Antifascismo

Resistenti e Resistenza all’Istituto di storia contemporanea

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All’Istituto di Storia contemporanea “Pier Amato Perretta” di Como il 14 marzo, per il ciclo di incontri sulla storiografia locale, ha parlato la storica e ricercatrice Roberta Cairoli. Il libro Nessuno mi ha fermata – Antifascismo e Resistenza nell’esperienza delle donne del comasco 1922-1945 [NodoLibri, 2005], come ha dichiarato Patrizia Di Giuseppe, «rappresenta una valida ricerca sia per le fonti scandagliate, sia per la modalità narrativa usata». È stato un incontro diverso dai precedenti per la metodologia utilizzata, quella dell’intervista, in cui Patrizia Di Giuseppe ha indirizzato l’autrice nel raccontare le storie presenti all’interno del libro. La scelta di opporsi al regime, per le donne, ha rappresentato la voglia di uscire dalla guerra;  in alcune il sentimento antifascista è stato alimentato all’interno della famiglia. Scegliere di porsi contro il regime, per una donna, è diverso che per un uomo, perché significa trasgredire e superare i codici della società. Questo permette alla donna uno slancio in autonomia e libertà, ma anche forme di sospetto da parte di quelli che dovrebbero essere i propri compagni di lotta. Partendo dalle antifasciste della prima ora, Roberta Cairoli è arrivata a spiegare il maternage di massa, già proposto come categoria storica da Anna Bravo, per cui il ruolo materno, con la sua peculiarità di cura, viene esteso alla sfera pubblica. Dopo l’8 settembre, le donne aiutarono gli uomini a spogliarsi dagli abiti militari per la grande diserzione; da quel momento in poi, hanno sfamato, accudito, nascosto e si sono mosse nella resistenza civile, interpretata come lotta di opposizione al fascismo. La resistenza è stata la lotta per uscire dalla guerra e le donne, in modo diffuso, hanno rifiutato la guerra con modalità non violente. Il loro ruolo è stato assolutamente indispensabile alla guerra partigiana, poiché hanno coinvolto altre donne tessendo rapporti solidali, dando così un valore politico alle relazioni personali. Anche loro hanno pagato la loro scelta con la clandestinità, la condanna, il carcere e la morte. La resistenze delle donne è stata trasversale ad ogni ceto sociale, dalle operaie alle borghesi.
Tra i documenti analizzati, la ricercatrice ha tenuto a parlare dell’importanza del Casellario politico centrale, dove venivano schedati i sovversivi. Le schede relative alle donne comasche sono limitate, ma fanno comprendere il grado di pervasività totalizzante del regime, che controllava amicizie, letture, archiviava gli stenogrammi degli interrogatori e le fotografie. Si pensa spesso che donne e armi siano incompatibili, in quanto in contrasto con la maternità; ma le donne narrate nel libro raccontano della domesticità, della seduzione, della femminilità usate come armi per depistare il nemico. Anita Pusterla, Francesca Ciceri e Ginevra Bedetti Masciadri sono solo alcune delle donne che vengono raccontate nel loro agire. Alcuni espedienti: mettevano le armi nel passeggino del figlio, avevano borse con il doppio fondo, cambiavano colore dei capelli, inserivano i bigliettini, che recavano informazioni segrete, nei gomitoli di lana. E per chi ancora fatica a comprendere, e crede che il loro ruolo fosse marginale, di retrovia: le gappiste fungevano da informatrici, studiavano le abitudini dei fascisti, indicavano i luoghi degli incontri, agivano con scaltrezza. La veloce conclusione si è concentrata su una delle storie più controverse del territorio: la Gianna e il Neri, vicenda che ha spaccato l’Anpi e che meriterebbe più che un resoconto veloce dei fatti, e sembra negli interessi dell’Istituto, ridare spessore ad una vicenda ancora non chiarita. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

14 marzo / Resistenti e Resistenza all’Istituto di Storia Contemporanea

Per il secondo ciclo di seminari sulla storiografia della Resistenza, organizzato alla Biblioteca dell’Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” di Como, il 14 marzo 2014 alle ore 17.30 si presenta Nessuno mi ha fermata – Antifascismo e Resistenza nell’esperienza delle donne del comasco 1922-1945, relatrici sono, oltre all’autrice Roberta Cairoli, Patrizia Di Giuseppe e Marinella Fasani. Ingresso libero.

