Antifascismo

Resistenti e Resistenza/ Franco Catalano

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All’Istituto di Storia contemporanea Pier Amato Perretta, durante il secondo ciclo dei seminari sulla storiografia resistenziale locale, si è riflettuto con Gabriele Fontana su un libro che non esiste. Più precisamente un dattiloscritto che non ha mai trovato spazio su carta, se non quella fotocopiata: La resistenza nel Lecchese e nella Valtellina, una ricerca coordinata da Franco Catalano tra il 1964 e il 1974. Questo dattiloscritto inedito si occupa della resistenza di Lecco e della Valtellina, e contiene al suo interno documenti originali e testimonianze; è stato commissionato da diverse istituzioni al professor Franco Catalano, che ha coordinato il lavoro avvalendosi quindi di altre persone per le ricerche. La presentazione di questo inedito si è rivelata una scelta particolare, che non ha trovato l’unanimità dei consensi tra gli organizzatori (anche lo stesso relatore non era pienamente convinto), ma la passione che anima ricerche decennali ha avuto la meglio. La scelta è stata anche condizionata dal fatto che la ricerca stessa rischia di rimanere un dattiloscritto fotocopiato. L’Istituto Perretta vorrebbe, dopo aver contattato i familiari, perlomeno metterlo a disposizione in formato digitale, affinché tutti possano consultarlo. La narrazione di Gabriele Fontana, lontana dalla modalità accademica, si caratterizza per essere appassionata e desiderosa di presentare tutte le vicende controverse, con il rischio di risultare disordinata. All’epoca della compilazione del lavoro, venne ritenuto dai suoi committenti (tra cui l’Anpi) un testo discutibile e controverso, e questa è appunto la ragione della sua non pubblicazione. La ricerca di Catalano per la ricostruzione della resistenza locale – dichiara Fontana – è il corrispettivo di quello che ha rappresentato il lavoro pioneristico di Roberto Battaglia per la ricostruzione della resistenza nei suoi tratti generali. Ha usato la cronologia di Morandi (precedentemente presentata in Istituto) quasi come inciso. Per ricostruire il contesto, si è avvalso dell’impostazione classica, struttura e sovrastruttura, ed è quindi partito dall’economia del territorio in oggetto: Lecco e Valtellina. Dove le fabbriche erano dominanti, scarseggiava la disponibilità degli operai a partecipare alla resistenza; dove mancavano le fabbriche, era alta la tendenza ad emigrare in Svizzera. Come costituire la lotta armata senza gli operai? Catalano ha sostenuto che gli uomini arrivarono da Milano, probabilmente militari, perché era necessaria un’abilità con le armi, e sparare è difficile per chi non lo ha mai fatto prima. Il professore descrive la doppia resistenza in Valtellina: in alta valle, una zona chiusa, si è manifestata la resistenza passiva, mentre in bassa valle, in qualche modo collegata che le strade e le ferrovie alle periferie di Milano, la resistenza ha caratteri più attivi. Il dattiloscritto si chiude con il momento insurrezionale: quello che si è verificato dopo è difficile da interpretare oggi, figuriamoci allora. Le critiche al lavoro sono state molte, tra cui: chi resta a combattere non sembra appartenere al territorio; il comando di raggruppamento sembra costruito alla garibaldina; alcuni documenti non si riescono a trovare; in Svizzera ci vanno anche i comandanti; una parte consistente di resistenti sembrano attendisti. Nonostante ciò, o forse proprio per questo, il relatore è convinto che la ricerca di Catalano rappresenti un tesoro ancora da sfruttare, per quanto temuto da molti. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

