Società

Pro Cuba

Solidarietà con Cuba dopo i due disastrosi uragani che la hanno colpita. L’associazione Italia – Cuba comasca presenta una campagna straordinaria di raccolta fondi per aiutare l’isola caraibica.

Dopo i due disastrosi uragani che hanno spazzato le Antille e il Golfo del Messico a breve distanza l’uno dall’altro, Gustav alla fine di agosto e Ike ai primi di settembre, Cuba ha sofferto danni per 5 miliardi di euro e più di 200 mila persone hanno dovuto abbandonare le proprie case.
Il Circolo di Como dell’Associazione Italia – Cuba, per voce del suo presidente Antonio Russolillo, ha deciso così di «di intraprendere uno sforzo straordinario oltre a quello che normalmente diamo». I circoli lombardi dell’Associazione Italia – Cuba sono gemellati con la provincia cubana di Las Tunas, «la regione più ricca d’Italia, con la provincia più povera di Cuba», ha precisato il presidente, come la brigata di lavoro, da poco tornata, che ha contribuito alla ristrutturazione di un ospedale per bambini disabili.
Solo l’ultimo uragano ha fatto sette vittime una tragedia che però avrebbe potuto avere dimensioni ben più gravi se non fosse pronto ed efficace l’impegno della protezione civile ha sottolineato Donato Supino, consigliere comunale Prc a Como. Infatti, così come ricordato nel volantino dell’associazione «mentre nel resto del centro America e Caraibi, Stati Uniti compresi, i morti si contano spesso a centinaia, a Cuba, il numero delle vittime è sempre limitatissimo proprio a causa di una cultura che mette la prevenzione al primo posto».
Il consigliere a Palazzo Cernezzi ha poi proseguito «il sindaco è andato a Pinar del Río, nel nord, una delle zone più colpite, e sarà interessante capire cosa porterà come sua impressione». Fondamentale sarebbe ora l’eliminazione dell’embargo americano: «Cuba ha chiesto la sospensione del blocco per almeno un mese, ma il Segretario di stato americano, Condoleezza Rice, ha negato il permesso».
«Stiamo promuovendo una sottoscrizione – ha proseguito Russolillo – che si può fare tramite un contributo su conto corrente postale ed è detraibile dalle tasse». Inoltre è in preparazione una cena per raccolta fondi, che si terrà sabato 25 ottobre alla Cooperativa di via Lissi a Como, il cui intero ricavato verrà devoluto per aiutare la popolazione cubana, le spese verranno coperte dall’associazione.
In cantiere ci sono anche iniziative di sensibilizzazione con banchetti, volantinaggi e serate pubbliche d’informazione.
Per maggiori informazioni e per contribuire http://www.italiacubacomo.net/emergenza_uragani.html.

Il Comune di Maslianico sceglie l’energia pulita

Dal primo di ottobre il Comune di Maslianico alimenta gli edifici e l’illuminazione pubblica con energia rinnovabile.

I piccoli Comuni fanno fatica a stare al passo con le novità, contratti, offerte di differenti gestori, per le proprie forniture – ha dichiarato l’assessore all’ambiente Francesco Gatti – Noi abbiamo deciso, per le pratiche in ambito energetico, di affidarci al Cev, Consorzio energia Veneto. Una struttura che raggruppa più di mille Comuni in tutta Italia».
Avendo un peso contrattuale maggiore di un singolo Comune, nei confronti dei produttori di energia, il Cev può offrire ai suoi aderenti dei prezzi migliori. «Ci hanno proposto uno sconto del 15-16 per cento, con dell’energia per il 30 per cento rinnovabile e per il 70 tradizionale, ed uno sconto del 10-12 per avere solo energia rinnovabile, e noi abbiamo optato per la seconda opzione» ha aggiunto l’assessore.
La decisone è stata presa in luglio, ma le pratiche si sono concluse solo da poco e dall’inizio del mese il contratto è finalmente attivo; a breve l’iniziativa verrà pubblicizzata anche con la posa di cartelli sugli edifici pubblici. Su una spesa energetica che fino all’anno scorso era sui 56 mila euro annuii ora il Comune prevede di risparmiarne 6-7 mila e l’amministrazione sta valutando anche l’ipotesi di diventare produttrice di elettricità con la posa di pannelli fotovoltaici sui tetti degli edifici pubblici. [Michele Donegana, ecoinformazioni]

2 ottobre Giornata internazionale della nonviolenza

2 ottobre tutti i giorni è il titolo del documento di Celeste Grossi, vicepresidente del Coordinamento comasco per la Pace, diffuso in occasione della Giornata internazionale della nonviolenza.