Incontro con gli autori/ Leo Porro

2 Monumento_res europea copiaAlla Circoscrizione 3, a Camerlata, il 20 febbraio, si è aperta la rassegna Incontro con gli autori promossa dall’Istituto di storia contemporanea Pier Amato Perretta. Il primo incontro è stato con Leo Porro, che ha parlato del suo libro Dialogo dei partigiani lambrughesi, del quale è in progetto una riedizione aggiornata. Leo Porro è stato un professore delle allora Magistrali, e come per alcuni accade, non ha smesso di essere professore nemmeno davanti ad un numero risicato di persone. Ha diviso il suo intervento in obiettivi, metodologia e contenuto del libro. L’intento è quello di usare un linguaggio semplice, capace di arrivare a chi è di fronte, usando la fantasia, la forza delle immagini e gli eventi storici per ricostruire ciò che è stato. La metodologia più efficace si situa tra empirismo e idealismo, ed è connettiva per tenere tutto unito. Autore ha l’etimo di augere, che fa crescere ed aumentare, anche grazie alla fantasia. Egli fa parlare i suoi compaesani attraverso quello che è riuscito a ricostruire dalle cartoline del tempo, da cui emerge la ricchezza, il sentimento e il vissuto dei lambrughesi. Prezioso come una biblioteca, anche in questo caso, è stato il libro cronico, una sorta di diario tenuto durante la guerra, in questo caso a cura del Parroco di Lambrugo Edoardo Arrigoni. La narrazione di Porro, si basa su una finzione letteraria dialogica, dove il linguaggio va al di là della cultura di appartenenza dei personaggi. Un Platone che da voce a Socrate si cela dietro agli ideali  dei partigiani; forte l’affinità con Giancarlo Puecher: come Socrate, davanti all’invito di Critone di  scappare è rimasto. Le loro personalità rette come estremo esempio di bellezza rendono la resistenza un momento ricco di ideali intramontabili. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

Museo a Dongo senza resistenza?

Sta per giungere a conclusione il percorso di rinnovamento del Museo della Resistenza comasca di Dongo, inaugurato nel 1995 e dal 2009 in fase di ristrutturazione, e l’inaugurazione è annunciata per il 12 aprile prossimo. L’amministrazione comunale di Dongo, però, ha deciso di modificarne il nome per “superiori esigenze di marketing”, derubricando la Resistenza, passandola nel sottotitolo e promuovendo invece in prima posizione la “fine della guerra”. Secondo le ultime notizie – intervista del sindaco Mauro Robba a Radiopopolare di questa mattina 21 febbraio – il nome del museo sarà: “Museo della fine della guerra. Dongo 25 aprile. La Resistenza sul lago di Como e la cattura di Mussolini”.

La decisione, paventata da tempo ma mai confermata ufficialmente fino a questi ultimi giorni, sta suscitando vive preoccupazioni e proteste non solo a Dongo.

L’Associazione Museo della Resistenza comasca che ha promosso e getstito la precedente esposizione museale, di cui il nuovo allestimento si proclama erede,  in un comunicato stampa – qui di seguito riportato integralmente – chiede la collaborazione di tutti per mantenere l’originaria denominazione e sottolineare in questo modo l’assoluta importanza dei valori della Resistenza. Si annunciano per i prossimi giorni raccolte di firme, iniziative di protesta, momenti di incontro con la popolazione.

Comunicato stampa

L’Associazione Museo della Resistenza comasca, dopo aver cercato di chiarire all’Amministrazione comunale di Dongo le ragioni affinché rispettasse la storica denominazione del Museo della Resistenza comasca, inaugurato a Dongo nel 1995 dal Presidente del Senato Carlo Luigi Scognamiglio, nome che risulta in tutte le delibere degli Enti competenti (Regione Lombardia, Provincia di Como, Comune di Dongo, Fondazione Cariplo) all’interno del progetto “La Fine della Guerra”, ma in primo luogo per respingere i giudizi, pubblicamente dichiarati dal Sindaco di Dongo Mauro Robba, che il nome della Resistenza non è attuale né attrattivo “in quanto troppo diffuso e inflazionato”, dichiara che i sacrifici, gli ideali e i valori non possono essere vanificati né liquidati in nome di una presunta esigenza di marketing.