Ines Figini/ Tanto tu torni sempre

Memoria_ManifestoTante le persone presenti all’Ultimo caffè di via Giulini 3, a Como, nel pomeriggio dell’8 febbraio, con i Giovani democratici di Como che  hanno organizzato l’incontro con Ines Figini e gli autori del libro Tanto tu torni sempre. Ines Figini è, per i comaschi, la Testimone di quanto è accaduto durante la prigionia nei lager. Il libro, uscito nel 2012 per l’editore Melampo,  è stato presentato in molte scuole e in luoghi pubblici, ma «mai in un contesto così originale come un bar» dichiara Mauro Colombo, coautore, insieme a Giovanna Caldara, del libro. Il titolo – spiega  Caldara –  è ciò che la madre di Ines le diceva sempre, quando usciva dalla casa di via Tommaso Grossi per giocare o per leggere; una fiducia sempre ben riposta, fino a quando, la notte del 6 marzo del 1944, Ines viene prelevata a casa, in seguito alla sua partecipazione allo sciopero avvenuto la mattina alla Comense. Il foglio che la destina al lavoro in Germania è firmato da Scassellati, l’allora prefetto. Per tutti è stato difficile comprendere le ragioni della persecuzione, ancora di più per lei che non è ebrea, non era partigiana e neanche dichiaratamente antifascista. È stata in tre campi: Mauthausen, Auschwitz e Ravensbrück. Il suo transport (il trasferimento dei deportati da un lager all’altro) avviene «su carri bestiame, sigillati, senza cibo, senz’acqua, senza servizi igienici. L’annullamento della persona iniziava così». Inizia la deprivazione della dignità, le viene tatuato il numero 76150 sull’avambraccio sinistro: il suo nuovo nome. Viene depilata e costretta ad una divisa di cotone grezzo, che non verrà mai pulita, ma solo disinfettata. I primi giorni possono essere paragonati ad una scuola di sopravvivenza. Un grande problema è rappresentato dalla lingua incomprensibile che sente, ma il bisogno acuisce l’intelligenza, e così riesce a capire come si pronuncia il suo nome, cerca di lavorare e di mantenere viva la speranza di un ritorno. Riesce, grazie all’arrivo dei russi, ad essere nuovamente libera, ancor più di prima, essendone consapevole. La coglierà il tifo, e il suo ritorno a Como sarà un’agonia, ma sostenuta dalla voglia di rivedere i propri cari. «Ogni giorno qualche cosa si spegneva dentro di me», queste sono le parole del suo tormento, ben raccontato nel libro e dalla testimone che da anni si impegna, con un altissimo senso del dovere, a portare nelle scuole la memoria di quello che è stato. Ines Figini per molti anni ha taciuto, per la paura di non essere presa sul serio, ma ora ha reso la sua vita una testimonianza vivente. Abituata a parlare con i ragazzi, il suo racconto ha delle note rituali, e la sua storia è una delle tante testimonianze che negli anni sono state raccolte; ma questo nulla toglie al suo vissuto e all’importanza, per  i suoi concittadini, di conoscere la sua storia e il contesto in cui è accaduta. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

Anpi/ Ricordare sempre, ricordare tutto

 

ANPI_PROVVCon una nota l’Anpi di Como parla della tormentata storia del confine orientale e della Giornata del ricordo e chiede al sindaco di Como di non concedere spazi pubblici alle  destre anticostituzionali. Il comunicato:  «In Italia, con legge del 30 marzo 2004, il 10 febbraio di ogni anno si celebra la “Giornata del ricordo”, in cui si commemora il drammatico esodo degli italiani giuliano-dalmati e le vittime che perirono nelle foibe. Tuttavia, forze di estrema destra come Militia di Como, si sono appropriate di questa giornata per rinfocolare la retorica nazionalista degli “italiani brava gente” e per erigere un muro di silenzio sui gravi crimini commessi dai fascisti e dall’esercito italiano negli anni dell’occupazione della Jugoslavia.La storia del nostro confine orientale è tormentata, dolorosa, ma soprattutto complessa. In considerazione di tale complessità, isolando la tragedia delle foibe dal contesto storico, si persegue solo l’obbiettivo di strumentalizzare faziosamente la memoria.

