Lavoro

Il cda della Ca’ d’industria rispetti il Consiglio comunale

Il consiglio di amministrazione della Cà d’Industria per Paco non deve decidere niente fino a quando non finisce il dibattito in Consiglio comunale.

Dopo la sospensione della seduta speciale sulla Ca’ d’industria a Palazzo Cernezzi non si trova un accordo sulla data per riprendere il dibattito sulla delibera che chiede la «revisione della posizione recentemente assunta in merito all’esternalizzazione della cucina» e di «garantire, per il futuro, la salvaguardia delle gestione diretta (in house) di tutte le funzioni collegate direttamente alle persone».  Leggi l’articolo

Sindacati confederali contro il Consiglio di amministrazione della Fondazione Cà d’industria.

Per Matteo Mandressi, Funzione pubblica Cgil, lee dichiarazione fatte da alcuni consiglieri e dal presidente «in buona parte non corrispondono alla verità». Innanzitutto «non è vero che è stato seguita in modo corretto la procedura di informazione nei confronti dei sindacati» ha proseguito il sindacalista. Cgil, Cisl e Uil hanno voluto chiarire che già nel 2007 avevano espresso contrarietà e perplessità per un’eventuale appalto del servizio pasti.

Le tre confederazioni sindacali sottolineano poi come il risparmio di 400 mila euro prospettato corrisponda a 11 posti di lavoro. Leggi l’articolo

Flex-insecurity

Luci e ombre della flessibilità. Ne abbiamo parlato con Stefano Sacchi, docente del Dipartimento di Studi del Lavoro e del Welfare dell’Università degli Studi di Milano, uno degli autori del libro Flex-insecurity. Perché in Italia la flessibilità diventa precarietà (Il Mulino), che sarà al centro di un incontro pubblico in programma giovedì 18 marzo alle 21 alla Cascina Massèe, moderato da Andrea Di Stefano, direttore della rivista Valori e organizzato dall’Associazione per la Sinistra Como.