Invita le Cittadine e i Cittadini, gli Enti pubblici, le Associazioni, le Organizzazioni democratiche a sostenere la richiesta di mantenere il nome Museo della Resistenza comasca.

L’Associazione si impegna a collaborare al fine di far conoscere, valorizzare e far vivere il Museo della Resistenza comasca.

Associazione Museo della Resistenza comasca

Dongo, 20 febbraio 2014

Collaborazionismo femminile nazifascista

dallapartedelnemicoIntervista a Roberta Cairoli autrice del testo Dalla parte del nemico. Ausiliarie, delatrici e spie nella Repubblica sociale italiana (1943-1945), Milano-Udine, Mimesis, 2013, pp. 262, euro 20.

Il tema del “collaborazionismo femminile nazifascista” è stato finora poco affrontato dalla storiografia. Quali sono le ragioni di questo ritardo? Le ragioni sono diverse: la dispersione e la frammentarietà delle fonti; il “policentrismo” della Repubblica sociale italiana; la scomparsa o il silenzio delle protagoniste di quel periodo, spinte dal desiderio di rimuovere un’esperienza finita male o di occultare un passato scomodo e, non ultima, la reticenza degli storici a trattare un fenomeno ritenuto, a torto, marginale unita alla difficoltà di decifrare un microcosmo femminile così complesso. Va detto, inoltre, che per lungo tempo, la storiografia ha espulso i fascisti di Salò dalla storia d’Italia persuasa, come ha sottolineato Claudio Pavone, che la Rsi – rubricata come governo fantoccio –  andasse combattuta ed eliminata ut sic, in blocco, senza preoccuparsi di indagare a fondo le differenze esistenti nel corpo del nemico e i margini di consenso di cui poteva aver goduto.

Nel libro viene compiuta una rilettura del Servizio ausiliario femminile e, in particolare, dell’immagine che dell’ausiliaria ci è stata trasmessa dalla pubblicistica di Salò e dalla memorialistica dei reduci. Quale realtà emerge dalla documentazione che hai analizzato? La pubblicistica di Salò e la memorialistica successiva maschile e femminile hanno veicolato un modello ideale di militante fascista, l’ausiliaria, una donna giovane, dall’ardente fede patriottica, dalla moralità ineccepibile e, soprattutto non armata, non violenta, una sorta di eroina o di martire che si è sacrificata sull’altare della Patria.  Ciò ha prodotto, da un lato, la cancellazione delle responsabilità individuali, depoliticizzando la scelta di servire la causa della Rsi e dell’occupante tedesco, dall’altro, la rimozione di un protagonismo femminile “altro, non riconducibile, cioè, alla categoria delle ausiliarie. La lettura incrociata del materiale d’archivio ci consente, invece, di misurare lo scarto tra realtà e rappresentazione/autorappresentazione. Le carte processuali e la documentazione proveniente dall’Ufficio di controspionaggio dell’Oss (Office of Strategic Services), in particolare, svelano la presenza e il ruolo per nulla marginale svolto dalle ausiliarie nei servizi informativi e negli apparati repressivi fascisti e tedeschi, tanto da rendere difficile, in non pochi casi, distinguerle dalle collaborazioniste, non irreggimentate nel Saf, responsabili dell’arresto, della tortura e dell’uccisione di antifascisti, partigiani ed ebrei o coinvolte nelle azioni di rastrellamento e nelle pratiche di violenza contro partigiani e civili. Pensiamo, inoltre, che il Saf costituì il principale serbatoio di reclutamento delle “agenti segrete” arruolate e addestrate dai tedeschi per compiere missioni di spionaggio, sabotaggio e controspionaggio nel territorio italiano occupato dagli Alleati.