Il senso delle iniziative volte al ricordo dovrebbero invece essere dirette alla rigorosa ricostruzione storica a tutto campo, indagando tutti -e ribadiamo tutti- i drammi che contraddistinsero quelle terre abitate da una popolazione multietnica.
La storia del confine orientale d’Italia non si può quindi farla iniziare nel 1945, ma si dovrebbero considerare anche i vent’anni precedenti, quelli appunto dell’aggressione fascista e della feroce pulizia etnica subita da sloveni e croati.

In ragione di queste considerazioni, scopriamo con incredulità che l’Amministrazione comunale di Como concede nuovamente una delle piazze principali della città a Militia, organizzazione di estrema destra che considera una giornata di lutto il “25 aprile”, che inneggia al nazista Priebke come ad un eroe, che presenta libri su militanti del partito nazista ed esalta il ventennio fascista.

Chiediamo quindi al Sig. Sindaco un forte segnale di rottura rispetto al passato, non concedendo più spazi pubblici a Militia così come ad altre organizzazioni che non si riconoscono in alcun modo nella Costituzione italiana e nei suoi valori fondanti, cioè l’antifascismo, la democrazia e le libertà». [Anpi sezione di Como Perugino Perugini]

 

La ragazza di Terezìn

BrundibàrjpgNella serata di venerdì 7 febbraio, nella sala consiliare del comune di Lomazzo, si è parlato del lager-ghetto di Terezin e approfondita la storia dell’operina musicale di Hans Kràsa Brundibàr, messa in scena all’interno del campo. Importante è stato il contributo di Leonardo Visco Gilardi, vicepresidente della sezione Aned di Milano, che ha posto l’accento sulla memoria e sulle  sue responsabilità, sia dal punto di vista politico che storico. Trasmettere memoria, collettiva e condivisa, alle nuove generazioni, è un atto che permette di sviluppare consapevolezza. È la conoscenza che permette di scegliere, e quindi di essere liberi. È stata ripercorsa la vicenda che ha visto protagonisti Heydrich e Eichamnn alla fine del 1944, quando autorizzarono un’ispezione della Croce rossa nel campo di Terezin;  per dimostrare come gli ebrei fossero trattati con umanità, fecero inscenare Brundibàr: storia ingenua e liberatoria di bambini che, per aiutare la madre malata, s’ingegnano a cantare nella piazza per comprarle del latte.  Brundibàr è un suonatore di organetto prepotente, con dei baffi che non casualmente ricordano quelli di Hitler; ruberà loro i soldi raccolti, ma alla fine avverrà il trionfo dei bambini bisognosi. In occasione della Giornata della memoria, è stato proiettato nel liceo di Lomazzo La ragazza di Terezin, e si è voluto condividere con la cittadinanza il cortometraggio di Valerio Finessi: una discutibile  docu-fiction, che nonostante le buone intenzioni, risulta molto amatoriale. L’idea è quella di riprendere l’operina Brundibàr, trasportandola dal campo ad un teatro dei giorni nostri. Purtroppo, si esce con l’amarezza di non aver visto l’originale. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

Musica a Terezin/ Brundibàr

BrundibàrjpgVenerdi 7  febbraio, alle 20.45 nella sala consiliare di Lomazzo, verrà proiettato il film Brundibàr, tratto dall’operina musicale di Hans Kràsa. La serata è rivolta a tutti, e rappresenta un ulteriore appuntamento pensato per la Giornata della memoria. Organizzato da Aned e Anpi Seprio, interverrà Leonardo Visco Gilardi, vicepresidente della sezione Aned di Milano.

Dal sito dell’unione delle comunità ebraiche italiane (www.ucei.it): «Un’operina per bambini, intitolata “Brundibàr”, composta e strumentata a Terezin da Hans Kràsa. Questa fu l’unica opera lirica che poté essere rappresentata in forma teatrale, con scene e costumi. L’operina venne replicata 55 volte e il livello dello spettacolo era tanto elevato, che Berlino mandò a Terezin una troupe cinematografica per girare un documentario di propaganda. In quell’occasione, “Brundibàr” venne rappresentata in un teatro vero e proprio. Finite le riprese tutti i membri dell’orchestra, i collaboratori, i bambini che vi avevano partecipato, vennero deportati ad Auschwitz.» [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

