Persone

Connessioni controcorrente/ Una giornata di teatro civile / “Nel mio paese”: ribaltare le prospettive per fare chiarezza

DSCN0557Dalle 14.30 di mercoledì pomeriggio, la III Giornata di teatro civile, parte del progetto Connessioni Controcorrente (che vede impegnati Teatrogruppo Popolare, Arci Xanadù e Arci ecoinformazioni con il contributo di Fondazione Cariplo e il patrocinio del comune di Como e della regione Lombardia) al circolo arci Xanadù è proseguita con uno spettacolo a cui hanno assistito alcune classi di scuola secondaria di secondo grado: Nel mio paese, versione integrale del monologo di Gianpietro Liga che è parte della sceneggiatura di Sconfinati destini. (altro…)

“L’economia della ciambella” / Kate Raworth apre la rassegna di incontri di Now!Festival 2017

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Si è tenuto a Villa del Grumello  nel pomeriggio di martedì 18 aprile il primo incontro del ciclo previsto dall’edizione 2017 di Now! Festival del futuro sostenibile, che ha visto l’intervento di Kate Raworth, Senior Associate Visiting Research presso la Oxford University, in Italia per promuovere la traduzione del su nuovo libro L’economia della ciambella: sette mosse per pensare come un economista del 21°secolo, edito in Italia da Edizioni Ambiente [la versione originale dell’opera, Doughnut Economics: Seven Moves to Think Like a 21st-Century Economist, è invece edita da Chelsea Green Publishing]. L’incontro è stato realizzato in collaborazione con la fondazione Alessandro Volta. Marzia Loria (Now, Ecofficine) e Giulio Casati, coordinatore scientifico della fondazione Alessandro Volta, hanno aperto l’incontro presentando la relatrice, della traduzione simultanea si è occupata Beatrice Biblioteca.

Raworth si definisce un’economista eretica, nel senso che la formazione accademica ricevuta l’ha colpita negativamente per l’anacronismo e l’inesattezza dei modelli economici proposti, tanto da volersene allontanare. In seguito, prendendo atto di come l’economia sia in grado di plasmare la società e l’epoca in cui viviamo, ha elaborato la teoria da cui il suo libro prende nome. Raworth è fermamente convinta del potere esplicativo delle immagini e degli schemi, e infatti la sua presentazione si è soffermata sull’interpretazione di diversi modelli economici nella loro forma grafica, a partire dalla fondamentale “curva della domanda e dell’offerta”.
Rimane però l’imperativo di aggiornare la formazione ricevuta dagli attuali studenti di economia, che “governeranno il mondo nel 2050, studiando su libri scritti nel 1950, basati su teorie elaborate nel 1850”, e che sono reduci dal deleterio modello neoliberista adottato nella seconda metà del Novecento (specie dagli anni Settanta-Ottanta) le cui conseguenze rimangono visibili nell’economia internazionale odierna. Per superare tali premesse  – insiste Raworth – c’è bisogno di nuovi pattern, che tengano conto anche degli attori economici tradizionalmente esclusi da teorie concentrate sull’interesse individuale dell’homo oeconomicus razionale, ma non sulla dimensione sociale e solidale.
Nel buco centrale della ciambella, la studiosa ha collocato proprio tali soggetti “esclusi” dall’economia nel suo senso tradizionale, o perché vivono al di sotto delle proprie necessità, oppure perché l’economia mainstream non tiene conto del loro contributo non-monetizzabile, nonostante azioni quotidiane come i lavori domestici, l’affettività familiare, la creatività, il volontariato abbiano un concreto impatto sulla vita collettiva. Ecco perché “gli esclusi” – che non a caso stanno al centro dell’economia, parola che significa in fondo “gestione dei beni familiari”! – devono trovare spazio nella parte concreta della ciambella. Senza però spingersi oltre ai limiti esterni, determinati dai limiti delle risorse ambientali già messe a rischio dalla continua crescita demografica ed economica.
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Raworth esita ad associare la propria teoria al movimento della decrescita felice, poiché il concetto di “decrescita” ha una connotazione negativa nel discorso politico; al tempo stesso riconosce la fallibilità dell’attuale sistema economico, che dipende – nel senso negativo della parola – da una crescita continua, che dovrà necessariamente misurarsi con la sostenibilità ambientale, verso una più equa distribuzione di risorse limitate e il riciclaggio delle stesse, prediligendo, dove possibile, l’utilizzo di materiali naturali.
Per trasformare un’economia di tipo distruttivo (Raworth usa la formula take, make, use, lose : prendi, crea, usa, perdi) in un sistema rigenerativo (perciò “circolare”) ed equilibrato, bisogna riconsiderare la natura flessibile e cooperativa delle persone, intese come gruppi, individui e comunità, i quali, più che controllare l’ambiente, sono di esso parte integrante, adattandovisi secondo le proprie esigenze e la disponibilità di risorse. Di questa flessibilità, Adam Smith aveva già parlato, ma questo tipo di osservazioni fu accantonato, nel tentativo di rendere l’economia una disciplina razionale, prevedibile e fondamentalmente invariabile, sulla falsariga della fisica e delle altre scienze naturali.
Raworth è di tutt’altro avviso: l’economia, semmai, è in continua trasformazione, proprio come un giardino, di cui l’economista è chiamato a prendersi cura e progettarne la forma, che potrà (e dovrà) variare nel corso del tempo, adattandosi alle necessità condivise. Creatività, solidarietà e spirito di adattamento, insomma, saranno i motori del cambiamento, e se è vero che la storia parla per immagini, una matita rappresenta il primo e più importante strumento che abbiamo nelle nostre mani. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

