Lavoro

A morti ra mafia

Più di cento persone alla sessione pomeridiana di sabato 13 dicembre dedicata a Le donne e la loro lotta contro le mafie  del  Convegno Liberté, fraternité, legalità del Coordinamento comasco per la Pace allo Spazio Gloria del Circolo Arci Xanadù. La giornata si è conclusa con la visone del film Il divo presentato da Massimo Brugnoli. La posesia di Micaela Buscemi sukka morte della mafia.

più di cento persone hanno partecipato alla sessione pomeridiana del secondo giorno del Convegno del Coordinamento comasco per la Pace allo Spazio Gloria dell’Arci Xanadù, l’incontro pubblico dopo la parte dedicata ale scuole, con Enza Rando, Michele Buscemi e Nando Dalla Chiesa, introdotti e coordinati da Celeste Grossi, vicepresidente del Coordinamento.
Un pomeriggio sulla testimonianza dell’esperienza antimafia e la legalità. “Io ho iniziato ad insegnare a Casal di Principe – ha spiegato Grossi, spiegando il perché dell’importanza di una simile iniziativa nel territorio lariano – e sono arrivata a Como nel 1978, pensavo che qui le mafie non ci fossero. Non erano quelle che avevo conosciuto ma c’erano, anche se agivano in maniera differente”. Infatti i recenti fatti di cronaca possono esserne testimonianza, come le bombe nel lecchese e alcuni sindaci sotto scorta nell’hinterland milanese.
Nando Dalla Chiesa ha affrontato l’argomento dell’incontro Le donne e la loro lotta contro la mafia facendo anche confronti con l’esperienza femminile durante la Resistenza. Un’esperienza per lui molto dissimile dato che “le donne non devono lottare solo contro la mafia, ma anche l’universo che l’affianca”, un ambiente ostile, si tratta quindi di “una ribellione di donne sole, che trae la sua forza da ciò che le caratterizza più nel profondo, l’amore verso i fratelli, mariti uccisi”, mentre nel movimento di Liberazione erano inserite in un movimento con una vasta solidarietà.
“Noi siamo abituati – ha voluto precisare – a vedere i movimenti come qualcosa di collettivo. Il movimento di liberazione dalla mafia è delle singole donne”.
Enza Rando, come durante la mattinata con gli studenti, ha ripercorso la propria esperienza formativa la curiosità e l’impegno che l’hanno contraddistinta durante gli studi di giurisprudenza all’università, quando “pochi parlavano di mafia, solo L’Ora, I Siciliani ed il Centro Impastato a Palermo. Ero assetata di sapere e l’unico modo era parlare direttamente con le persone e ascoltare il loro dolore”.
Rando ha quindi raccontato la fondazione del Comitato antimafia all’interno dell’università e le difficoltà che questo imponeva agli studenti, alcuni divenuti poi magistrati. Di lì l’impegno al suo paese, Niscemi, dove creando un movimento di risveglio della società civile, nel periodo della Primavera siciliana, è riuscita con altri amici a far sciogliere la Giunta mafiosa e a divenire vicesindaco con delega al’istruzione. Un ruolo che l’ha portata in prima fila nella battaglia, in questo caso vinta, alla mafia che voleva impedire l’apertura delle scuole “i primi presidi di legalità”. Un esempio, per l’esponente di Avviso pubblico, che “ognuno di noi, nel proprio piccolo, può fare una rivoluzione” e cambiare lo stato esistente delle cose.
Toccante la testimonianza di Michela Buscemi a cui la mafia ha ucciso due fratelli, fatto attentati e minacciato di morte la figlia ancora bambina, ma nonostante questo si è costituita parte civile al maxi processo del 1986, non era mai successo prima per la perdita di un fratello, ed ha testimoniato.
Per questo ha dovuto subire l’ostracismo della famiglia, con cui ha rotto ogni rapporto, “ho deciso che dovevo dimenticare la mia famiglia”, e della gente, “dicevano che eravamo spioni della Questura e abbiamo dovuto chiudere il bar che avevamo perché non vi veniva più nessuno”. Si è così avvicinata all’Associazione delle donne contro la mafia ed ha iniziato a racontare la sua esperienza in Italia ed anche all’estero.
E l’importanza della testimonianza è stata ribadita da Dalla Chiesa per cui senza il film I cento passi pochi si sarebbero ricordati di Impastato, ora anche negli angoli più reconditi sono sorti circoli che si fregiano del suo nome per ricordarlo. [Michele Donegana, ecoinformazioni]