Musica Spiccia e 7grani memorabili

7granibaulemodNella serata di martedì 4 febbraio, lo Spazio Gloria di via Varesina 72 a Como, ha ospitato, per la Giornata della Memoria, l’esibizione del gruppo Musica spiccia, nato del 2006 all’interno dell’associazione culturale Baule dei suoni, e dei 7grani, band comasca capitanata dai fratelli Mauro, Fabrizio e Flavio Settegrani, che nel 2013 ha realizzato il progetto  dedicato alla Memoria dei deportati e dei resistenti antifascisti: Neve diventeremo.

Ispirato in particolare alla storia del partigiano istriano Radovan Ilario Zuccon, deportato a Buchenwald, Neve diventeremo è una canzone, uno spettacolo, ma anche un video, che è stato mostrato in apertura alla serata al pubblico che ha letteralmente invaso la sala dello Spazio Gloria. Dopo le esibizioni dei singoli gruppi, Musica spicca e 7grani, sul termine della serata, hanno eseguito alcuni brani insieme, tra questi un’applauditissima Bella ciao che ha chiuso il Gloria la serata. [Jlenia Luraschi, ecoinformazioni]

Kersevan/ Intervista

kerservanprimopianoAbbiamo chiesto alla storica Alessandra Kersevan di ribattere alle accuse e agli oltraggi alla sua professionalità di ricercatrice che sono derivati dalla paradossale vicenda della conferenza per la quale il sindaco di Como ha negato a Anpi e Istituto Perretta una sala comunale. Leggi nel seguito del post l’intervista rilasciata, prima della conferenza di sabato 1 febbraio, dalla Kerservan  a Jlenia Luraschi.

C’è chi la accusa di revisionismo, cosa risponde? Credo che la storia, quando è ricerca storica, debba sempre fare un opera di revisionismo rispetto ai risultati precedenti, altrimenti la ricerca non avrebbe senso, e detta in questo senso la parola revisionista non mi darebbe fastidio. Il problema è che negli ultimi decenni la parola revisionismo è stata usata in un modo politico e di solito veniva usata dalla storiografia resistenziale nei confronti della storiografia di destra che tendeva a reinterpretare la storia della seconda guerra mondiale con la tendenza  a rivalutare il fascismo e a trovare responsabilità a carico dei partigiani. Io in questo senso revisionista non posso essere.

Solo che la storiografia di destra e i politici di destra sono esperti e bravi nel ribaltare il significato delle parole. Hanno fatto delle affermazioni sulla storia del confine  orientale, affermazioni esagerate e non corrispondenti alla verità storica ed alla documentazione. Coloro che invece sono stati attivi sul piano della ricerca e hanno scoperto che i dati che venivano dati sulle Foibe erano sbagliati vengono adesso definiti revisionisti. Evidentemente l’essere revisionisti deriva dal fatto che altri prima sono stati “affermazionisti” senza essersi adeguatamente documentati.

Il problema è poi che i giornalisti travisano a loro volta queste parole affiancando un significato morale  o moralistico e fanno credere che la parola revisionista sia una parola offensiva. Credo che su tutto questo bisogna fare una grande chiarezza

Sulle vicende del confine orientale di cui io mi occupo sono state in questi anni, in particolare dagli anni 90 in poi, fatte ricostruzioni tendenti alla negazione delle responsabilità che il fascismo ha avuto nell’aggressione alla Jugoslavia, nel razzismo verso gli slavi e nei campi di concentramento creati per la popolazione. Quindi si tratta di ristabilire la verità.

Ho smesso di preoccuparmi delle definizioni che mi vengono date e preferisco andare alla sostanza delle cose. Certo che quando i giornali mi attribuiscono frasi che non ho mai pronunciato diventa preoccupante.