Il prossimo appuntamento di Now Festival, Green Jobs: la sostenibilità incoraggia i giovani e il lavoro, è previsto per mercoledì 10 maggio, alle 10, alla Camera di Commercio di Como. Interverranno Andrea Trisoglio (Fondazione Cariplo), gli studenti dell’Isis Paolo Carcano di Como, Immacolata Tina (Camera di commercio, coordinatrice del bando Idea impresa), Aurora Magni (Liuc). L’incontro sarà moderato da Marilena Lualdi de La Provincia.

A Balerna al funerale di Diakite Yoursouf nessuna condanna per i responsabili della sua morte

Alla Parrochia di Sant’Eusebio a Como la soldiarietà italiana e svizzera si era incontrata per piangere  Diakite Yoursouf folgorato dall’alta tensione della linea ferroviaria, prima vittima conosciuta della  frontiera assassina, e aveva chiesto a gran voce: almeno ci sia un funerale che restituisca dignità alla giovane vita spezzata dalle follie di quella politica che consente e favorisce la circolazione delle merci, ma vieta e persegue, costringendo un ragazzo a cercare di passare sul tetto di un treno, il diritto inalienabile alla libertà di movimento delle persone. Questo obbiettivo è stato raggiunto l’11 aprile alle 14 al Cimitero di Balerna dove la sepoltura  di Diakite Yoursouf è avvenuta con la giusta sacralità che una morte merita e con la presenza di una piccola folla di persone solidali del Ticino e di Como che hanno voluto partecipare al lutto e essere presenti per l’ultimo saluto al ragazzo maliano arso vivo il 27 febbraio. (altro…)

Commemorazione e sinergie contro la frontiera assassina/ I comboniani mettono a disposizione spazi per l’accoglienza ma non vengono usati


Un centinaio di persone hanno voluto dare al giovane maliano ucciso dalla frontiera italo-svizzera almeno il diritto a essere commemorato. Lui fulminato dalla linea ad alta tensione toccata  sul tetto di un convoglio ferroviario si ribellava alla violenza assassina che non permette a centinaia di migliaia di persone di valicare confini aperti alle merci, ma veri e propri muri per gli essere umani a cui vengono negati i documenti necessari a attraversarli. La manifestazione iniziata alle 14,30 a Balerna è arrivata alla Stazione San Giovanni di Como alle 15,15 e dal luogo simbolo (contemporaneamente) dell’incapacità delle istituzioni di affrontare il flusso di migranti e dell’attivismo umanitario di tante e tanti per mettere almeno una pezza all’inadeguatezza di chi avrebbe dovuto occuparsene. (altro…)

“Le vie della tratta” – 8 marzo contro il traffico di esseri umani

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In occasione della Giornata internazionale della donna, la sala conferenze della Biblioteca comunale di Como ha ospitato, il pomeriggio di mercoledì 8 marzo, il convegno Le vie della tratta. Dai paesi d’origine alle nostre strade, promosso da Adgi – Associazione donne giuriste Italia, Asgi – Associazione studi giuridici sull’immigrazione, e dalla cooperativa Lotta contro l’emarginazione ,con la collaborazione del comune di Como. Ha svolto il ruolo di moderatore Michele Luppi, giornalista de Il settimanale della diocesi di Como e curatore del blog Europa&Africa.  (altro…)