«Quando lo scorso anno l’assemblea generale dell’Onu istituì la Giornata internazionale della nonviolenza – il 2 ottobre, anniversario della nascita di Gandhi – fui piacevolmente sorpresa. Ma subito dopo ebbi un sussulto. Vorrei che non dovessero più esistere il 25 novembre Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il 10 dicembre Giornata della Dichiarazione universale dei Diritti umani, l’8 marzo Giornata internazionale della donna, il 21 marzo Giornata internazionale degli immigrati. Ho l’impressione che, al di là delle buone intenzioni di partenza, si rischi di favorire l’attenzione su questioni importanti e complesse in un unico giorno dell’anno (ce ne sono 365, ma le problematiche che meriterebbero attenzione sono ben di più), di mettersi il cuore in pace per gli altri 364 giorni dell’anno e di perdere anche di vista l’intreccio tra violenza, patriarcato, militarismo, crescita degli armamenti, povertà, crisi biofisica del pianeta, razzismo, xenofobia… (giusto per nominare solo alcuni dei nodi che caratterizzano i nostri tempi violenti).
E c’è pure la possibilità che le “giornate” si trasformino in “feste”, in feste commerciali per vendere i cioccolatini e la retorica degli spot televisivi. Così è successo per la seconda domenica di maggio – Festa della mamma – (ce lo ha giustamente ricordato alcuni anni fa Monica Lanfranco, la direttrice di Marea), che era stata istituita, nel 1870, su proposta di Julia Ward Howe, femminista e pacifista nordamericana, come momento di protesta contro il massacro della guerra di donne che avevano perduto i propri figli, e da lei era stata denominata Giorno della Madre.
Vorrei chiarire che mi piace festeggiare, ma mi pare che le feste, nella nostra società opulenta, non siano più occasioni di incontro e si siano trasformate in occasioni consumistiche, “divertimentifici” a comando, momenti nei quali si resta comunque da soli.
Questi sono tempi violenti. E l’Onu non può accontentarsi di celebrare la nonviolenza per un solo giorno ogni anno.
Convivere
Questi sono tempi violenti. Molto violenti per noi tutte e tutti che viviamo di solitudini, paure, egoismi, ma ancora di più per donne e uomini immigrati che vivono in un territorio ostile.
“Sicurezza” è diventata la parola magica che domina sulle pagine dei quotidiani, nelle cronache dei telegiornali, nei discorsi dei politici e degli amministratori. E a “sicurezza” spesso si associano parole come paura, rancore, odio per chi è diverso da noi. Vogliamo chiuderci dentro le nostre case, sussultare ogni volta che suona un campanello, ogni volta che uno sconosciuto ci chiede qualcosa? Chi ci difenderà dalla violenza dei nostri “cari” che scoppia proprio nell’intimità, nel silenzio, nell’indifferenza dei vicini? Quante armi dovremo comprare per sentirci finalmente sicure e sicuri? Quante telecamere si dovranno installare, quante guardie armate, quante ronde dovranno girare per le nostre città? Perché incontrare un estraneo, uno sconosciuto, un diverso da noi, deve subito allarmarci, farci temere, impaurire?”. Hanno scritto le Donne in nero di Padova, la scorsa primavera, quando un’ondata di razzismo ha attraversato il nostro paese, fino alla proposta indecente di prendere le impronte ai rom e ai sinti, bambine e bambini compresi. Per convivere dobbiamo riconoscere che “noi” e “loro” abbiamo, delle paure, dei desideri, che solo imparando a conoscerci e a vivere insieme come vicini e vicine di casa, di scuola, di lavoro potremo tutte e tutti sentirci più sicuri e avere finalmente meno paura.
Lasciate parlare le donne
Una sicurezza basata sul controllo e sulla militarizzazione delle nostre vite e delle nostre città non ci rassicura e a me sembra un’idea assai maschile. La militarizzazione dei territori chiarisce bene come “La guerra è entrata nel quotidiano, eppure bisogna continuare a pensare, a pensare alla pace, e da donne”. Lo diceva molti anni fa Virginia Woolf che, nel 1938 diceva anche “Il modo migliore per aiutarvi a prevenire la guerra non è di ripetere le vostre parole e seguire i vostri metodi, ma di trovare nuove parole e inventare nuovi metodi. E il fine è il medesimo: affermare il diritto di tutti, di tutti gli uomini e di tutte le donne, a vedere rispettate nella propria persona i grandi principi della giustizia, dell’uguaglianza e della libertà”.
Ma vorrei concludere con le parole di un uomo, Mohandas Gandhi, dal momento che il 2 ottobre è l’anniversario della sua nascita: “Se la nonviolenza è la legge della nostra esistenza, il futuro è delle donne”».

