in una straordinaria esperienza di scrittura collettiva fra i senza fissa dimora di un centro diurno». [Clara Chiavoloni, ecoinformazioni]

ecoinformazioni 431/ settimanale

431È on line il numero 431 di ecoinformazioni. In primo piano Partecipa, la campagna per ecoinformazioni, Monnezza, l’appuntamento a La Feltrinelli di Como venerdì 7 febbraio alle 18, Kersevan, Politiche ambientali e sociali straordinarie per affrontare la crisi,  Per sfogliare on line la rivista clicca qui

Ecoinformazioni è un circolo Arci

Anche ecoinformazioni in Pressenza