Ciao Enzo/ Funerali mercoledì 11 gennaio alle 14 nella chiesa di Casnate

neroLunedì 9 gennaio è morto Enzo Arighi. Enzo è stato un attivista caparbio e instancabile. Sempre dalla parte dei migranti, sempre disponibile alla solidarietà con il popolo curdo, sempre contro il liberismo, radicalmente critico verso quanti anche nel centrosinistra si sono schierati con i poteri forti dell’economia. Enzo Arighi è stato riferimento comasco di Attac Italia, ha partecipato a tutte le avventure della sinistra lariana condividendo con essa tante sconfitte e impegnandosi particolarmente nelle consultazioni referendarie per la vittoria contro la privatizzazione dell’acqua e lo stravolgimento della Costituzione. Enzo ha anche collaborato con ecoinformazioni quando, nell’ultima tornata del Consiglio provinciale eletto dai cittadini, pubblicammo il blog Reteco. Ciao Enzo.

23 novembre/ L’Asia ricorda Micaela

como_previewMercoledì 23 novembre alle 19.30 nello Spazio Parini, in via Parini 6 a Como il Gruppo sostegno Asia e la Comunita Dzogchen di Como invitano a L’eredità del Tibet, tesoro del mondo. Una serata a sostegno dell’Associazione solidarietà internazionale in Asia in ricordo di Micaela Landoni. (altro…)

Ciao Nello

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All’alba di domenica 13 novembre all’opedale Valduce di Como dove era ricoverato, si è spento Lionello Caronti. Figlio del partigiano Enrico Caronti, da sempre militante antifascista e iscritto Anpi. Il saluto in forma civile si è tenuto nella mattinata del 15 novembre al cimitero di Blevio, con la partecipazione commossa di molte persone e delle rappresentanze di molte formazioni politiche e associazioni.

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Un’immagine dei funerali

La prossima Como : il sogno… e la realtà

luca-micheliniMolte le persone intervenute all’incontro indetto da ecoinformazioni la sera di giovedì 11 novembre alla sala del Cna, La prossima Como – il sogno, introdotto da Fabio Cani, co-direttore della testata. A ognuno dei relatori e delle relatrici sono stati lasciati circa cinque minuti per esporre le proprie considerazioni sull’impatto dell’amministrazione uscente e le proprie aspettative sul futuro di questa città, intesa come urbs – cioè nella sua dimensione spaziale – e anche, soprattutto, come civitas, ossia come comunità al contempo  aggregata e pluriversale: una distinzione concettuale che Cani, citando le Etimologie di Isidoro da Siviglia, ha voluto sottolineare.

Numerosi gli interventi, preceduti (oltre che dal breve video introduttivo Bread and Roses, un omaggio al cinema di Ken Loach e alla solidarietà mostrata dalla popolazione comasca nei mesi estivi), dall’introduzione di Cani,  imperniata su sette punti fondamentali: la complessità irriducibile del concetto di città, a cui abbiamo già accennato, i fallimentari – e talvolta decisamente visionari – piani urbanistici del passato, l’impossibilità di pianificare e applicare un modello di città alla di per sé multiforme dimensione urbana, l’irrealizzabile (e inauspicabile) “brandizzazione” di Como verso un modello “monodimensionale”, nella fattispecie turistico, quando è ovvio che una città non è fatta (solo) dei turisti che la visitano; l’apertura della città verso la realtà circostante (ed esterna), a scongiurare l’auto-percezione di una “città-fortezza” che protegge dal resto del mondo senza interagirvi; l’inarrestabile fenomeno dell’invecchiamento (più in generale, della ulteriore diversificazione)  della popolazione urbana, che altrove in Europa ha già portato a una riconsiderazione degli spazi cittadini: un processo che in Italia, o perlomeno a Como, sembra faticare ad avviarsi. Infine, in considerazione della sempre minor distanza spazio-temporale che ci separa dalla “prossima Como”, Cani rimarca la necessità di concentrarsi sul processo, piuttosto che sul risultato finale. La stessa complessità di una dimensione cittadina rende impossibile applicare qualsiasi piano alla lettera, senza aspettarsi sviluppi almeno in parte imprevisti.