Un referendum contro la speculazione e per l’accoglienza

Sono stati depositati mercoledì 1 ottobre al Comune di Como due quesiti referendari su proposta di un comitato promotore che riunisce esponenti del mondo politico e associativo cittadino, primo firmatario Luigi Nessi. Uno sul futuro dell’area dell’ex Ospedale a Camerlata e l’altro sull’apertura per l’intero anno solare di una struttura di accoglienza per gli homeless comaschi.

Il primo quesito, se l’iter procederà senza intoppi, a cui i cittadini comaschi dovranno rispondere recita: «Condividi la necessità di un vincolo di destinazione urbanistica all’area occupata dall’attuale Ospedale Sant’ Anna che assicuri, per il futuro, la presenza in tale area di una “cittadella della salute” e che riservi una quota prevalente, comunque non inferiore al 60 per cento del totale a “servizi alla persona”?»
La seconda domanda invece sarà: «Condividi la necessità che il Comune di Como si doti e mantenga aperta, per l’intero anno solare, una struttura destinata ai “senza fissa dimora”, che consenta il ricovero notturno e l’accesso ai servizi igienici essenziali?».
I sottoscrittori sono: Luigi Nessi, Bruno Magatti, Luciano Forni, Ermanno Pizotti, Paolo Ceccoli, Piergiogio Scilironi, Antonio Martone, Vittorio Mottin, Fabio Colmegna, Alberto Filippini, Danilo Lillia, Edoardo Riva, Donato Supino, Domenico Caccavari, Maurizio Zanotti, Luisella Re, Gianni Veronelli, Wilma Tamborini, Elio Peverelli, Giuseppe Nessi, Vincenzo D’Antuono e Laura Molinari.

Per il nuovo ospedale tutto in vendita

Il direttore generale dell’azienda ospedaliera Sant’Anna Andrea Mentasti ha spiegato mercoledì 1 ottobre alla stampa il piano finanziario per l’edificazione del nuovo ospedale dei Tre camini. Per far cassa viene venduta la maggior parte delle proprietà del Sant’Anna, frutto delle donazioni che la cittadinanza ha elargito al nosocomio cittadino.