Cosa risponde a chi vorrebbe rappresentarla come un’esponente politica e non come una storica? Questa accusa è ingiusta e deriva da esponenti di destra e di estrema destra che sostanzialmente attribuiscono agli altri quello che invece fanno loro. Ho dimostrato con i miei libri, quelli che ho scritto personalmente e quelli che ho pubblicato e quelli del gruppo di ricerca di resistenza storica di cui faccio parte, volumi documentati, basati su una rigorosa e approfondita ricerca, quello che sono. Naturalmente, come tutti gli storici ci assumiamo la responsabilità dell’interpretazione dei dati e dei documenti. Il problema è che da parte dei miei detrattori non viene fatto un necessario e legittimo confronto storiografico, ma viene attuata una vera e propria persecuzione e censura. A me il confronto piace, e mi sono trovata a confrontarmi con chi ha un’altra visione e interpretazione dei documenti, e in questo caso è anche interessante discuterne. Se venissero presentati documenti che mettono in discussione le mie affermazioni, non avrei problemi ad ammetterlo, il fatto è che in tutti questi anni non è mai successo e non è mai stato presentato nulla di nuovo, non sono state fatte reinterpretazione, è stata solo attuata nei nostri confronti una vera persecuzione.

Purtroppo in questa azione di censura nei confronti di una ricostruzione storica seria come quella del confine orientale non sono solo coinvolte espressioni della destra, ma anche una parte della sinistra che, soprattutto negli ultimi anni, ha accettato le versioni che nazisti e fascisti avevano già dato nel 43 e nel 45. [Jlenia Luraschi, ecoinformazioni]. [Foto di Simona Benedetti].

Resistenti e Resistenza all’Istituto di Storia Contemporanea/ Mario Martinelli

Rosaria MarchesiNumerosi i partecipanti al secondo ciclo di conferenze sulla storiografia locale all’Istituto di storia contemporanea Perretta. Relatrice la giornalista Rosaria Marchesi, che ha presentato quello che è stato definito un testo base: Aspetti e problemi del movimento cattolico comasco dal 1919 al 1945 di Mario Martinelli, pubblicato nel 1985. Come ormai di consueto, prima della presentazione, viene tratteggiata una nota metodologica, che possa dare una cornice e al tempo stesso un orizzonte. La memoria della memoria è quella che rimane ai posteri – ha sottolineato Gerri Caldera nella sua premessa – quindi è possibile parlare di una post memoria, quella sulla quale i ricercatori dell’Istituto lavorano con grande senso di responsabilità. Mettere in relazione autori e tempo storico è cosa delicata, soprattutto quando i personaggi che hanno partecipato alla storia arrivano alla scrittura anni dopo, portando alla luce il problema di una memoria che si sedimenta, non liquida, ma piena di senso comune, condizionato dai fatti che si sono verificati in seguito.
Il volume di Mario Martinelli approfondito è il secondo di una trilogia mai terminata, pubblicato in occasione del quarantesimo anniversario della Liberazione. Il testo parte dal Partito popolare italiano a Como (di cui il padre fu tra i fondatori), per arrivare in conclusione alla vicenda che ci offre diversi spunti di riflessione: la clandestinità nel Comasco. Per ricomporre la vicenda storica Martinelli si è avvalso di documenti da lui posseduti e citati nelle note; come sia venuto a conoscenza di questi documenti non viene specificato. Nel periodo della resistenza, grazie al suo impegno sociale e culturale nel mondo cattolico, si rese disponibile a mantenere i contatti per la Dc con Milano, e mise a disposizione la sua casa per le riunioni. I contatti con il capoluogo gli fecero avere rapporti anche con esponenti di altre forze politiche – spiega Rosaria Marchesi – poi presenti nel Cln. La clandestinità si respirava in tutti i momenti dell’agire quotidiano; è così, ad esempio, che Martinelli, di ritorno da Milano, era solito passare all’ospedale Valduce, dove, grazie alla disponibilità delle suore, lasciava in custodia i documenti prima di tornare a casa. Dato da non trascurare è che egli fu imprigionato dall’agosto del ’44 alla primavera del ’45; di conseguenza, la sua testimonianza si intreccia a testimonianze che gli sono state riportate e agli incontri avvenuti nel carcere di S. Vittore. Numerose le persone che vengono da lui citate, tra cui i sacerdoti, quasi a dare il giusto spazio a ciascuno, che rischierebbe altrimenti di essere dimenticato. Molti aspetti rimangono aperti, e probabilmente avrebbero trovato collocazione nel terzo volume. Le persone in sala hanno reso omaggio con parole di stima e rispetto all’onestà intellettuale di Martinelli, anche in considerazione della sua pluridecennale attività di politico in Parlamento.