Nel 2008 circa 4,8 milioni di lavoratori e lavoratrici italiani erano occupati con un contratto atipico. Nel 1996 gli occupati con contratti a termine erano 1,5 milioni. A fronte di tale crescita numerica non è però oggettivamente corrisposta un’estensione del welfare e delle garanzie per i lavoratori senza contratto a tempo indeterminato. Com’è stato possibile? «L’aumento sostanziale del numero dei lavoratori atipici – spiega Stefano Sacchi – non è percepito come tale. In Italia il lavoro atipico è certamente cresciuto soprattutto negli ultimi dieci anni. Oggi il 13% dei lavoratori è a durata prefissata, una percentuale inferiore alla media europea che è 14%, ma il fenomeno non si è ancora manifestato appieno. In realtà i due terzi delle persone che entrano nel mondo del lavoro vi accede attraverso queste forme contrattuali: ma non sono dei trampolini verso contratti più stabili. Dunque il fenomeno interessa molto i giovani. Ed è stato sottovalutato da parte dei policy makers, che ritengono, senza nessuna evidenza empirica (dati empirici che invece nel nostro libro forniamo per la prima volta, a seguito di uno studio di tre anni), che i lavori atipici costituiscano solo una fase del percorso lavorativo: sempre più non accade questo».
Uno dei nodi del dibattito su cococo, cocopro, lavoro somministrato &c. è il sussidio di disoccupazione. «Il meccanismo che regola oggi questi sussidi –chiarisce Sacchi – nel nostro Paese fa riferimento a regole del 1919, in sostanza norme di un’epoca passata che “tagliano fuori” dalla possibilità di ricevere i sussidi tantissimi lavoratori. Infatti i dipendenti con contratti di durata prefissata (somministrati, a termine, eccetera) hanno diritto in via teorica al sussidio,  ma nella pratica spesso non riescono a ottenerlo perché a causa delle interruzioni lavorative e dei bassi salari
non maturano tutti i requisiti richiesti (mentre per i cococo e i lavoratori a progetto il sussidio non c’è tout court)».
Perché dunque non vi è mai stata una riforma dei sussidi di disoccupazione? «Perché per i lavoratori “forti”, ovvero i lavoratori standard, con contratto a tempo indeterminato in aziende con più di 15 dipendenti, ci sono altri ammortizzatori: cassa integrazione, cassa integrazione straordinaria e indennità di mobilità. Abbiamo un pilastro del sussidio di disoccupazione ipotrofico rispetto agli altri stati europei: ma grandi imprese, governo e sindacati non avevano alcun interesse a riformarlo perché il consenso era ottenuto attraverso gli strumenti speciali per i lavoratori forti».
In Italia, infatti, il provvedimento più rilevante posto in essere per superare le difficoltà della crisi è stato l’estensione in deroga degli ammortizzatori suddetti (Cig, Cigo e mobilità): «una deroga su requisiti settoriali, di dimensione delle imprese e riguardo il tipo di contratto; ora anche chi ha un contratto a tempo, di durata prefissata, in determinati contesti può godere di quelle forme di ammortizzatori».
Ma il problema principale resta ed è sostanziale, per il docente dell’Università degli Studi di Milano: «diversamente dal resto d’Europa nel nostro Paese questi strumenti di risposta alla crisi non sono diritti soggettivi, gli ammortizzatori in deroga sono altamente discrezionali, dipendono da vari fattori, variano ad esempio da regione a regione: non sono diritti ma prestazioni variabili».
In questo quadro, è evidente che a farne le spese, in un certo senso, sono i lavoratori che in Italia hanno più difficoltà ad accedere al mondo del lavoro, oltre che quasi sempre condizioni salariali peggiori a parità di mansione: le donne. «La flessibilità – continua Sacchi – ha molte accezioni, nella sua accezione di organizzazione flessibile, appunto, del tempo e del luogo di lavoro, dovrebbe significare forme contrattuali, come il part time o il telelavoro, che in teoria possono consentire l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro e la conciliazione delle esigenze famigliari con quelle professionali. Ma in Italia il vero problema è che la flessibilità è stata introdotta soprattutto come forma di riduzione dei costi del lavoro da parte delle imprese, ovvero per pagare meno i lavoratori e sfruttare la flessibilità numerica. Mancano le dimensioni dei diritti, nella versione italiana della flessibilità: per tanto possiamo anche dire che la flessibilità può promuovere una maggiore partecipazione femminile al mondo del lavoro ma occorre analizzare come ciò accade. Due terzi dei precari sono donne: allora è evidente che per loro la flessibilità si declina con lavori di bassa qualità e poco protetti».
Cosa fare quindi per invertire questa tendenza, per mettere in luce gli aspetti positivi della flessibilità che in Italia non sono ancora emersi? Come agire politicamente, vista anche la prossima tornata elettorale regionale? «A livello nazionale occorre una riforma degli ammortizzatori sociali, mentre Province e Regioni dovrebbero investire sui serizi pubblici per l’impiego, fulcro delle politiche attive del mercato del lavoro. È necessario migliorare l’informazione (banche dati etc) per promuovere l’incontro tra domanda e offerta, investire dunque nelle infrastrutture dei centri per l’impiego, e finanziare iniziative di formazione. Allontaniamoci dalla logica degli ammortizzatori in deroga». Infine, l’art.18 e la polemica sull’arbitrato. «Ichino e altri autorevoli giuslavoristi ritengono che l’impatto di tale riforma sarà inferiore a quello paventato dalla Cgil. Secondo me – conclude Sacchi – l’articolo 18 così com’è è iniquo: iper-tutela alcuni, mentre altri tutti gli sono sottotutelati: in caso di licenziamento o di non rinnovo del contratto, in Italia il lavoratore non ha diritto a nulla.  Meglio sarebbe abolirlo, introducendo però un’indennità di terminazione (un pagamento monetario proporzionale al monte salari maturato in azienda) applicabile a tutti i lavoratori indipendentemente dal tipo di contratto (quindi anche per i lavoratori a termine e quelli a progetto nel caso in cui il contratto non venga rinnovato). In ogni caso, anziché “scannarsi” sull’art.18 sarebbe meglio equalizzare il lavoro e creare un pavimento di diritti che valgano per tutti. Il ricorso all’arbitrato darà invece luogo a decisioni differenti in presenza di situazioni simili, poiché il collegio arbitrale decide secondo equità e non secondo diritto Si va insomma verso un diritto del lavoro in deroga, a macchia di leopardo, ed è questo ciò che temo maggiormente: ci si allontana sempre più dalla concezione di diritti applicabili a tutti». [Barbara Battaglia, ecoinformazioni]

Giù le mani dalla Ca’ d’industria

Alcune centinaia di persone hanno partecipato davanti alla Prefettura di Como venerdì 12 marzo dalle 10 al presidio organizzato dalla Cgil nell’ambito dello sciopero generale «Lavoro, fisco, cittadinanza. Cambiare si può».

Lavoratori, pensionati esponenti sindacali di tutte le categorie hanno animato venerdì 12 marzo dalle 10 avanti alla prefettura di Como  il presidio della Cgil. Del tutto assenti gli studenti che pure in analoghe manifestazioni in corso in tutti i capoluoghi italiani hanno dato pieno sostegno alla proposta del maggiore sindacato italiano.
Il segretario dell Cgil di Como in un breve discorso ha richiamato i temi al centro della mobilitazione ricordando in particolare l’attacco ai dirtti dei lavoratori ed il modo particolarmente subdolo e antidemocratico con il quale ancora si pongono ostacoli all’applicazione dell’articolo 18. Alessandro Tarpini ha inoltre citato due questioni relative alla realtà comasca sulle quali il sindacato  chiede l’intervnto del prefetto: la drammatica situazione delle scuole ormai prive delle risorse indispensabili ad assicurare il diritto allo studio dei giovani e l’attacco alla Ca’ d’industria, patrimonio pubblico frutto delle donazioni che da due secoli i cittadini hanno assicurato, oggi colpita da un processo pericolossisimo di esternalizzazione.
Gli hanno fatto eco i lavoratori che hanno scandito lo slogan «Giù le mani dalla Ca’ d’industria».