Le collaborazioniste hanno agito prevalentemente come delatrici e spie, segnando spesso drammaticamente, come hai appena detto, la sorte di partigiani, civili ed ebrei. Chi erano queste donne? E quali moventi stanno alla base delle loro azioni? In base a un criterio di rappresentatività, ho inquadrato le delatrici in tre categorie: quelle ideologicamente motivate che aderirono alla Rsi, iscrivendosi al Pfr  (Partito fascista repubblicano) o militando nel Servizio ausiliario femminile (Saf) o nei Fasci femminili repubblicani, donne che non avevano, nella maggior parte dei casi, la percezione soggettiva della delazione: smascherare, denunciare, consegnare e punire “i traditori della Patria” era considerato naturale, giusto e legittimo; la seconda categoria comprende donne “comuni”, diverse fra loro per età, provenienza sociale e culturale, condizioni familiari: più presenti e libere di muoversi sul territorio, meno sospette e sospettabili degli uomini, seppero intrecciare le pratiche del quotidiano con un’abile attività informativa. Furono spinte ad agire da moventi diversi, “amor di patria”, ammirazione per i tedeschi, odio ideologico, denaro, fame, gelosie, invidie, rancori personali, spirito di vendetta e desiderio di rivalsa sociale;  infine, per ultime, le donne vicine al movimento partigiano che, una volta arrestate, cedettero per paura o sotto il peso di un ricatto. Certamente, l’apporto informativo più prezioso fu fornito da soggetti organicamente inseriti in strutture deputate a svolgere attività di spionaggio politico e militare e di controspionaggio, come, ad esempio, le agenti degli Upi (Uffici politici investigativi) della Gnr o dell’Sd (Sicherheitsdienst), il servizio di informazione e di spionaggio delle SS. In gran parte si trattava di donne “di provata fede fascista”, iscritte al pfr o provenienti dai servizi ausiliari femminili, o donne allettate dalla possibilità di arricchirsi facilmente e rapidamente. D’altra parte, al lavoro informativo potevano aggiungersi compiti operativi: operazioni di rastrellamento contro i partigiani, armi in pugno,  identificazione  delle vittime da destinare alla fucilazione,  o partecipazione agli interrogatori e alle torture.

In che misura gli stereotipi sul femminile hanno influito sul giudizio di condanna pronunciato dalle Corti d’assise straordinarie? Come venivano rappresentate e come si autorappresentavano le imputate di collaborazionismo? Agli occhi delle Corti, l’essere donna poteva costituire, a seconda  del crimine commesso o della rispondenza o meno a un certo immaginario femminile, un’attenuante  o un’aggravante. Emerge abbastanza chiaramente l’incapacità delle Corti di andare oltre le rappresentazioni culturali e sociali del comportamento femminile. Scorrendo, infatti, le sentenze si coglie una tendenza generale a ridimensionare e a sminuire le responsabilità femminili, attribuendo alle donne una minore capacità di giudizio. La debolezza del soggetto femminile incapace di autodeterminazione apparve in molte situazioni il terreno condiviso dagli avvocati difensori e dalle imputate stesse che si autorappresentavano come vittime di circostanze superiori o inconsapevoli dell’atto compiuto. Come ha sottolineato  Natalie Zamon Davis, le donne, in quanto “sesso lussurioso, disordinato e instabile”, non sono state ritenute complessivamente responsabili del loro operato. Sono state così assolte più facilmente degli uomini per la stessa condotta, anche se tale condotta era violenta. È pur vero che le donne furono sottoposte a una sorta di “doppio processo”: il riferimento alla dubbia condotta morale e alla trasgressione sessuale delle collaborazioniste fu una costante, costituendo spesso un’aggravante all’accusa. Tuttavia, il giudizio sulla moralità finì, in qualche caso   per  offuscare o sottovalutare la gravità dei crimini commessi.

