Ines Figini/ Tanto tu torni sempre

Memoria_ManifestoTante le persone presenti all’Ultimo caffè di via Giulini 3, a Como, nel pomeriggio dell’8 febbraio, con i Giovani democratici di Como che  hanno organizzato l’incontro con Ines Figini e gli autori del libro Tanto tu torni sempre. Ines Figini è, per i comaschi, la Testimone di quanto è accaduto durante la prigionia nei lager. Il libro, uscito nel 2012 per l’editore Melampo,  è stato presentato in molte scuole e in luoghi pubblici, ma «mai in un contesto così originale come un bar» dichiara Mauro Colombo, coautore, insieme a Giovanna Caldara, del libro. Il titolo – spiega  Caldara –  è ciò che la madre di Ines le diceva sempre, quando usciva dalla casa di via Tommaso Grossi per giocare o per leggere; una fiducia sempre ben riposta, fino a quando, la notte del 6 marzo del 1944, Ines viene prelevata a casa, in seguito alla sua partecipazione allo sciopero avvenuto la mattina alla Comense. Il foglio che la destina al lavoro in Germania è firmato da Scassellati, l’allora prefetto. Per tutti è stato difficile comprendere le ragioni della persecuzione, ancora di più per lei che non è ebrea, non era partigiana e neanche dichiaratamente antifascista. È stata in tre campi: Mauthausen, Auschwitz e Ravensbrück. Il suo transport (il trasferimento dei deportati da un lager all’altro) avviene «su carri bestiame, sigillati, senza cibo, senz’acqua, senza servizi igienici. L’annullamento della persona iniziava così». Inizia la deprivazione della dignità, le viene tatuato il numero 76150 sull’avambraccio sinistro: il suo nuovo nome. Viene depilata e costretta ad una divisa di cotone grezzo, che non verrà mai pulita, ma solo disinfettata. I primi giorni possono essere paragonati ad una scuola di sopravvivenza. Un grande problema è rappresentato dalla lingua incomprensibile che sente, ma il bisogno acuisce l’intelligenza, e così riesce a capire come si pronuncia il suo nome, cerca di lavorare e di mantenere viva la speranza di un ritorno. Riesce, grazie all’arrivo dei russi, ad essere nuovamente libera, ancor più di prima, essendone consapevole. La coglierà il tifo, e il suo ritorno a Como sarà un’agonia, ma sostenuta dalla voglia di rivedere i propri cari. «Ogni giorno qualche cosa si spegneva dentro di me», queste sono le parole del suo tormento, ben raccontato nel libro e dalla testimone che da anni si impegna, con un altissimo senso del dovere, a portare nelle scuole la memoria di quello che è stato. Ines Figini per molti anni ha taciuto, per la paura di non essere presa sul serio, ma ora ha reso la sua vita una testimonianza vivente. Abituata a parlare con i ragazzi, il suo racconto ha delle note rituali, e la sua storia è una delle tante testimonianze che negli anni sono state raccolte; ma questo nulla toglie al suo vissuto e all’importanza, per  i suoi concittadini, di conoscere la sua storia e il contesto in cui è accaduta. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

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