Contro la zona franca

letta e maroniIl referendum svizzero invoca quote di ingresso per i lavoratori stranieri e restrizioni alle imprese italiane che trovano lavoro oltreconfine. Ed ecco che, con uno straordinario tempismo, il Consiglio regionale della Lombardia approva, con il consenso dell’opposizione del Pd, un documento che propone di istituire una zona franca nella fascia di confine. Una grande Livigno. Un esempio da manuale dell’improvvisazione e della demagogia che, da tempo, ispirano le politiche della Regione, ma anche una manifestazione della scarsa autonomia culturale del centrosinistra padano.

Le ragioni delle perplessità nei confronti della “linea della zona franca” si sprecano. C’è anzitutto un dato di fatto difficilmente contestabile. Chi scrive vive nell’Olgiatese, un’area schiacciata sulla linea di confine, quella da cui forse viene l’apporto maggiore di frontalieri. Qui,nel corso degli ultimi tre anni, numerose aziende di settori diversi hanno ridimensionato gli organici o hanno deciso di chiudere: Sisme, Italplastic, Boselli, Sodecor, Progressocasa, Star, Sg Tessile, Traversa, Sirton, Carnini, Filattice, Serica Lombarda, Parker Itr. In tutto, al netto delle microimprese sparite nel frattempo, si sono persi  quasi mille posti di lavoro. Un’enormità. Ma nessuna delle crisi aziendali,nessuna delle delocalizzazioni avvenute,è stata causata dalla scelta di trasferire reparti e impianti nel Ticino. Nessuna. Le imprese che lasciano, come del resto avviene da tempo per le aziende tessili del Comasco, scelgonosemmai i paesi dell’Europa Orientale o quelli dell’Estremo Oriente. La Svizzera, nonostante le iniziative eclatanti come quella recente del Comune di Chiasso, è poco conveniente. Chi sposta sedi e recapiti nelle fiduciarie ticinesi ha in mente per lo più di godere dei vantaggi fiscali, non di realizzare nuovi cicli produttivi. La tesi secondo cui il depauperamento della struttura produttiva dell’area di frontiera deriverebbe dalla maggiore attrattività dei nostri vicini sembra perciò piuttosto azzardata e vagamente propagandistica.

Va detto poi che le aziende abituate a praticare il poco lodevole esercizio della fuga dei capitali, comunque mascherata, non vengono (solo) dalle province di confine. Vengono da tutto il Centronord. Anche in questo caso lo dicono i dati. Ergo, l’ampiezza della zona franca, per seguire le idee dei sottili economisti del Pirellone, dovrebbe probabilmente estendersi fino al Rubicone.

Del resto, le ragioni delle delocalizzazioni sono le stesse lamentate dalle imprese in ogni angolo della Penisola: tassazione elevata, ma anche costo dell’energia, costo del lavoro, inefficienza delle infrastrutture, peso della burocrazia, bassa qualificazione della forza lavoro ecc. Ammesso e non concesso, come direbbe Totò, che queste siano le cause reali della deindustrializzazione avvenuta in Italia, c’è da domandarsi che senso avrebbe intervenire solo sugli aspetti fiscali, come immaginano i cultori della “zona franca”. Semmai, poiché alcuni degli ambiti in cui si presentano le maggiori criticità rientrano nelle competenze delle Regioni, verrebbe da chiedersi quali siano le strategie che l’Ente guidato da Roberto Maroni abbia intenzione di mettere in campo. Troppo facile esternare propositi irrealizzabili mettendo sotto pressione Roma. Soprattutto se nessuno contesta il loro carattere velleitario e va dietro alla propaganda del centrodestra.

La verità è che oggi la zavorra principale della ripresa è la dimensione ridotta della domanda, il carattere asfittico del mercato interno. Le aziende, quelle manifatturiere, artigiane e commerciali, sono in difficoltà principalmente perché il livello della domanda si è ridotto. Perché si sono ridotti i redditi. Come è noto, il fenomeno riguarda da tempo sia “i poveri” sia settori larghi dei vecchi “ceti medi”. Non è un caso che in passato, quando si è pensato a riduzioni fiscali a vantaggio delle aree di confine, si sia approdati allo “sconto benzina”, cioè a una misura che favorisce i consumatori, che tende cioè a sostenere la domanda, non a rendere più competitiva l’offerta. Che abbia funzionato o meno e quali siano i suoi costi è cosa di cui si dovrebbe discutere, ma si tratta di un esempio istruttivo. Anche il fenomeno della concorrenza dei “padroncini” tanto temuta da alcuni al di là del confine ha a che fare esattamente con questo: con la presenza di un mercato più vivace di quello lombardo. C’è lavoro perché girano più soldi. Non è nemmeno un caso se, in Italia e anche nel Comasco,  si registra un aumento della forbice tra le performance delle imprese che si rivolgono al mercato interno (ancora con il meno davanti) e quelle, decisamente migliori, dell’export.

Se si segue questo filo di ragionamento, l’agenda delle cose da fare diventa allora evidente: territorio, energia, formazione, e, con urgenza, sostegno dei redditi e investimenti, pubblici e privati. Altro che zona franca. E magari un’iniziativa politica per contrastare gli effetti del protezionismo e delle politiche anti-immigrati della Confederazione. Bene o male, Governo e Unione Europea hanno detto la loro. La Regione, che rappresenta l’area più toccata dagli esiti del referendum, invece  non è stata in grado di assumere una iniziativa politica seria. Rifugiarsi nell’ideologia della zona franca è solo un modo  per sfuggire alle questioni che il referendum ha posto. Per il blocco della Lega, attratta dalla prospettiva che l’esempio svizzero possa portare qualche freccia all’arco della campagna elettorale di maggio. Per la confusione di un centrodestra che ha nel suo dna il protezionismo. In questo film western, aspettavamo ancora una volta che arrivassero “i nostri” a dire qualcosa di diverso. Inutilmente però. [Emilio Russo per ecoinformazioni]

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