A MORTI RA MAFIA

L’avutru jornu m’arruspigghiavu, sintennu vucciria.
Subitu pinsai: “Beddamatri, annavutru ammazzaru.
Annavutru figghiu ri matri
ammazzaru”.
M’affacciu tutta scantata
e viu un mari ri genti
chi cantava filici e cuntenti.
Dumanno: “Chi ci fu?”
“Ma comu, unnu sai?
A mafia m u r i u !
U rissi u tiligiurnali.
Veni, scinni puru tu
ca ci facemu u funirali:
però stavota unnavemu a chianciri, ma ririri e cantari.
Veni scinni, iamula a vruricari”,
a sti paroli un ci puteva cririri,
ma verennu tutta l a genti accussi cuntenti
luro no me cori
trasiu l’alligria:
e non sapeva cosa aveva a fari,
si aveva a chianciri, ririri,
cantari o ballari…
e pila a cuntittizza
me misi a satari
e cantari casa casa
e ricennu: “Che bellu!,
finamenti putemu caminari
pili strati
senza chiù virili
motti ammazzati!
Senza chiù luttu
‘nte li nostri casi.
Campari tranquilli
Senza seantu cà t’ammazzanu
U maritu, i figghi o i frattuzzi
ora tutti si vonnu beni!”
Cantava accussi forti
Che me figghia s’arruspigghió
e mi tallo rirennu:
“Mamà, chi sta facennu?
Nascisti pazza? Picchì fai accussì?”
“Mo, figghia nia, nun sugnu pazza, ma sugnu cuntenta:
a mafia muriu, veni, affaccia,
viri quanta genti ca c’è ccà sutta:
e si tal fi bonu, viri pura a chiddi ca finu a ieri, quannu
ni virevanu arrivari,
sinni travisanu rintra,
si iauvunu a ‘mmucciari,
mancu salutavano
picchi si scantavanu
ca, appressu a mia, ci fussi
la lupara o a calibro trentotto
e magari p1 sbagghiu
i putevani ammazzari.
Ora sunnu contenti
E vanno a fistiggiare”.
Me figghia mi talia
cu l’occhi chini ri felicità
e si metti a cantare ‘nsemi a mmia.
M’arruspigghiu, cu l’ecu ru me cantu:
era tuttu un sonnu.
Mi taliu ‘nttornu:
nenti cacciò, a mafia è sempri ccà.
Annavutru lurici ammazzare.
Però, si nutri lu vulemu,
‘sta morti si pò fari
e, macari fra cent’anni,
na l’avemu a vruricari.
[Michela Buscei]

No mobbing

images1Mobbing: Lavoro… Perché mi perseguiti? Nella sala della Biblioteca comunale di Como, davanti ad una platea di oltre cento persone si è svolta, lunedì 3 novembre, la prima serata, moderata dal dottor Antonio Paddeu, organizzata dalla neonata associazione No-mob di Como.