Venerdì 12 marzo sciopero generale

«Lavoro, fisco, cittadinanza. Cambiare si può». Sciopero generale di 4 ore venerdì 12 marzo indetto dalla Cgil, alle 10 presidio davanti alla Prefettura di Como.

La Cgil nazionale ha indetto uno sciopero generale venerdì 12 marzo al grido di: «Lavoro, fisco, cittadinanza. Cambiare si può».
Diverse le rivendicazioni del sindacato di Epifani per affrontare la crisi: fermare i licenziamenti, affrontare le vertenze (per impedire le chiusure delle aziende), ridurre le tasse per lavoratori e pensionati.
La Cgil chiede di «garantire la prosecuzione della Cassa integrazione in deroga, raddoppiare la durata dell’indennità di disoccupazione e aumentare i massimali della Cassa integrazione, sostenere il reddito e prevedere gli ammortizzatori per i precari, prevedere periodi di formazione durante la Cassa integrazione, per affrontare la riorganizzazione e e incentivi per l’assunzione stabile di lavoratori disoccupati o in mobilità, estendere i contratti di solidarietà».
Viene chiesta anche la «restituzione di quanto lavoratori e pensionati hanno pagato in più» ovvero 500 euro per il 2010.
L’impegno è anche, per «un futuro per il paese», l’avvio di «politiche di accoglienza e lotta alle nuove schiavitù», regolarizzando i migranti che lavorano, sospendendo la Bossi-Fini per quelli che cercano un impiego, abolendo il reato di clandestinità, estendendo «l’art. 18 del Testo unico sull’immigrazione equiparando il reato di caporalato a quello di tratta sugli esseri umani».
A Como l’appuntamento è alle 10 con un presidio davanti alla Prefettura in via Volta. Al presidio ha aderito l’Arci di Como.

Il Consiglio comunale di Como di lunedì 8 marzo 2010

I lavoratori della Cà d’industria tornano a Palazzo Cernezzi. Salta la seduta di lunedì 8 marzo per la mancanza dell’intero gruppo della Lega e di altri esponenti della maggioranza.

Cà d’industria al centro delle preliminari del Consiglio comunale di lunedì 8 marzo, dopo il presidio, davanti alla Prefettura, dei dipendenti e di alcuni parenti avvenuto nella stessa mattinata contro l’esternalizzazione delle mense, che potrebbe essere il preludio ad altri interventi simili e che ha messo in allarme i 32 dipendenti del settore.
«Abbiamo avuto la disponibilità ei vertici della Cà d’industria per un incontro» ha annunciato Emanuele Lionetti, Liberi per Como. Bruno Magatti, Paco, ha affermato «rispetto al Consiglio di amministrazione radicale e sostanziale difformità». «Perché per delle responsabilità di altri devono pagare i lavoratori?» ha chiesto Donato supino, Prc, domandando l’intervento del sindaco come mediatore.
Il sindaco si è quindi sentito in dovere di intervenire sottolineando la propria «attenzione assoluta e totale – anche se – non possiamo influenzare le decisioni della Fondazione». Comunque ha rassicurato «incontrerò il presidente Pellegrino nei prossimi giorni e parteciperò alla Commissione che discuterà della questione, dopo, se lo riterrò opportuno, prenderò delle iniziative».
«L’assessore Molinari può fare un’inchiesta sulla via Milano alta – ha chiesto Roberta Marzorati, Per Como – per verificare il numero di veicoli che si fermano per andare nei negozi?»; per la consigliera solo l’1 per cento si arresta per frequentare i negozi dirimpetto e per questo spera in una futura pedonalizzazione o inversione del senso di marcia.
«Le strade della città sono pinene di buche – è intervenuto Luigi Bottone, Liberi per Como – non si possono chiedere i danni alle ditte che hanno fatto male i lavori?».
Anche le elezioni regionali hanno fatto capolino «in via Castelnuovo ci sono cartelloni abusivi della Lega!» ha denunciato Silvia Magni, Pd, chiedendo l’intervento dei vigili, seguita da Magatti «ormai è una consuetudine, le regole valgono solo quando si appartiene ad un dio minore».
Molte le assenze fra i banchi della maggioranza, tra cui spiccava quella dell’intero gruppo della Lega. Per questo all’appello, uscite le minoranze, è mancato il numero legale (solo 20 i presenti compreso il sindaco).
La seduta è stata dichiarata deserta ed aggiornata a giovedì prossimo, quando dovrà riprendere la discussione sull’intervento nell’area ex Frey di Albate.
Nel frattempo i lavoratori e parenti della Cà d’industria presentatisi in Consiglio, una settantina, hanno preso posto in Sala stemmi dove hanno esposto le loro ragioni e relazionato sull’incontro avuto col prefetto in mattinata ai consiglieri comunali presenti «sono state dette delle falsità, le mense del S. Anna sono in gestite in forma diretta» ha chiarito Matteo Mandressi della Funzione pubblica Cgil. [Michele Donegana, ecoinformazioni]