Il costo dell’ospedale per la nuda struttura è previsto in 194,1 milioni di euro, a cui vanno aggiunti 55,1 milioni per strumentazioni ed arredi e 15,4 milioni per la ristrutturazione degli stabili che rimarranno di pertinenza del Sant’Anna a Camerlata, il tutto per un totale di 264,6 euro.
I fondi per finanziare l’impresa saranno recuperati da Stato, Regione, Provincia e project finacing, per 143,5 milioni, dalla vendita degli immobili aziendali, per 66 milioni, e da un contributo del concessionario, da un finanziamento regionale aggiuntivo e da leasing per strumentazioni, per 55,1 milioni.
Rimane aperto il nodo degli uffici. .«Li stiamo ancora cercando – ha dichiarato Mentasti – se entro un mese non troveremo gli spazi adatti nelle zone limitrofe l’azienda manifesterà l’intenzione di trattenersi i 5-6 mila metri quadri occorrenti nell’area di via Napoleona», che si aggiungeranno ai 7 mila “prenotati” per il futuro poliambulatorio.
La stima della vendita dell’area di Camerlata è di 33 milioni «prendiamo la stima più bassa in maniera prudenziale, se riusciamo a vendere a di più tanto meglio» ha chiarito il direttore generale.
Per far cassa viene venduta la maggior parte delle proprietà del Sant’Anna, frutto delle donazioni che la cittadinanza ha elargito al nosocomio cittadino. Si spazia dall’ex ospedale di Valsola a 500 mila metri quadri di terreni in tutta la provincia a stabili e appartamenti vari a Como, Cantù, Asso, ecc. La stima di questo patrimonio non sanitario, fatta nel 2006-2007, pare sia sostanzialmente corrispondente ad una perizia di controllo in atto. La vendita, prevista per il prossimo anno, verrà gestita dall’onnipresente Infrastrutture Lombarde.

 

 

 

 

No ai rifiuti bruciati nella Cementeria di Merone!

Il Circolo ambiente Ilaria Alpi afferma la propria contrarietà al protocollo d’intesa siglato tra le istituzioni e la Holcim.

Siglato un protocollo d’intesa per l’utilizzo dei rifiuti nei forni del cementificio meronese tra i Comuni di Merone e Monguzzo, le Province di Como e Lecco e la multinazionale svizzera che definisce il monitoraggio continuo delle emissioni dai forni, analisi quadrimestrali per alcune sostanze inquinanti e la creazione di una commissione tecnica, formata dai rappresentanti delle quattro istituzioni pubbliche e dalla Holcim stessa, non si fa attendere la risposta dell’ambientalismo comasco.
«Il Protocollo non aggiunge niente di nuovo a quanto già esiste» afferma Roberto Fumagalli, presidente Circolo ambiente «Infatti il monitoraggio continuo è imposto dalla legge e a Merone esiste già da anni. Le analisi quadrimestrali saranno eseguite da un laboratorio privato pagato dalla Holcim stessa! Anche la commissione tecnica esisteva già da anni (senza la Provincia di Lecco) e finora non ha prodotto alcun risultato».
Categorico il noto ecologista comasco ha aggiunto «per noi questo accordo è scandaloso: il protocollo non servirà a nulla, se non ad avallare l’incenerimento dei rifiuti» e ricordato che «la Regione ha autorizzato la cementeria di Merone a bruciare più di 100.000 tonnellate all’anno di “rifiuti” di diversa origine tra cui peci e oli provenienti dall’industria chimica, farine e grassi animali, fanghi da depurazione ed altri ancora. Con la stessa autorizzazione, la Regione ha concesso alla Holcim deroghe per alcuni inquinanti contenuti nei fumi emessi dal cementificio, che hanno permesso alla multinazionale di emettere in atmosfera alcuni inquinanti oltre i limiti prescritti dalla normativa europea, tra cui ossidi di Zolfo (quattro volte oltre il limite), ossidi di Azoto (50 per cento oltre il limite), Carbonio organico (cinque volte oltre il limite!)».
In conclusione Fumagalli ha dichiarato che «le istituzioni, anziché sottoscrivere questo inutile Protocollo, devono impedire l’incenerimento dei rifiuti. La Holcim non può continuare a bruciare i rifiuti in un territorio già pesantemente inquinato!».

Immigrazione e integrazione

Un incontro organizzato, al Centro sportivo San Pos, da Aari Lombardia e N’gola mbandi Como con il patrocinio del Comune di Grandate. Ospite d’onore Riccardo Lumengo, deputato nazionale nella Confederazione elvetica: «Integrazione non vuol dire assimilazione, ma partecipare alla vita sociale, imparare la lingua, i costumi, la cultura e soprattutto rispettare la legge del paese ospitante».