Dopo la presentazione dell’avvocato Mario Lavatellli degli scopi statutari dell’Associazione, tra cui quello di offrire un aiuto psicologico e giuridico a tutti coloro che si ritengono vittime di tale fenomeno in crescente diffusione, l’avvocata Grazia Villa ha introdotto il tema della serata: Mobbing: Lavoro… Perché mi perseguiti?
In particolare è stata illustrata la scelta necessaria di mettere a confronto le due principali competenze idonee ad affrontare il fenomeno complesso del mobbing: quella giuridica e quella psicologica.
La dottoressa Carla Gaffuri, psicologa, con grafici molto efficaci, ha delineato quali sono oggi le caratteristiche delle patologie e dei probabili danni alla salute derivanti da tutte quelle vessazioni, discriminazioni, persecuzioni plurime e reiterate nel tempo subite, di norma nel luogo di lavoro (anche se da qualche tempo si parla anche di mobbing familiare) da soggetti messi nelle condizioni di non reagire dal datore di lavoro, dai dirigenti o dai colleghi, che vanno a configurare il c.d. mobbing.
Nell’illustrare i dati che portano i medici alla diagnosi psicologica è stata evidenziata l’evoluzione negli ultimi anni degli strumenti di indagine, unitamente ai possibili rimedi: primo fra tutti la non così ovvia rimozione dei comportamenti dannosi messi in atto nei confronti delle vittime (più donne che uomini!).
Su questa possibile rimozione e, più in generale, sui rimedi giuridici si è soffermato l’altro relatore, l’avvocato Alberto Guariso, giurislavorista, del Foro di Milano.
Oltre a confermare la nota assenza di un supporto normativo specifico in materia di mobbing, il fatto che non esista in Italia una legge che disciplini il fenomeno del mobbing, Il legale si è soffermato sia sugli attuali possibili strumenti di tutela giudiziaria, sia su alcune ipotesi di normativa futura.
Guariso, infatti, ha suggerito al legislatore di allargare a questa fattispecie giuridica quelle norme già entrate in vigore nel nostro ordinamento, anche se poco conosciute e poco utilizzate, a seguito di ratifica delle direttive europee, in materia di discriminazione di razza, di genere, di religione.
Norme efficaci, almeno sulla carta, perché supportate da un impianto sanzionatorio anche penale, ma soprattutto perché impongono al datore di lavoro di rimuovere tutte le condotte illecite, portando a quella eliminazione dei comportamenti che feriscono la dignità della persona e la sua integrità psicofisica.
In attesa dell’accoglimento di questi suggerimenti, pur non nascondendo le difficoltà a veder riconosciuto dal giudice un danno da mobbing, il legale ha sostenuto che partendo dalle leggi esistenti è possibile ritrovare singoli pezzi di tutela.
Dopo aver brevemente ricordato le sempre più voluminose sentenze in materia, sono stati evidenziate le motivazioni del perché non sempre siano favorevoli al mobbizzato, ciò principalmente a causa delle difficoltà collegate al problema di provare davanti al giudice, non tanto l’esistenza del danno alla salute sempre più facilmente accertabile, tramite le Cliniche del lavoro specializzate, ma che questo danno sia stato determinato nel luogo di lavoro e attraverso atteggiamenti persecutori.
Queste gravi difficoltà, ampiamente in evidenza dagli interventi del pubblico, legati ad esperienze di sofferenza personale, sono determinate dal vuoto che si crea introno alla vittima, dalle omertà e dai silenzi complici, dal timore di offrire una testimonianza, e non da ultimo dalla fatica di trovare dentro il dolore delle vittima l’energia e la forza di intraprendere una “battaglia legale” con tali margini di incertezza.
Altri interventi hanno sottolineato ulteriori strumenti di tutela giuridica, compresa quella penale, o di aiuto psicologico offerto anche dalle strutture sanitarie pubbliche.
Il bilancio della serata, pur caratterizzato da sano realismo, è stato positivo perché ha aperto non solo speranze di tutela attuale, ma prospettive di cambiamento sulle quali l’associazione No-mob potrà continuare a lavorare. [Grazia Villa, per ecoinformazioni]

Gelmini il 25 ottobre a Erba

Mariastella Gelmini inaugurerà la Mostra dell’artigianato che si svolgerà a Lariofiere a Erba. La presenza della ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca è prevista per le 10 di sabato 25 ottobre.