Anche Alberto Bracchi, architetto, ha presentato in sette punti le proprie idee relative all’innovazione urbana che potrebbe, e dovrebbe, interessare Como nel prossimo futuro. Processi di rimodernamento dovrebbero riattivare la città intesa, appunto, come organismo complesso. Visto il fallimento delle grandi opere urbanistiche, appare preferibile orientarsi su piccoli progetti diffusi, utili e concretamente realizzabili (opinione condivisa da Gianluigi Fammartino di Paco, anch’egli architetto, che sottolinea come una buona amministrazione urbana si riconosca dalla capacità di rendere utile ciò che ha già ha disposizione), attenti all’ambiente e alle risorse che esso offre, nel rispetto della poliedricità intrinseca della dimensione cittadina (che, peraltro, è in grado di accogliere innovazioni in scala ridotta). La realizzazione di tali “micro-opere” dovrebbe, secondo Bracchi, ricorrere alla sperimentazione, intesa come banco di prova della loro fattibilità e fruibilità e come “antidoto” a quelle che l’architetto definisce “esplosioni di scontentezza”, provenienti o da grandi opere rivelatesi controproducenti, o da opere riuscite, ma essenzialmente superflue, o percepite come tali. Esempi “positivi” potrebbero essere la riqualificazione del cineteatro Politeama, una valorizzazione dello spazio Gloria che è penalizzato da una situazione periferica lungo una via dal traffico piuttosto intenso, o ancora la realizzazione di una stazione unica a Camerlata. Per attuare questi piccoli interventi, certo, è necessario rilanciare la dimensione del dialogo tra l’amministrazione e la cittadinanza: un aspetto essenziale su cui, forse, non si è sufficientemente insistito nel corso degli ultimi quattro anni.

In effetti, nel corso dell’incontro, diverse persone hanno denunciato, in varie declinazioni, un diffuso senso di esclusione che colpisce soprattutto le aree periferiche, con particolare incidenza su alcune categorie sociali. Gli studenti, rappresentati la sera di venerdì da Lorenzo Baldino, sono un esempio: il ponte recentemente realizzato all’incrocio tra via Badone e via Pasquale Paoli, non sembra soddisfare una reale necessità, tanto più che è stato realizzato senza un precedente confronto con i diretti interessati; spostandoci dal particolare al generale, Como appare carente in termini di welfare studentesco: i trasporti sono scarsi, la tessera “Io Studio” offre in pratica scarsi vantaggi, la specificità degli studenti è complessivamente tenuta in scarsa considerazione. Tutto questo non aiuta a tamponare il tasso di abbandono precoce dell’istruzione scolastica (17,33%), un record negativo in Lombardia, conclude Baldino. Ida Sala (Como dal Basso) mette in luce un’analoga situazione di esclusione per quanto riguarda le persone con disabilità, alle quali (ancora troppo spesso) sono negati l’accesso e la fruibilità di spazi aperti al pubblico, come nel caso del multisala (per non ripetere l’esempio del ponte di Rebbio). Soluzioni o situazioni ghettizzanti nei confronti di persone con disabilità fisiche o mentali non devono e non possono essere ammissibili, e devono essere superate dove, ad oggi, sussistono. Questo imperativo diventa ancora più pressante tenendo in considerazione il rapido invecchiamento della popolazione cittadina, non soltanto a Como, come ha affermato, dati Oms alla mano, Manuela Serrentino: o si interviene tempestivamente per rendere lo spazio urbano più accessibile, o questo si rivelerà gravemente inadeguato in un futuro non molto lontano. Due giorni dopo l’elezione di Donald J. Trump negli Stati Uniti (certo non il primo populista eletto negli ultimi anni, e probabilmente non l’ultimo), i rischi politici di un’emarginazione diffusa appaiono evidenti, come ha constatato Enzo d’Antuono (Arci): bisogna prevenire o contrastare lo scontento che spinge gli “esclusi” a votare “con la pancia”, spesso in modo miope.
E gli “invisibili” a Como sono tanti, hanno osservato Luca Michelini e Manuel Tavares Azevedo. Troppi, per rimanere tali, riapparire nei momenti di maggior criticità ed essere, erroneamente, identificati come “fonte di problemi”. Il picco di migrazioni che ha interessato la nostra città nell’estate 2016 non ha introdotto a Como la questione migratoria, che esisteva da tempo: semmai, ha contribuito a svelare una prolungata negligenza nei confronti di essa. Una débacle non indifferente che, nonostante la buona volontà e i concreti risultati delle centinaia di persone intervenute a sostegno dei e delle migranti, tradisce la persistente resistenza verso il confronto, il dialogo e l’inclusione. Pessimista Bruno Saladino, che fa riferimento alla frustrazione accumulata intorno alla questione delle paratie e a una difficoltosa, insufficiente interazione tra la giunta e la cittadinanza. Una condizione già esistente nel 2012, beninteso, ma che l’amministrazione Lucini non ha saputo cambiare di segno.