Ha dato il benvenuto ai 20 partecipanti, per lo più di origine angolana, il sindaco di Grandate Monica Luraschi, che ha ricordato come l’immigrazione non vada intese come problema ma come sfida per l’Europa. «Il nostro è un piccolo paese di 2 mila abitanti con un’immigrazione limitatissima, per cui, non avendo esperienza diretta del fenomeno, ascolto volentieri le vostre testimonianze».
Futo André, presidente A.a.r.i. (Associazione angolani residenti in Italia), prendendo la parola, ha poi ricordato che l’immigrazione è un fenomeno caratterizzante di varie fasi storiche e che il vero problema sta nella sua gestione: «non c’è una risposta politica all’immigrazione – ha dichiarato – Si preferisce trattare il problema nei suoi aspetti emozionali e superficiali dopo i fatti di cronaca, piuttosto che approfondire a livello politico la cause e studiare politiche ragionate».
Presente all’incontro anche il direttore della Caritas di Como, Roberto Bernasconi, che ha ricordato il ruolo dell’organizzazione cattolica che «da aiuto alla persone che hanno faticato per raggiungere un posto migliore, ricevendo in cambio l’umanità della quale siete pieni. Questo scambio può portare a costruire un umanità nuova, tant’è che molti migranti che abbiamo aiutato sono poi venuti da noi ad offrirsi come volontari».
«Gli ultimi avvenimenti – ha aggiunto Isilda Armando della Fim-Cisl di Lecco – portano a fare una lettura dello scenario sociale su tre fronti. Dal punto di vista politico, negli ultimi 6 mesi abbiamo assistito a provvedimenti nazionali e locali che portano all’aumento esponenziale di insulti ed aggressioni nei confronti di immigrati e possono culminare in un omicidio come quello di Milano. Esistono province italiane ad alto rischio per un migrante, in cui è consigliato non andare. Ci sono poi i mass media che a mio avviso sono diventati “piromani sociali”, trattando l’argomento immigrazione con irresponsabilità fomentano la paura del diverso, paura che si concretizza anche tra gli stranieri stessi, in una lotta fratricida. Alla lunga tutto ciò può portare all’isteria sociale che legittima provvedimenti come quelli di Cantù. Infine c’è l’aspetto economico: in tempi di vacche grasse gli immigrati sono considerati i tappabuchi che svolgono i lavori abbandonati dagli italiani, mentre se la congiuntura economica non è buona l’isteria sociale si espande fino alla fabbriche, dove si creano problemi di convivenza, si bloccano le assunzioni di stranieri e dove delle volte non mi viene permesso di entrare, nonostante sia sindacalista, a causa del colore della mia pelle».
Ma l’ospite d’onore dell’incontro è stato Riccardo Lumengo, deputato nazionale del Partito socialista svizzero. Una lunga storia alle spalle, che comincia 23 anni fa quando viene in Europa e comincia a lavorare come operaio mentre studia in università, 23 anni da immigrato culminati con l’elezione al parlamento elvetico. «All’epoca i rapporti fra svizzeri e immigrati erano positivi – ricorda non senza nostalgia – ora se arrivassi in Svizzera come 23 anni fa, non so neanche se sarei accolto. Come vedete i problemi legati all’immigrazione sono simili in tutta Europa, a mio avviso il primo è quello della lingua: è importante formare l’immigrato così che possa trovare lavoro e integrarsi per diventare autonomo. Attenzione che però integrazione non vuol dire assimilazione, ma vuol dire partecipare alla vita sociale, imparare appunto la lingua, i costumi, la cultura e soprattutto rispettare la legge del paese ospitante. Alle elezioni i media svizzeri mi descrivevano come l’immigrato perfettamente integrato, ma integrazione non vuol dire fare l’amministratore, ma innanzitutto imparare la lingua e trovare lavoro così da essere autonomi.
Una cattiva informazione può essere un serio problema per l’integrazione dell’immigrato, mentre una buona aiuta a eliminare i pregiudizi tipici soprattutto verso noi africani che veniamo spesso dipinti come sfaticati e fannulloni, gente a cui non dare confidenza. Alcune statistiche riportano infatti il fatto che il 95-98 per cento degli immigrati soffre dei pregiudizi negativi che gravano su di lui.
In ogni caso il mio messaggio per tutti è questo: tutto ciò che vivete voi oggi l’ho vissuto anch’io ma la mia risposta ai pregiudizi fu sempre positiva: dimostrare il contrario dei pregiudizi diffusi tra la gente è la sfida che ho combattuto e continuo a combattere da 23 anni».
Tutti i partecipanti al dibattito hanno infine sottolineato con forza l’importanza di riproporre questi momenti di discussione aprendoli anche agli italiani, magari in un luogo pubblico. [Francesco Colombo, ecoinformazioni]

