Morire per lavoro: è possibile ridurre infortuni e malattie professionali?
«I morti – ha esordito Lamberto Settimi – fanno sempre notizia, perché viene violata la sacralità del lavoro. I media ne ritraggono però solo il lato umano e non aiutano a inquadrare oggettivamente il fenomeno, né tanto meno a evidenziarne le criticità, perciò vorrei partire dai numeri. Il picco del numero di morti sul lavoro si è registrato negli anni ’60, quando con il boom economico aumentarono le persone impiegate. Da allora fino a qualche anno fa il fenomeno è andato costantemente decrescendo, per stabilizzarsi nei primi anni del nuovo millennio a quota 1200 morti l’anno. Negli ultimi quattro anni invece c’è stato un lieve peggioramento, con più di 1300 persone che ogni anno perdono la vita lavorando».
Da dove cominciare? Non certo dalle leggi, che per il relatore non sono il punto debole: «Abbiamo ottime e numerose leggi in materia di sicurezza sul lavoro. A partire dalla n. 833 del ’78, rivoluzionaria per l’epoca tanto da essere poi copiata da diversi paesi europei, passando per la n. 626, normativa europea ma non per questo meno importante, per arrivare alle leggi degli anni ’90 che regolamentano i cantieri edili rendendo impossibile il lavoro senza contratto, mentre prima era previsto un periodo di prova, nel quale era frequente il verificarsi di incidenti».
«Una delle criticità è sicuramente quella dei controlli. Con le forze in campo ad oggi si riescono a controllare il 3-4 per cento delle aziende. Se si vogliono applicare le leggi e renderle un efficace strumento di prevenzione occorre aumentare il numero degli ispettori del lavoro. E c’è da preoccuparsi quando i due maggiori partiti propongono il taglio della spesa pubblica».
Ma il vero problema è il dilagare dei “falsi”. Le leggi prevedono una serie di strumenti per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, come la valutazione dei rischi di un cantiere e le riunioni di analisi del problema fra sindacalisti e dirigenti d’azienda. Spesso certificati e verbali si rivelano prestampati, documenti fasulli che vengono prodotti per l’esigenza di abbassare i costi per le imprese.
Gli ambiti in cui è più frequente il verificarsi di incidenti rimangono quelli del lavoro nero e precario: il fenomeno del lavoro irregolare è ancora forte nel mondo dell’edilizia, nonostante le recenti leggi più restrittive in materia, e ai lavoratori in nero, spesso immigrati, non vengono assicurate le giuste misure di sicurezza. Ai lavoratori a termine semplicemente non conviene, per la mentalità imprenditoriale, offrire la giusta formazione al compito che andranno a svolgere. A questo si aggiunge che chi lavora con contratti a termine cambia ogni mese o settimana luogo di lavoro e macchinari di produzione, e non riesce ad acquisire quella consapevolezza che potrebbe salvargli la vita.
Dal pubblico un ispettore del lavoro ha fatto notare che «gli incidenti non capitano mai per caso. La mentalità imprenditoriale del fare fa spesso dimenticare il ruolo fondamentale dalla progettazione. E se il risultato è un prodotto malfunzionante si sono solo sprecati dei soldi, se invece per mancanza di progettualità una vita viene stroncata il dramma va oltre il lato economico. Dall’altra parte viene invocata una costante informazione verso i lavoratori, ma sono spesso questi ultimi a non rispettare le più banali regole di sicurezza».
Un altro partecipante alla serata ha ricordato la proposta del magistrato torinese Raffale Guariniello di istituire una procura nazionale per gli infortuni sul lavoro, così da evitare che per lungaggini giudiziarie i processi cadano in prescrizione. Proposta giudicata positivamente anche da Lamberto Settimi, che ha sottolineato come «con un buon avvocato ogni datore di lavoro riesce a non rispondere al crimine». [Francesco Colombo, ecoinformazioni]
propria situazione. «Anche l’epoca dei new media è superata – ha continuato Simone Carlo – la copertina di Time del gennaio 2007 indicava ognuno di noi come protagonista dell’anno passato. Questo perché siamo entrati nell’era dei new new media, fondata sulla valorizzazione dell’intelligenza collettiva e la costruzione del sapere basato sulla condivisione di informazioni e conoscenze. Wikipedia ne è l’esempio più eclatante, ma sono disponibili sulla rete molti strumenti che permettono la libera pubblicazione di qualsiasi contenuto.
reciproco, riconoscendo pari valore alle tre dimensioni che costituiscono le Acli: associazione, movimento ed impresa sociale», così come tracciato nella mozione congressuale del febbraio scorso «le Acli intendono affrontare le sfide di questa nuova epoca nelle dimensioni a loro più proprie: quella ecclesiale, quella del mondo del lavoro e quella dell’impegno per la democrazia» con «una presa di coscienza della fase di passaggio che stiamo vivendo, di mutamento culturale, sociale e politico». La nuova presidente è entrata nell’associazione da giovanissima, poco dopo le superiori, arrivando alla direzione del Patronato Acli regionale. Da qui il passaggio alla direzione del movimento aclista comasco per il quale punta a «concentrare l’attenzione sullo sviluppo associativo, sostenere le presenze territoriali esistenti, promuovere nuovi modi di essere fra la gente e nuove forme di sviluppo di comunità in rete con le parrocchie, le altre associazioni e quanto c’è di attivo sul territorio».
fa semplicemente crescere delle piante, ma ricrea il loro habitat naturale e conserva le specie di parassiti che svolgono un ruolo nella crescita. È un approccio diverso alla coltivazione. «Si tende a dividere gli operatori in buoni e cattivi» ha commentato il relatore «i buoni sarebbero gli agricoltori biologici, i cattivi quelli che utilizzano fertilizzanti chimici. In realtà non è così. Sono solo due approcci diversi allo stesso problema». Per Martino Bargero «il modo di fare agricoltura è lo stesso con cui conformiamo il mondo. È la società che determina l’agricoltura». A seconda delle esigenze sociali si costruisce il tipo di coltivazione. La nostra vita frenetica, dove si ha tempo il sabato di fare la spesa solo nell’ipermercato dove si può trovare tutto, devasta le coltivazioni tipiche del territorio, imponendo a determinate aree un solo tipo di coltura, con vantaggio solo per le grosse catene di distribuzione. «Tutti noi mangiamo lattuga, ma nella nostra zona non si coltiva» ha fatto notare. Questa riflessione porta a chiedersi il reale valore di ciò che scegliamo di mangiare, di come noi e le nostre viziate abitudini alimentari stiano in realtà sconvolgendo equilibri ambientali saldi da millenni. Nel progetto Vivi sostenibile, si sta scegliendo invece di riscoprire i sapori locali organizzando gruppi d’acquisto solidale (Gas), che prevedono la compra di prodotti da produttori biologici e il più possibile vicini, nei quali una persona a turno si occupa dell’acquisto, risparmiando così tempo e riallacciando i rapporti tra persone, attraverso un consumo più naturale e sano. La serata si è conclusa con domande pratiche sul mantenimento dell’orto, facendo emergere quanto ancora questa pratica, fino a pochi anni fa così diffusa non per svago, ma per reale bisogno, stia riemergendo come alternativa a prodotti sempre più economici e pericolosi per la salute. [Nicoletta Nolfi, ecoinformazioni]
crimine con Fabiana Salvadè. L’ingresso sarà gratuito. Per informazioni tel. 031.3371833, Internet 