 

Per l’occasione la Sinistra unita e plurale di Como in una nota diffusa alla stampa «propone a studenti, lavoratori della scuola, genitori, organizzazioni sindacali e forze politiche di opposizione di manifestarle la contrarietà al progetto di distruzione della scuola pubblica attaccata dai tagli decisi dal governo Berlusconi. Per informazioni 333.7726655».

Liceo Terragni contro Gelmini

Non sono solo le elementari a mobilitarsi e a lottare contro i tagli alla scuola. L’assemblea sindacale dei docenti del Liceo scientifico statale G. Terragni ha dichiarato lo stato di agitazione e invita l’intera comunità scolastica all’azione comune per difendere la scuola pubblica.

In una nota diffusa oggi i docenti del Liceo scientifico statale G. Terragni di Olgiate Comasco comunicano lo stato di agitazione della scuola.
Nel comunicato si legge che gli insegnati hanno deciso di: «sostenere le diverse iniziative di sciopero generale indicate dalle organizzazioni sindacali considerandole tappe di un unico percorso di mobilitazione; di confermare lo stato di agitazione indetto nell’assemblea di venerdì 10 ottobre; di indicare come prima forma di azione la sospensione delle attività di recupero e di sportello; di avviare, a partire dalla riunione del Consiglio d’istituto del 14 ottobre, l’informazione alle altre componenti della scuola sugli effetti dei provvedimenti adottati dal governo; di utilizzare la giornata del 24 ottobre per sensibilizzare i genitori al tema della valorizzazione e della difesa della scuola pubblica; di invitare i genitori a partecipare venerdì 7 novembre alle 21 ad un’assemblea di tutta la comunità scolastica; di comunicare alle organizzazioni sindacali territoriali e nazionali e ai coordinamenti di scuole in lotta la partecipazione del Terragni alla mobilitazione in atto».

Scuola: Quali conoscenze, quali diritti

Alla Cascina Massée di Albate al dibattito Scuola: Quali conoscenze, quali diritti. La legge Gelmini indica una prospettiva per la scuola. Orientata al futuro o al passato? Giuseppe Granata e Maurizio Coda hanno messo in luce l’attacco alla qualità della scuola dei provvedimenti del governo Berlusconi.