Qui e là, tavola rotonda sulla cooperazione internazionale

Motivazioni, responsabilità, ruolo e prospettive della cooperazione internazionale alla tavola rotonda Qui e là di venerdì 28 settembre in Biblioteca comunale. L’iniziativa era inserita nel primo festival comasco dei gemellaggi e della cooperazione internazionale, Assaggi di mondo, organizzato dal Comune di Como in collaborazione con l’Associazione del volontariato comasco – Centro servizi per il volontariato.

 

«Perché dedicare un po’ della propria vita al volontariato? – ha esordito Giuseppe Maternini, dell’associazione Il Carretto, chiamato a relazionare sulle motivazioni di un volontario – L’ho chiesto a molte persone durante le mie esperienze di cooperazione. Le risposte si sono evolute nel tempo: chi partiva come me quarant’anni fa ci andava per insegnare, educare, curare. Questo presuppone una povertà intellettuale dei beneficiari, ed è una mentalità molto pericolosa, perché tende alla colonizzazione, con la presunzione di portare una cultura ed una tecnica ritenute migliori. Col passare degli anni le motivazioni dei volontari si sono invertite rispetto alle origini: si è spinti della volontà di imparare, di arricchirsi. La coscienza della nostra povertà ha portato quindi a modalità di incontro più rispettose, più attente e persino più simpatiche».

Ma in questo caso la virtù, sempre secondo Maternini, sta nel mezzo: oltre a ricchezza e povertà, il fattore determinante è l’umanità del volontario. «Il volontario parte per cercare se stesso, per trovare un risposta alla difficile domanda “chi sono?”. La risposta può essere ben riassunta dall’Ecce homo di Pilato: siamo tutti un misto di regalità e umiliazione, di ricchezza e povertà».

«Il problema – ha continuato Maternini – è che sei miliardi di uomini conoscono solo l’umiliazione e questa condizione umilia anche i restanti. Ecco, il volontario è chi vuole cambiare questa situazione».

L’esponente de Il Carretto ha infine sottolineato l’importanza dell’entrare in contatto con una cultura diversa dalla nostra, che ha definito «dominata e sovrastata dal problema della conoscenza».

«In altre culture, come quella africana, sono invece molto più forti gli elementi di “ri-conoscenza”, cioè il dare atto e l’essere grato della diversità del prossimo e di coscienza, tutte le azioni che compiamo consapevolmente e su cui possiamo lavorare per cambiarle. L’incontro con una cultura diversa segna la nostra vita perché ci fa capire quanto parziali siano i nostri schemi mentali».

Il secondo intervento, affidato a Vittorio Villa de Il Sole, ha offerto una panoramica sui concetti di responsabilità ed etica riferiti alla cooperazione internazionale. «La responsabilità per un’organizzazione di cooperazione internazionale coinvolge i tre attori del proprio intervento: i beneficiari, cioè le comunità che ricevono l’intervento, i donatori o finanziatori dell’organizzazione, siano essi privati, associazioni o istituzioni e infine l’associazione stessa ed i propri operatori. È evidente che le tre responsabilità hanno pari peso nell’azione dell’organizzazione, che deve saper coniugare le responsabilità con un punto fermo: gli interventi devono essere fatti bene o è meglio rinunciarci».