La Corte Suprema di Cassazione ha quasi sempre ribaltato le sentenze di condanna in primo grado, mitigando la pena o assolvendo le imputate. Quanto ha pesato “l’amnistia Togliatti” sulla loro scarcerazione? L’ «amnistia Togliatti» – entrata in vigore il 22 giugno 1946 –  o meglio, la sua interpretazione estensiva da parte dei giudici,  spalancò di fatto le porte del carcere a molte fasciste condannate dalle Corti d’assise straordinarie che già si erano viste ridurre notevolmente la pena dalla Corte di Cassazione. Nei processi celebrati in primo grado o finiti in Cassazione dopo l’entrata in vigore dell’amnistia, la maggior parte delle donne coinvolte anche in gravi fatti di delazione verranno amnistiate, a meno che non fosse provato lo scopo di lucro, “causa ostativa all’applicazione del provvedimento”. Tra riduzioni e condoni furono pochissimi comunque gli anni di carcere. Di fatto, l’amnistia suggellò il fallimento dell’epurazione, e mi trovo d’accordo con  Franzinelli nel dire che fu il dispositivo chiave per dare un colpo di spugna alle responsabilità fasciste. [Rosa Mucerino per ecoinformazioni]

Sempre con noi/ L’Anpi Como ricorda Perugino Perugini

perugino2Nella ricorrenza della sua scomparsa, l’Anpi di Como ha voluto omaggiare una figura importantissima come quella di Perugino Perugini,a cui è intitolato il circolo cittadino. Sabato 15 febbraio infatti una delegazione di giovani dell’associazione ha fatto visita, a Como, alla famiglia di Perugino, per una giornata di ricordi e racconti.  Sul sito dell’Anpi di Como  una biografia completa di Perugino Perugini.

Cinque anni sono passati da quel 15 febbraio, ultimo giorno di vita di Perugino Perugini, colonna dell’Anpi, del Pci, di Italia Cuba, presenza irrinunciabile per tutto l’associazionismo cittadino. Una personalità ancora molto presente nei ricordi di amici e compagni, a cominciare dalla sua stessa famiglia, la moglie Giordana Meregalli e la figlia Laura.

Dalla sua abitazione in centro a Como, Giordana ha aperto metaforicamente l’album dei ricordi, facendo così rivivere Perugino ai giovani in visita. Un racconto lungo una vita, all’insegna dell’impegno politico e sociale: «Perugino non si è mai tirato indietro, fin da giovanissimo- ha riportato Giordana- nel ’43, ad appena diciassette anni, venne catturato a Milano dai fascisti per la soffiata di una spia, subendo poi ogni tipo di torture». Un evento traumatico, che vide Perugini scampare di poco alla deportazione in Germania, salvato poi dal «sacrificio di un suo amico, catturato insieme a lui, che si prese tutta la colpa finendo così internato in una campo di concentramento». D’altronde Perugino aveva già imparato sulla sua pelle il prezzo per le proprie idee, per via delle sfortune paterne. «Il padre, Feliciano- ha continuato la moglie- ferroviere umbro, venne licenziato insieme a tanti altri colleghi per aver fatto deragliare un treno pieno di armi, mentre infuriava la lotta con i fascisti subito dopo la loro presa del potere». Proprio per questo la famiglia fu costretta a spostarsi a Milano, dove però la vita non fu mai semplice. Feliciano infatti continuò a subire ogni tipo di persecuzione, perdendo alla fine anche il suo nuovo lavoro, in una fabbrica di bilance affettatrici.

Con un educazione così forte, Perugino non si tirò indietro dal far mancare il suo contributo alla Resistenza nella fase più dura del secondo conflitto mondiale. Un impegno che mantenne intatto anche in tempo di pace, militando fin da subito nel ricostituito Partito Comunista: «ci conoscemmo proprio nelle sede milanese del Pci- ha sorriso Giordana- all’inizio eravamo solo amici, ma lui è sempre stato innamorato di me». Un rapporto strettissimo il loro, capace di superare tutte le difficoltà: «ci siamo sposati nel ’53, per poi trasferirci a Como l’anno dopo, dove aprì un negozio di bilance e affettatrici. Lavoravamo entrambi, e lui dava una grande mano ai suoi genitori, rimasti senza pensione».