Una trentina di persone, per lo più lavoratori della scuola, hanno partecipato venerdì 10 ottobre al dibattito organizzato dal Circolo culturale Libero Fumagalli per riflettere sull’attacco in corso alla scuola e alla cultura italiana. Toni addolorati già nell’introduzione del presidente del sodalizio Graziano Dizioli che ha messo in luce come le “innovazioni” imposte dalla Gelmini siano orientate al passato, al tentativo astorico di ripristinare tempi tutt’altro che gloriosi di una scuola che classista ormai non esiste più. Nell’introduzione Dizioli, ribattendo alle tante memorie di personalità che avendo fatto le scuole elementari in epoca di maestro unico acclamano il ritorno al passato della scuola berlusconiana, ha ricordato come anche la sua esperienza personale sia stata quella di un maestro unico, ma autoritario che costringeva frequentemente gli allievi a stare in piedi con le mani in testa per punizione. Forse una pluralità di docenti avrebbe potuto limitare i danni di un maestro inadeguato.
La parola è poi passata a Giuseppe Granata, segretario segretario della  Flc (Federazione Lavoratori della Conoscenza) della Cgil di Como che ha messo in luce le motivazioni per lo più di cassa dei tagli approvati senza discussione dal Parlamento. Secondo quando deciso dal governo nei prossimi tre anni la scuola dovrà risparmiare 8 miliardi di euro. Per raggiungere questo obiettivo verranno licenziati in tronco 130.000 dipendenti (senza cassa integrazione, non prevista nel settore pubblico) e per questo motivo il sistema scolastico italiano dovrà “riassorbire” 800.000 alunni che rimarranno senza insegnanti.
Il ministro Gelmini ha quindi deciso di aumentare il numero di alunni per classe, diminuire il numero di ore di lezione e chiudere le scuole più piccole: gli alunni saranno concentrati in grandi scuole, in cui staranno stretti e per poco tempo al giorno.
Tutto questo abbasserà la qualità dell’insegnamento, forzerà i tempi di apprendimento e aumenterà in generale il disagio degli alunni. In poche parole la scuola sarà solo più selettiva e non più efficiente così come vuol far credere la ministro.
Nei vari ordini di scuola il quadro è drammatico: per la scuola elementare saranno previste 24 ore settimanali e il maestro unico. La scuola sarà solo quella del mattino, nel pomeriggio i bambini saranno semplicemente sorvegliati, tornerà il doposcuola e il Tempo pieno sparirà. Nella scuola media accadrà esattamente la stessa cosa. Il prossimo anno scolastico la riforma Moratti andrà a regime, le ore settimanali saranno 29 e assisteremo così alla scomparsa del Tempo prolungato e anche per le superiori le ore di lezione settimanali saranno ridotte con effetti devastanti soprattutto negli istituti tecnici e la scomparsa di alcune materie.
L’intervento del maestro Maurizio Coda ha approfondito le ragioni pedagogiche che portano i professionisti del settore a rifiutare l’intera gamma delle novità partorite dal duo Tremonti-Gelmini.
Il relatore ha ricordato l’importanza della pedagogia di Howard Gardner, anticipata in Italia nella scuola elementare fin dagli anni ‘90, che riconosce  la complessità irriducibile del bambino è afferma la  necessita di una formazione che tenga conto delle intelligenze multiple di ciascuno. Come può farlo un insegnante solo tuttologo? Come è possibile rinunciare alla collegialità fondamento principale della qualità dell’istruzione? Come è possibile rinunciare ai momenti di progettazione e programmazione delle attività?Come è possibile attaccare proprio il settore scolastico universalmente ritenuto migliore?
Domande che sembrano non angosciare né il ministro ne la sottosegretaria Valentina Aprea che invece già pensa a creare nuovi disastri trasformando i,l Consigli di istituto in Consigli di amministrazioni e le scuole pubbliche in fondazioni. La traccia segnata dalle iniziative berlusconiane è infatti quella della distruzione del diritto all’istruzione, della mercificazione dei saperi. E ciò paradossalmente proprio mentre il mercato soccombe a se stesso e chiede soccorso (prontamente offerto) alle casse pubbliche per continuare a far danno.
Nel dibattito, singolarmente molto orientato alla discussione relativa alla politica del Pd nella scuola, sono state ribadite le considerazioni fatte dai relatori, ma non sono mancate voci autocritiche che hanno affermato che doveva centrosinistra avrebbe dovuto occuparsi della carriera degli insegnanti, avrebbe dovuto abrogare e rinnovare i Decreti delegati e “aggiornare” prima che lo facessero le destre. E in conclusione una domanda inquietante: è vero che gli insegnati di religione cattolica guadagnano a parità di condizioni più dei loro colleghi di altre materie? La risposta data da Granata è stata:«Sì ed il loro numero entra nei calcoli sull’insieme dei docenti che lavorano con ogni singolo alunno. Così e grazie anche al grande numero di docenti di sostegno che svolgono il loro indispensabile ruolo per favorire i diritti degli allievi con maggiori difficoltà le statistiche danno valori inconfrontabili con quelli relativi ad altre scuole europee».

Il patto per l’artigianato

Il Patto per l’artigianato vuole essere uno strumento per valorizzare la bilateralità e attraverso questa intesa potenziare le aziende e i lavoratori.