Bruno Magatti, assessore alle politiche sociali e all’ambiente, ammette la disparità che sussiste tra la domanda e l’offerta di welfare a Como. Tuttavia, non solo di amministratori è fatta una città, ma anche di strutture pubbliche (da riadattare) e capitale umano (da valorizzare). C’è molto su cui è ancora necessario intervenire, e intervenire in modo puntuale, in particolare sul fronte lavorativo. Allo stato delle cose, però, i mezzi appaiono limitati, messi alla prova da poche, impegnative sfide.
L’uscente amministrazione Lucini, è pur vero, ha registrato anche alcuni importanti successi: pensiamo per esempio al settore ambientale. La giunta uscente ha introdotto importanti innovazioni in tal senso, quali l’ampiamento della Ztl, la messa a disposizione di un servizio di bikesharing e, soprattutto, l’introduzione della raccolta differenziata in città nel 2014. Partendo da un 78° posto  tra le città italiane più attente all’ambiente, Como ha guadagnato nel 2015 la quarantacinquesima posizione in classifica, riporta Chiara Bedetti, a capo del presidio Legambiente Angelo Vassallo, facendo riferimento al rapporto ecosistema urbano emanato da Legambiente lo scorso anno. Un progresso significativo, afferma Bedetti, che evidenzia tuttavia la necessità di investire maggiormente sui trasporti pubblici, ancora poco o per niente vantaggiosi per chi abita in quartieri periferici come Sagnino e, in mancanza di autobus, si trova di fatto costretto a fare affidamento sull’auto per raggiungere Como in serata. «Nella loro “inconsistenza”, i sogni mettono tutti d’accordo», osserva Bedetti, «ben più difficile è parlare di ambiente in modo concreto». Se Como intende raggiungere un punteggio ancora migliore, pertanto, bisognerà prefiggersi obiettivi raggiungibili in pratica, e non soltanto in teoria.

Concordi nella sostanza con Bedetti, Riccardo Gagliardi e Stefano Martinelli differiscono però nell’approccio, molto più propenso all’immaginario e al “sogno”, verso la Como del prossimo futuro.
Secondo Gagliardi, che ha paragonato la realtà urbana di Como a quelle “analoghe” di Verbania e Lugano, le idee non sono meno importanti delle risorse materiali e finanziarie nel portare avanti un progetto e, da questo punto di vista, Como ha mostrato segnali incoraggianti e innovativi. Si potrebbe addirittura pensare, azzarda Gagliardi, di traslare il modello della “grande Lugano” al territorio di Como e limitrofi; per farlo, però, si ripresenta la necessità di potenziare i servizi pubblici di una città che non si esaurisce nello spazio della città murata. L’obiettivo è ambizioso ma, secondo Gagliardi, più ancora che il raggiungimento degli obiettivi conta la tensione verso di essi. Dello stesso parere Martinelli, che ha ricordato l’importanza dei sogni propriamente detti, anche quelli dei bambini, che non conoscono le barriere del materiale e del razionale, re-insegnando agli adulti a guardare oltre e a riacquistare la speranza nel futuro.

Ultimo ma non ultimo l’intervento (video) di Francesco Vignarca, coordinatore della Rete nazionale per il disarmo. Secondo lui, una città non può limitare la propria azione entro i confini municipali: bisogna guardare oltre, come fece a suo tempo Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, invitando i primi cittadini di grandi e importanti metropoli a dialogare per la pace internazionale. Le città sono contemporaneamente attrici e destinatarie della guerra o della pace: un esempio calzante ne è la situazione dei migranti che ha coinvolto “frontalmente” Como, anche in conseguenza di una risposta politica (non solo locale, non solo italiana) polarizzata sull’aspetto della sicurezza. Una scelta che non penalizza soltanto il settore dell’accoglienza in senso stretto, ma anche il welfare in senso lato, nel momento in cui le risorse economiche vengono canalizzate verso le spese militari. La città di Como non è rimasta chiusa in se stessa, e può davvero giocare un ruolo decisivo nel cambiamento, non soltanto (ma anche) in termini di amministrazione locale. L’augurio con cui Vignarca ha concluso il ciclo di interventi di venerdì è quello che la futura amministrazione comasca non sottovaluti il ruolo che questa città può rivestire, attivamente, nello scenario internazionale. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

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