La sua militanza non fu mai messa in discussione, anche dopo il trasferimento in riva al lago. «La prima cosa che fece, arrivato nella nuova casa, fu cercare la sede del Pci», ha riporta la vedova, anche lei attivissima militante comunista. «il suo impegno è stato riconosciuto da tutti, tanto che dal ’75 al ’77 ricoprì la carica di consigliere provinciale, e alla fine del suo mandato venne elogiato da tutti per il suo contributo».

peruginoUn uomo instancabile, «grande appassionato di sport, corsa e bici soprattutto», che dopo la pensione andava a dare una mano al suo ex socio in difficoltà, «continuando imperterrito a lavorare». In seguito al suo addio al Partito, arrivato dopo «alcuni contrasti personali, tanti atteggiamenti che non capiva», dedicò tutto sé stesso all’associazionismo, dove aveva “esordito” come militante di Italia Urss: «per anni ha dedicato tutto se stesso all’Anpi, ma anche a Italia Cuba. Per l’Anpi, dopo aver sostituito Mella, divenne una presenza fissa». Associazione di cui fu fino all’ultimo segretario, infaticabile e insostituibile, tanto che far diventare l’intitolazione a suo nome del giovane circolo cittadino un omaggio non solo doveroso, ma necessario.

«Un’altra cosa che non ha mai sottovalutato – ha concluso Giordana – è l’attenzione per la cultura. Uomo di grande conoscenza, veniva invitato molto spesso dalle scuole, per raccontare le sue esperienza e il suo impegno. Ecco, diventa necessario che voi giovani non dimentichiate gli esempi di quelli come Perugino, continuando a portare avanti il ricordo di valori e idee di anni molto difficili. Non bisogna dimenticare, assolutamente». Un impegno gravoso e difficile, ma per cui i giovani e non solo dell’Anpi hanno da sempre un grande alleato. Sempre con noi, Perugino. [Luca Frosini, ecoinformazioni]

Resistenti e Resistenza/ Franco Catalano

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All’Istituto di Storia contemporanea Pier Amato Perretta, durante il secondo ciclo dei seminari sulla storiografia resistenziale locale, si è riflettuto con Gabriele Fontana su un libro che non esiste. Più precisamente un dattiloscritto che non ha mai trovato spazio su carta, se non quella fotocopiata: La resistenza nel Lecchese e nella Valtellina, una ricerca coordinata da Franco Catalano tra il 1964 e il 1974. Questo dattiloscritto inedito si occupa della resistenza di Lecco e della Valtellina, e contiene al suo interno documenti originali e testimonianze; è stato commissionato da diverse istituzioni al professor Franco Catalano, che ha coordinato il lavoro avvalendosi quindi di altre persone per le ricerche. La presentazione di questo inedito si è rivelata una scelta particolare, che non ha trovato l’unanimità dei consensi tra gli organizzatori (anche lo stesso relatore non era pienamente convinto), ma la passione che anima ricerche decennali ha avuto la meglio. La scelta è stata anche condizionata dal fatto che la ricerca stessa rischia di rimanere un dattiloscritto fotocopiato. L’Istituto Perretta vorrebbe, dopo aver contattato i familiari, perlomeno metterlo a disposizione in formato digitale, affinché tutti possano consultarlo. La narrazione di Gabriele Fontana, lontana dalla modalità accademica, si caratterizza per essere appassionata e desiderosa di presentare tutte le vicende controverse, con il rischio di risultare disordinata. All’epoca della compilazione del lavoro, venne ritenuto dai suoi committenti (tra cui l’Anpi) un testo discutibile e controverso, e questa è appunto la ragione della sua non pubblicazione. La ricerca di Catalano per la ricostruzione della resistenza locale – dichiara Fontana – è il corrispettivo di quello che ha rappresentato il lavoro pioneristico di Roberto Battaglia per la ricostruzione della resistenza nei suoi tratti generali. Ha usato la cronologia di Morandi (precedentemente presentata in Istituto) quasi come inciso. Per ricostruire il contesto, si è avvalso dell’impostazione classica, struttura e sovrastruttura, ed è quindi partito dall’economia del territorio in oggetto: Lecco e Valtellina. Dove le fabbriche erano dominanti, scarseggiava la disponibilità degli operai a partecipare alla resistenza; dove mancavano le fabbriche, era alta la tendenza ad emigrare in Svizzera. Come costituire la lotta armata senza gli operai? Catalano ha sostenuto che gli uomini arrivarono da Milano, probabilmente militari, perché era necessaria un’abilità con le armi, e sparare è difficile per chi non lo ha mai fatto prima. Il professore descrive la doppia resistenza in Valtellina: in alta valle, una zona chiusa, si è manifestata la resistenza passiva, mentre in bassa valle, in qualche modo collegata che le strade e le ferrovie alle periferie di Milano, la resistenza ha caratteri più attivi. Il dattiloscritto si chiude con il momento insurrezionale: quello che si è verificato dopo è difficile da interpretare oggi, figuriamoci allora. Le critiche al lavoro sono state molte, tra cui: chi resta a combattere non sembra appartenere al territorio; il comando di raggruppamento sembra costruito alla garibaldina; alcuni documenti non si riescono a trovare; in Svizzera ci vanno anche i comandanti; una parte consistente di resistenti sembrano attendisti. Nonostante ciò, o forse proprio per questo, il relatore è convinto che la ricerca di Catalano rappresenti un tesoro ancora da sfruttare, per quanto temuto da molti. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