I rappresentanti delle associazioni dei datori di lavoro (Cna, Confartigianato e Acai) e dei sindacati (Cgil, Cisl e Uil) comaschi hanno firmato mercoledì 9 luglio alla presenza della stampa il Patto per l’artigianato. Questa intesa permetterà di intraprendere delle azioni di sviluppo e promozione dell’artigianato locale. Altresì il Patto vuole essere uno strumento per rafforzare le attività dell’Ebe (Ente bilaterale artigiano) e lo stato delle aziende associate anche tramite contributi economici. In termini numerici, sulle cinquantamila aziende artigiane presenti sul territorio, quelle associate con l’Ebe sono quattromila per un totale di dodicimila dipendenti. «Sarà una grossa mole di lavoro mettere in sintonia le differenti parti in gioco» ha sottolineato Enrico Benati, responsabile Cna delle relazioni sindacali.
Il documento, come ha ricordato Franco Santambrogio della segreteria della Cgil di Como, è un’intesa a vasto raggio il cui scopo è quello di controvertire le negatività del settore. I punti cardine del piano sono Artigiano +, un’iniziativa di promozione e certificazione qualitativa delle aziende artigiane, delle importanti decisioni al riguardo dell’apprendistato, realizzare parte della formazione direttamente in azienda, e della sicurezza, la stesura di un’analisi dell’Opta dello stato delle aziende comasche in materia di sicurezza. Altri aspetti saranno uno studio sulla mobilità lavorativa nel settore, che sfocerà nell’attivazione di un tavolo di confronto con l’Amministrazione provinciale, e un contributo monetario alle aziende che assumeranno lavoratori da agenzie di somministrazione.
Come evidenziato da tutti i delegati delle diverse parti presenti, il Patto, la cui stesura è durata due anni, valorizzerà la cooperazione partecipativa e la bilateralità, potenziando un confronto già esistente. «Perché è salvaguardando le imprese che si salvaguardano i diritti dei lavoratori» ha affermato Michele Barresi della Uil. [Francesco Vanotti, ecoinformazioni]

Il 30 settembre termina la possibilità di esercitare il diritto di opzione per l’assicurazione sanitaria per i lavoratori frontalieri

In una nota diffusa giovedì 26 giugno, il Patronato Acli e il Coordinamento frontalieri Acli di Como evidenziano che molti lavoratori frontalieri non hanno ancora scelto tra l’iscrizione al servizio sanitario italiano e l’iscrizione al sistema assicurativo svizzero, privato e con un costo non inferiore ai 300 franchi svizzeri annui per ogni componente il nucleo famigliare.
Dopo una proroga, unica e straordinaria, entro il 30 settembre 2008 si può ancora esercitare il diritto di opzione, ossia la scelta tra l’uno e l’altro sistema. Per questo ogni lavoratore che intende optare per mantenere l’iscrizione all’assicurazione italiana deve restituire il formulario TI 1 all’ufficio Assicurazioni sociali di Bellinzona entro la data sopraindicata. In caso contrario il lavoratore frontaliero sarà obbligatoriamente assicurato esclusivamente in Svizzera.

Il mercato del lavoro comasco cresce

Aumentano il numero degli avviamenti e i contratti a tempo determinato, divenuti però sempre più brevi. Presentati i dati dell’Ust Cisl sull’occupazione in provincia nel 2007.

«Il mercato del lavoro a Como fa registrare un saldo positivo ma assorbe manodopera a due precise condizioni: che sia nel settore terziario e con contratti a tempo determinato» questo il commento di Mario Piccinelli, segretario territoriale della Cisl – Mercato del Lavoro sui dati raccolti nel 2007 nei centri per l’impiego.

Nonostante i 25 mila avviamenti in più rispetto a al 2006 l’offerta di lavoro in provincia rimane precaria, con un contratto su due stipulato a tempo determinato. Se poi ai 36 mila contratti a tempo stipulati si aggiungono gli 11 mila interinali e le 2 mila collaborazioni, solo un contratto su tre prevede la formula indeterminata. «È un cambio epocale per il mercato del lavoro – ha continuato Piccinelli – che riflette il trend lombardo. Come sindacato dovremo proporre al nuovo governo un cambiamento nel sistema previdenziale, per assicurare continuità di reddito ai giovani tra un contratto e il successivo. La situazione di precarietà impedisce progetti a lungo termine e un intervento a difesa di chi lavora a tempo determinato avrebbe importanti ricadute sociali. Per questo consiglio ai giovani che hanno che fare con i primi contratti a tempo la previdenza integrativa».