In chiusura, Giuseppe Calzati, ha individuato in Eugenio Rosasco, Pier Amato Perretta e Mario Martinelli figure simbolo per la Resistenza; pur avendo posizioni diverse, erano accomunati da un sentire comune: quello dell’antifascismo. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

Kersevan/ Prc e Pdci solidali

prcPrc e Pdci offesi per la decisione di Lucini di non concedere la Circoscrizione 1 per l’incontro con la storica Alesandra Kersevan del primo febbraio. Leggi nel seguito del post il comunicato.

«Le Federazioni provinciali comasche del Prc e dei  Comunisti italiani criticano la mancata concessione da parte del sig. Sindaco di Como Mario Lucini della sala pubblica, presso la circoscrizione di Albate per lo svolgimento della conferenza della dottoressa Alessandra Kersevan sui lager italiani in territorio jugoslavo.

Il rifiuto della sala aveva lo scopo di impedire lo svolgimento di un importante momento pubblico di ricostruzione storica.

In questo modo il sindaco e la giunta hanno dimostrato di non avere alcun interesse per la formazione di una memoria collettiva su fatti che sono alla base della nostra storia repubblicana e su valori fondanti della nostra Costituzione.

Giudichiamo offensivo che si metta sullo stesso piano e si riservi lo stesso trattamento a celebrazioni di stampo neonazista (come quella negata a Militia Como nei giorni scorsi) e a seminari sui crimini del fascismo.

Dichiariamo la nostra piena solidarietà politica e culturale all’Anp sez. Como ed all’Istituto di storia contemporanea P.A. Perretta, riconoscendo il loro fondamentale contributo alla diffusione dei valori dell’antifascismo ed alla difesa dei principi fondamentali della diffusione democratica.

Meraviglia negativamente che tale diniego provenga proprio dalla stessa giunta che il 25 aprile partecipa attivamente alle celebrazioni della éesta della Liberazione. [Fabrizio Baggi, Prc e Andrea Cazzato, Pdci]

Kersevan / Una grande lezione di storia

Nel salone Bertolio della Cooperativa di via Lissi a Rebbio la storica Alessandra Kersevan ha ricostruito in un’approfondita conferenza nel pomeriggio di sabato 1 febbraio le vicende connesse all’occupazione fascista delle regioni della ex Yugoslavia, legate soprattutto all’internamento di un numero grandissimo di civili, uomini e donne, vecchi e bambini, in campi di concentramento italiani tra 1941 e 1943.

L’incontro, organizzato dalla Sezione di Como dell’Anpi e dall’Istituto di Storia Contemporanea Pier Amato Perretta, avrebbe dovuto tenersi – com’è noto – alla Circoscrizione n. 1 di Albate se il Comune non avesse ritirato all’ultimo momento la concessione della sala. Il trasferimento non ha nuociuto alla partecipazione, anzi: oltre cento persone hanno affollato il salone Bertolio. Un pubblico attento e partecipe, intenzionato a capire.

E se alle persone presenti si fosse aggiunto anche qualcuno di quelli che in questi giorni hanno accusato la studiosa di “negazionismo” riguardo alla vicenda delle foibe, avrebbe avuto la misura di quanto si è sbagliato.