Ines Figini/ Tanto tu torni sempre

Memoria_ManifestoTante le persone presenti all’Ultimo caffè di via Giulini 3, a Como, nel pomeriggio dell’8 febbraio, con i Giovani democratici di Como che  hanno organizzato l’incontro con Ines Figini e gli autori del libro Tanto tu torni sempre. Ines Figini è, per i comaschi, la Testimone di quanto è accaduto durante la prigionia nei lager. Il libro, uscito nel 2012 per l’editore Melampo,  è stato presentato in molte scuole e in luoghi pubblici, ma «mai in un contesto così originale come un bar» dichiara Mauro Colombo, coautore, insieme a Giovanna Caldara, del libro. Il titolo – spiega  Caldara –  è ciò che la madre di Ines le diceva sempre, quando usciva dalla casa di via Tommaso Grossi per giocare o per leggere; una fiducia sempre ben riposta, fino a quando, la notte del 6 marzo del 1944, Ines viene prelevata a casa, in seguito alla sua partecipazione allo sciopero avvenuto la mattina alla Comense. Il foglio che la destina al lavoro in Germania è firmato da Scassellati, l’allora prefetto. Per tutti è stato difficile comprendere le ragioni della persecuzione, ancora di più per lei che non è ebrea, non era partigiana e neanche dichiaratamente antifascista. È stata in tre campi: Mauthausen, Auschwitz e Ravensbrück. Il suo transport (il trasferimento dei deportati da un lager all’altro) avviene «su carri bestiame, sigillati, senza cibo, senz’acqua, senza servizi igienici. L’annullamento della persona iniziava così». Inizia la deprivazione della dignità, le viene tatuato il numero 76150 sull’avambraccio sinistro: il suo nuovo nome. Viene depilata e costretta ad una divisa di cotone grezzo, che non verrà mai pulita, ma solo disinfettata. I primi giorni possono essere paragonati ad una scuola di sopravvivenza. Un grande problema è rappresentato dalla lingua incomprensibile che sente, ma il bisogno acuisce l’intelligenza, e così riesce a capire come si pronuncia il suo nome, cerca di lavorare e di mantenere viva la speranza di un ritorno. Riesce, grazie all’arrivo dei russi, ad essere nuovamente libera, ancor più di prima, essendone consapevole. La coglierà il tifo, e il suo ritorno a Como sarà un’agonia, ma sostenuta dalla voglia di rivedere i propri cari. «Ogni giorno qualche cosa si spegneva dentro di me», queste sono le parole del suo tormento, ben raccontato nel libro e dalla testimone che da anni si impegna, con un altissimo senso del dovere, a portare nelle scuole la memoria di quello che è stato. Ines Figini per molti anni ha taciuto, per la paura di non essere presa sul serio, ma ora ha reso la sua vita una testimonianza vivente. Abituata a parlare con i ragazzi, il suo racconto ha delle note rituali, e la sua storia è una delle tante testimonianze che negli anni sono state raccolte; ma questo nulla toglie al suo vissuto e all’importanza, per  i suoi concittadini, di conoscere la sua storia e il contesto in cui è accaduta. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