La flessibilità non è però un affare solo per giovani. Gli avviamenti si fanno consistenti anche tra i lavoratori ultraquarantenni, per i quali crescono sia le opportunità che la flessibilità lavorativa.

Ma oltre all’aumento (+ 50 per cento rispetto al 2006) dei contratti a tempo determinato, si allarga anche la differenza tra numero di contratti stipulati e persone avviate, che ha raggiunto nel 2007 quota 16 mila, in costante crescita dal 2004 quando il saldo ammontava a 5 mila. Ciò significa la diminuzione della durata media di un contratto a tempo, che costringe i lavoratori a stipularne più di uno all’anno.

Dal punto di vista della parità dei generi arriva invece qualche buon notizia: le donne guadagnano punti percentuali sul totale degli avviamenti tendendo alla parità con il mercato maschile, ma ancora una volta i dati migliori si registrano sotto la voce dei contratti a tempo determinato, in cui il pareggio è stato quasi raggiunto.

Il settore che traina la crescita del mercato lavorativo è quello terziario, l’unico che fa registrare un significativo aumento degli avviamenti salendo dai 33 mila registrati nel 2006 ai 59 mila dell’anno passato, mentre industria e primario rimangono stabili rispetto agli scorsi anni. La valutazione del mercato è complessivamente positiva, ed è confermata dal saldo fra cessazioni e avviamenti salito a quota 19 mila.

Cresce infine, in linea con i dati generali, l’offerta di lavoro a cittadini extracomunitari, che coprono un settimo del totale degli avviamenti. Ben lontana in questo segmento la parità dei generi, il principale problema rimane comunque il mondo del lavoro sommerso, che falsa – a parere di Piccinelli – i dati sull’occupazione straniera. «Purtroppo il lavoro nero coinvolge più facilmente lavoratori extracomunitari. Anche qui occorrerà un’azione a livello nazionale. In edilizia per esempio nonostante l’approvazione del Documento unico di regolarità contributiva, si stipulano sempre più contratti a tempo parziale. Ed è molto strano trovare un muratore che lavora solo 4 ore al giorno». [Francesco Colombo, ecoinformazioni]


I lavoratori e le lavoratrici delle cooperative sociali in sciopero venerdì 4 aprile

Un corteo a Roma e un presidio davanti alla prefettura di Como per chiedere l’aumento dei salari e un nuovo sistema di progressione economica di carriera.

Sono 250 mila in tutta Italia i lavoratori e le lavoratrici delle cooperative sociali che attendono da 27 mesi il rinnovo del contratto nazionale, scaduto a fine 2005. La trattativa con le controparti ha portato ad un’offerta inadeguata a parere dei sindacati e neanche al tavolo del Ministero del lavoro la frattura si è ricomposta.
Per questo le federazioni di categoria di Cgil, Cisl e Uil hanno indetto per venerdì 4 aprile una giornata di sciopero con un corteo a Roma a cui farà eco un presidio davanti alla prefettura di Como dalle 10.
Le richieste avanzate sono l’incremento degli stipendi, da 110 a 80 euro a seconda del livello professionale, e un nuovo sistema di progressione economica di carriera che non faccia arretrare il salario nel caso di cambi d’appalto.
«Le cooperative sociali – spiega Fiorella Merlini, rappresentante Fp Cgil – stanno crescendo numericamente in questi ultimi anni a fronte delle continue esternalizzazioni dei servizi sociali da parte dei Comuni. Di soldi ne girano molti nel settore, perché per esempio la Regione stanzia una quota per posto letto alle case di riposo o d’accoglienza. Questo non corrisponde ad una buona retribuzione per i lavoratori del settore: sono molti gli assistenti di quarto livello che per 38 ore di lavoro la settimana guadagnano circa 900 euro netti al mese, con un premio di produzione massimo di 250 euro lordi l’anno. In più le assunzioni sono spesso a tempo determinato oppure a progetto e coinvolgono lavoratori stranieri più facilmente ricattabili. Quello degli operatori sociali è un ruolo fondamentale, ma invisibile e sfruttato, anche per la difficoltà nel “sindacalizzare” i lavoratori, che operano perlopiù in piccole strutture affiancati da pochi colleghi. Richiediamo quindi un aumento della retribuzione e un sistema che salvaguardi gli scatti maturati, troppo spesso persi a seguito di un cambio di appalto, e che i nostri lavoratori siano equiparati a quelli pubblici, che svolgono le stesse mansioni ma hanno condizioni contrattuali decisamente migliori». [Francesco Colombo, ecoinformazioni]