Il valore aggiunto che permette tutto questo – ha continuato Villa – sta nell’etica della cooperazione: «L’etica è un contenitore che va riempito di concetti: il primo è l’interculturalità, cioè il rispetto e la conoscenza della cultura ospite, poi c’è la trasparenza totale degli interventi, la partnership con i soggetti locali e la valorizzazione delle risorse umane esistenti».

In sintesi, ha concluso Villa, «la cooperazione è una cosa seria, e chi non lo pensa sbaglia».

Sul ruolo della cooperazione internazionale e le condizioni di quella italiana ha relazionato André Siani, membro del consiglio direttivo del Focsiv (Federazione organismi cristiani servizio internazionale volontariato): «In molti pensano che la cooperazione internazionale sia inutile o la declassano ad elemosina verso i paesi meno ricchi. Non è vero, perché viviamo in mondo interdipendente e tutti dobbiamo attivarci per cooperare. I problemi del terzo mondo si ripercuotono direttamente su di noi, ad esempio la questione dell’accesso alle risorse energetiche può portare al rapimento di tecnici europei in Nigeria o in Kazakistan, o ancora, le forti disparità economiche provocano gli sbarchi in massa sulle nostre coste. La cooperazione è un ottimo strumento per prevenire questi fenomeni, perché è l’unica forma di investimento vero nei paesi d’origine».

Ma il problema, anche in questo caso, è politico: «Chi sbandiera la questione della sicurezza e dice di aiutare i paesi a forte pressione migratoria “a casa loro” è lo stesso che taglia i fondi alla cooperazione: in Italia investiamo meno dello 0,1 per cento del Pil, quando gli obiettivi del millennio fissano a 0,7 la quota da raggiungere entro il 2012. Occorre approvare una nuova legge per la cooperazione e creare una agenzia ad hoc altrimenti le sorti della cooperazione resteranno in balia dell’aria politica che tira: nei cinque anni di governo Berlusconi i contributi alla cooperazione internazionale ammontavano a 30 milioni di euro, saliti ad 80 con il governo Prodi e ora ridiscesi a 30».

Il relatore ha infine sottolineato l’importanza che l’Italia diventi punto di riferimento per la cooperazione in vista della presidenza G8 nel 2009 e dell’Expo 2005 che avrà come tema proprio “Nutrire il mondo”, «altrimenti ci faremo un autogol e perderemo la nostra credibilità».

Ad Italo Nessi, di Medici con l’Africa, è toccato infine il compito di valutare la salute della sanità globale. Dopo un breve escursus storico, dalla dichiarazione del ’78 di Alma Ata che sanciva il diritto all’assicurazione sanitaria di base per tutti e stabiliva che «la salute è un diritto fondamentale e il miglioramento della sanità è un obiettivo sociale», impegnandosi a rendere effettive queste condizioni in tutto il mondo entro il 2000, agli Obiettivi del millennio che puntano ad eliminare la povertà entro il 2015, il medico comasco ha provato a tracciare lo stato dell’arte della salute globale: il quadro, per quanto noto, è disarmante: le disuguaglianze tra nord e sud del mondo sono ancora profonde e se in molti paesi sono stati fatti significativi progressi per l’accesso all’acqua, per molte zone del mondo gli Obiettivi sono irraggiungibili.

Il motivo? «Non si è agito con determinazione sulle cause primarie delle malattie: l’acqua e il reddito. L’Oms è un’organizzazione troppo debole economicamente in confronto alle fondazioni private di beneficenza, che grazie al loro potere possono influire sulle scelte globali. L’altro grosso problema sono le politiche di Fmi e Banca mondiale, che propongono piani di sviluppo ai paesi del terzo mondo in cui la sanità viene privatizzata. Ma la salute è un business o un diritto dell’uomo?».