Anpi/ Ricordare sempre, ricordare tutto

 

ANPI_PROVVCon una nota l’Anpi di Como parla della tormentata storia del confine orientale e della Giornata del ricordo e chiede al sindaco di Como di non concedere spazi pubblici alle  destre anticostituzionali. Il comunicato:  «In Italia, con legge del 30 marzo 2004, il 10 febbraio di ogni anno si celebra la “Giornata del ricordo”, in cui si commemora il drammatico esodo degli italiani giuliano-dalmati e le vittime che perirono nelle foibe. Tuttavia, forze di estrema destra come Militia di Como, si sono appropriate di questa giornata per rinfocolare la retorica nazionalista degli “italiani brava gente” e per erigere un muro di silenzio sui gravi crimini commessi dai fascisti e dall’esercito italiano negli anni dell’occupazione della Jugoslavia.La storia del nostro confine orientale è tormentata, dolorosa, ma soprattutto complessa. In considerazione di tale complessità, isolando la tragedia delle foibe dal contesto storico, si persegue solo l’obbiettivo di strumentalizzare faziosamente la memoria.

Il senso delle iniziative volte al ricordo dovrebbero invece essere dirette alla rigorosa ricostruzione storica a tutto campo, indagando tutti -e ribadiamo tutti- i drammi che contraddistinsero quelle terre abitate da una popolazione multietnica.
La storia del confine orientale d’Italia non si può quindi farla iniziare nel 1945, ma si dovrebbero considerare anche i vent’anni precedenti, quelli appunto dell’aggressione fascista e della feroce pulizia etnica subita da sloveni e croati.

In ragione di queste considerazioni, scopriamo con incredulità che l’Amministrazione comunale di Como concede nuovamente una delle piazze principali della città a Militia, organizzazione di estrema destra che considera una giornata di lutto il “25 aprile”, che inneggia al nazista Priebke come ad un eroe, che presenta libri su militanti del partito nazista ed esalta il ventennio fascista.

Chiediamo quindi al Sig. Sindaco un forte segnale di rottura rispetto al passato, non concedendo più spazi pubblici a Militia così come ad altre organizzazioni che non si riconoscono in alcun modo nella Costituzione italiana e nei suoi valori fondanti, cioè l’antifascismo, la democrazia e le libertà». [Anpi sezione di Como Perugino Perugini]

 

La ragazza di Terezìn

BrundibàrjpgNella serata di venerdì 7 febbraio, nella sala consiliare del comune di Lomazzo, si è parlato del lager-ghetto di Terezin e approfondita la storia dell’operina musicale di Hans Kràsa Brundibàr, messa in scena all’interno del campo. Importante è stato il contributo di Leonardo Visco Gilardi, vicepresidente della sezione Aned di Milano, che ha posto l’accento sulla memoria e sulle  sue responsabilità, sia dal punto di vista politico che storico. Trasmettere memoria, collettiva e condivisa, alle nuove generazioni, è un atto che permette di sviluppare consapevolezza. È la conoscenza che permette di scegliere, e quindi di essere liberi. È stata ripercorsa la vicenda che ha visto protagonisti Heydrich e Eichamnn alla fine del 1944, quando autorizzarono un’ispezione della Croce rossa nel campo di Terezin;  per dimostrare come gli ebrei fossero trattati con umanità, fecero inscenare Brundibàr: storia ingenua e liberatoria di bambini che, per aiutare la madre malata, s’ingegnano a cantare nella piazza per comprarle del latte.  Brundibàr è un suonatore di organetto prepotente, con dei baffi che non casualmente ricordano quelli di Hitler; ruberà loro i soldi raccolti, ma alla fine avverrà il trionfo dei bambini bisognosi. In occasione della Giornata della memoria, è stato proiettato nel liceo di Lomazzo La ragazza di Terezin, e si è voluto condividere con la cittadinanza il cortometraggio di Valerio Finessi: una discutibile  docu-fiction, che nonostante le buone intenzioni, risulta molto amatoriale. L’idea è quella di riprendere l’operina Brundibàr, trasportandola dal campo ad un teatro dei giorni nostri. Purtroppo, si esce con l’amarezza di non aver visto l’originale. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

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