Sciopero bianco al carcere del Bassone

Stato di agitazione delle polizia penitenziaria del Bassone dopo la decisone di trasferimento d’uso della terza sezione. È iniziato lo sciopero bianco del personale che si atterrà d’ora innanzi alla lettera gli ordini di servizio e venerdì 28 e lunedì 31 marzo si asterrà dalla mensa obbligatoria di servizio.

Dopo la decisione di cambiare l’uso della terza sezione della struttura carceraria del Bassone da comune a protetta, per i detenuti protetti, ovvero tutte quei soggetti (un insieme davvero eterogeneo che comprende transessuali, pedofili, collaboratori della giustizia, ecc.) che potrebbero avere problemi a stare con i “generici” è stato dichiarato lo stato di agitazione e l’inizio di uno sciopero bianco da parte del personale di sorveglianza della casa circondariale comasca.
La struttura comasca, edificata nel 1985, soffre già di alcuni problemi strutturali. Nata per ospitare 176 detenuti ha ora una tollerabilità dichiarata di 580 posti, con una popolazione carceraria, che dopo l’indulto si aggira sulle 500 persone circa, divise in 6 sezioni. Il passaggio della terza sezione ha avuto un cedimento strutturale divenendo inagibile, mentre la quarta sezione è in ristrutturazione è non è ancora in grado di poter ospitare nessuno. «Nonostante i solleciti del provveditore [il responsabile regionale per l’amministrazione carceraria] in tal senso – spiega Massimo Corti, responsabile provinciale e regionale Cisl – Fps penitenziario – la struttura non si presta ad una simile trasformazione, data la conformazione della stessa che impone il passaggio verso gli spazi collettivi, come infermeria o colloqui, attraverso le zone comuni dove potrebbero nascere situazioni rischiose per il personale».
«Anche l’ipotesi di una turnazione per garantire “l’aria” ai detenuti – aggiunge il sindacalista – è di difficile praticabilità dato che servirebbe più personale, quando la situazione è già ora precaria con il personale sotto organico di ottanta unità».
I rappresentanti sindacali in una nota congiunta ricordano anche che il cambiamento di destinazione d’uso dovrebbe avvenire tramite un Decreto ministeriale e lamentano come «questo progetto nasca all’insegna dell’improvvisazione a discapito del personale tutto che vede la propria sicurezza alienata da provvedimenti nati da una valutazione superficiale e frettolosa». Massimiliano Corti sottolinea inoltre che «l’amministrazione ha preso una decisione senza sentire le parti sociali».
È iniziato così lo sciopero bianco del personale del Bassone che si atterrà d’ora innanzi alla lettera gli ordini di servizio e che venerdì 28 e lunedì 31 marzo si asterrà dalla mensa obbligatoria di servizio. Striscioni e bandiere sono già state esposte dalla struttura carceraria e se l’incontro di lunedì 31 marzo con il provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria per la Lombardia non andrà a buon fine c’è già chi pensa di protestare autoconsegnandosi, cioè rimanendo nella struttura alla fine del proprio turno di lavoro. [Michele Donegana, ecoinformazioni]

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