Dal pubblico, una quarantina i partecipanti, è arrivato un sollecito a fare rete tra le organizzazioni di cooperazione per non disperdere fondi ed energie. Appello accolto da Nessi, che ha auspicato meno competitività e più partnership nell’accesso ai bandi, e da Celeste Grossi che ha messo a disposizione le competenze del Coordinamento comasco per la Pace di cui è vicepresidente. L’ultimo intervento ha sottolineato l’importanza che le persone impegnate nella cooperazione internazionale si facciano portavoce delle ingiustizie globali anche sul nostro ricco territorio, per mostrare realmente la disastrosa situazione internazionale ed eliminare i pregiudizi che vedono la cooperazione come carità e non come restituzione, giustizia. [Francesco Colombo, ecoinformazioni] 

Rifondazione aderisce a Diritti in piazza

Il Prc aderisce all’iniziativa Diritti in piazza della Cgil che si svolgerà sabato 27 settembre dalle 9 alle 13 a Como in piazza della Pace, già piazza Vittoria.

In una nota diffusa venerdì 26 settembre la Federazione di Como del Prc invita a costruire l’opposizione dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori, per questo aderisce e sarà presente alla mobilitazione indetta dalla Cgil.

Anche il Pd di Como contro i tagli alla scuola decretati dalla Gelmini

Per Chiara Braga quella imposta dal centro destra è una scuola impoverita, invecchiata e inadeguata.

Anche a Como è partita la campagna nazionale di mobilitazione del Partito democratico, che si svolge nelle giornate del 26, 27 e 29 settembre, sui temi della scuola. «Un’azione forte e di contrasto delle misure intraprese dal decreto Gelmini – ha dichiarato la deputata Chiara Braga – che è un vero e proprio attacco alla scuola pubblica ed in particolare alla scuola elementare».
«Parafrasando le famose tre i della riforma Moratti – ha proseguito la parlamentare comasca – possiamo parlare di una scuola impoverita, invecchiata e inadeguata».
I dati presentati sono un taglio nel trienno 2009-2011 di 8 miliardi di euro, la riduzione di 83 mila docenti e 43 mila Ata e fino a 4 mila scuole a rischio chiusura «anche nella nostra provincia dove c’è una componente significativa di Comuni piccoli o medio piccoli».
Una scuola che invecchia, per gli esponenti del Pd, a causa del blocco del turnover con l’espulsione dei giovani precari e che ritornando al maestro unico ridurrà il tempo scuola da 27-30 ore a 24, mettendo in difficoltà le famiglie con entrambi i genitori che lavorano finendo i bambini la scuola alle 12.30. «Una difficoltà oggettiva per gli enti locali che dovranno sopperire a queste mancanze» ha spiegato Braga che ha promesso una battaglia parlamentare con emendamenti correttivi a partire dalla settimana prossima quando il decreto inizierà il suo iter.
Per quanto riguarda il territorio comasco Patrizia Di Giuseppe, responsabile dell’area istruzione del Pd comasco, ha spiegato che la campagna nazionale si articolerà con «incontri fuori dalle scuole e serali di approfondimento» e che sono stati presi contatti con insegnanti, in previsione si stanno prendendo accordi per un incontro pubblico con Francesco Casati, presidente della Commissione istruzione, e Sergio Mattarella, ex ministro della pubblica istruzione che ha firmato la legge 148 del ‘90 che ha introdotto il tempo pieno. «Una legge nata alla fine di una lunga stagione di sperimentazioni» ha chiarito Rosalba Benzoni, già dirigente scolastica ed ex deputata, una modalità che a Como, per le primarie, è ancora ferma al 5 per cento, mentre la media regionale è del 44 e a Milano si parla del 91 per cento.
Il Pd comasco non ha ancora preso una posizione sulla raccolta firme contro l’introduzione del maestro unico, anche se singoli esponenti come Rosalba Benzoni hanno dichiarato di aderire, ma sostiene la petizione Salva l’Italia per la manifestazione del 25 ottobre a Roma.
Il segretario provinciale del Pd comasco Luca Corvi ha duramente criticato le iniziative del governo sulla scuola: «Si tratta di scelte di carattere meramente finanziario per avere fondi a disposizione, o per recuperare quanto perso con l’abolizione dell’Ici; si vuole tagliare e si è scelta la strada più semplice, assai simile a quanto accade con Asf, per rimettere in sesto i bilanci di aziende labour intensive si tagliano posti di lavoro, ma così non tornano altri conti, quelli della nazione». [Michele Donegana, ecoinformazioni]

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