Dopo le parole di premessa di Nicola Tirapelle della Sezione di Como dell’Anpi e l’attenta introduzione di Elisabetta Lombi, dell’Istituto di Storia Contemporanea, che ha fornito i dati essenziali del volume Lager italiani – recentemente pubblicato appunto dalla studiosa -, Alessandra Kersevan ha ricostruito la storia dell’area intorno al “confine orientale” dalla prima guerra mondiale fino a tutta la vera e propria occupazione fascista. Una regione estremamente complessa, in cui era evidente una realtà plurinazionale (italiana, slovena, croata, ma anche tedesca e rumena) e che l’annessione all’Italia cercò subito di omologare a una pretesa italianità. Su queste vicende ha operato una profonda rimozione, quando non una vera e propria censura: Alessandra Kersevan ha ricordato solo due esempi, ma estremamente significativi: il documentario della Bbc Fascist legacy, realizzato alla fine degli anni Ottanta, acquistato e tradotto dalla Rai ma mai trasmesso, e poi soprattutto il documento finale della commissione storica italo-slovena istituita dai governi dei due Paesi e che avrebbe dovuto essere ratificato dai rispettivi governi, cosa che è avvenuta per la Slovenia ma non per l’Italia.

La data cardine per le specifiche vicende legate ai campi di internamento italiani è il 6 aprile 1941, con l’inizio della aggressione al regno di Yugoslavia e la seguente occupazione, che fu gestita con ossessiva attenzione alla repressione delle vere e presunte forme di resistenza da parte degli abitanti. L’intera città di Lubiana, per esempio, venne trasformata nella notta tra 22 e 23 febbraio 1942 in un immenso campo di concentramento con la costruzione di un reticolato tutt’intorno all’abitato, lungo ben 32 kilometri, e la suddivisione del territorio urbano in zone divise da filo spinato. Si procedette quindi all’internamento dei maschi adulti che vennero “selezionati” per categorie, a cominciare dagli studenti, evidentemente ritenuti i più pericolosi. A seguito di questa vera e propria pulizia etnico-politica i luoghi di detenzione sul posto si dimostrarono rapidamente insufficienti e vennero quindi allestiti veri e propri campi di concentramento in Italia (in Friuli – in primo luogo a Gonars -, in Veneto, ma poi anche in Liguria, in Umbria, in Toscana, in Lazio) e sulle isole dalmate. Alla fine, in condizioni disumane, furono circa 120 mila le persone slovene, croate, montenegrine deportate e internate, di queste non meno di 4500 (secondo le stime più prudenti), ma forse almeno 7000, morirono.

Alessandra Kersevan ha raccontato questi accadimenti in una narrazione pacata, ma implacabile: ha citato cifre, mostrato immagini provenienti dagli archivi militari italiani, smontato false attribuzioni e interpretazioni, letto messaggi inviati dall’interno dei campi e documentati dalle commissioni provinciali della censura fascista, ricostruito un contesto storico che dovrebbe essere noto e che invece è stato artatamente occultato dall’ufficialità.

Ha poi risposto alle domande del pubblico, attento e partecipe, come si è detto. Non si è sottratta nemmeno al pretesto delle polemiche che purtroppo l’accompagnano da tempo e che l’hanno accolta anche a Como: il tema delle foibe. A proposito del quale, ha allargato il contesto di spiegazione, sottolineando che in quella regione la guerra è stata particolarmente dura, fin dal primo conflitto mondiale, e che la guerra non può lasciare che strascichi di guerra e violenza (come è stato sottolineato anche dall’intervento di Celeste Grossi). Lungi dal ridimensionare la drammaticità delle vicende legate alle foibe, ha chiesto uno sforzo di approfondimento, di studio, un impegno anche da parte delle istituzioni per chiarire le reali dimensioni del fenomeno, tuttora oggetto di forzature polemiche, per riuscire a sottrarlo definitivamente a istanze nazionalistiche (e di nuovo ha richiamato la paradossale vicenda della commissione di storici italo-slovena istituita e poi “abbandonata” dal governo italiano) e soprattutto per riuscire a inquadrarlo in una prospettiva storica che non può essere chiusa sul solo periodo seguente alla seconda guerra mondiale e alla fine del fascismo.

Alla fine, tra tutte le persone presenti, è stata forte la consapevolezza di aver imparato molte cose. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

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