Tarpini rieletto segretario della Cgil comasca

Si è concluso martedì 2 marzo  il congresso della Cgil comasca: è stato rieletto il segretario generale uscente, Alessandro Tarpini con 51  voti a favore su 65.  «Sono soddisfatto – dichiara il segretario generale della Camera del Lavoro – dell’andamento del congresso: è la dimostrazione della vitalità e della partecipazione democratica presenti nel nostro sindacato. Ora ci concentreremo sul prossimo sciopero del 12 marzo sui temi della giustizia fiscale e della crisi. E continueremo a lavorare sul territorio per i diritti dei lavoratori, sui problemi dei lavoratori migranti e sulle questioni della formazione e della ricerca».

VII congresso della Cgil di Como

Con la relazione del segretario generale Alessandro Tarpini si è aperto lunedì 1 marzo allo Shed di Cernobbio in via Manzoni 1 il VII Congresso provinciale della Cgil di Como. A tutti i partecipanti è stato distribuito un fiocco giallo simbolo dell’adesione alla giornata per i diritti dei migranti.

Il testo integrale della Relazione.

Riportiamo dalla relazione del segretario alcuni passi della sezione Migranti, risorsa e integrazione relativa al tema dei diritti dei migranti al centro della mobilitazione del primo marzo.
«Il primo giorno del nostro congresso coincide con la giornata di mobilitazione dei migranti italiani.
Noi abbiamo ritenuto la proposta, poi accantonata, dello sciopero dei migranti una scelta inopportuna.
Continuiamo ad essere convinti che i problemi di questi lavoratori siano anche i nostri e che un mondo del lavoro spaccato in due – con gli italiani che difendono i propri diritti ed i migranti che lottano per ottenerli in modo separato – rischi di peggiorare ulteriormente la situazione.
Quanto successo nelle scorse settimane a Rosarno e quanto accaduto a Milano in viale Padova, potrebbe facilmente accadere in altre parti d’Italia dove, nell’agricoltura ed in altri settori produttivi, migliaia di immigrati irregolari sono costretti a lavorare e vivere al limite dell’umano tollerabile, sottoposti ai ricatti di chi vive di economia sommersa, anche a causa dell’attuale normativa sull’immigrazione che condanna all’espulsione chiunque decida di denunciare le condizioni di lavoro.
La vicenda di Milano sta a dimostrare il fallimento delle politiche del centrodestra in tema di immigrazione. Comune, provincia e regione, sono governati da 15 anni da amministrazioni di centrodestra; la legge che regola la materia si chiama Boss-Fini: se questi sono i risultati, una classe politica responsabile dovrebbe avere il coraggio di mettere in discussione provvedimenti che forse sono utili in una campagna elettorale, ma che dimostrano ogni giorno la loro inconsistenza.
Vorrei anche dire che le dichiarazioni di un esponente politico regionale all’indomani dei disordini di via Padova, arrivato a proporre “rastrellamenti casa per casa”, pongono anche un problema di civiltà.
Mi sarei aspettato di fronte a tali deliranti affermazioni un moto di indignazione diffuso: non è più accettabile che chi ricopre cariche istituzionali e di governo in importanti amministrazioni si lasci andare a simili inqualificabili affermazioni.
La tragedia di Rosarno parla invece a tutto il Paese: bisogna ricostruire relazioni che mettano al centro la capacità di convivere con le diversità, del vivere insieme, del rispetto di diritti e doveri di cittadinanza e del lavoro, per tutti e da parte di tutti. Questa situazione è il frutto di una politica migratoria non governata, utilizzata in maniera sistematica come arma di propaganda politica, e dell’incancrenirsi di situazioni di estremo sfruttamento e degrado, dove lo sbocco della guerra tra poveri, presto o tardi, rischia di diventare l’esito più probabile. […]
È invece su politiche di inclusione, su progetti di integrazione – partendo dalla scuola – e di sostegno a tutte le famiglie che si trovano coinvolte dalla crisi economica, che occorre puntare, per rinsaldare una vera coesione sociale basata sui valori della solidarietà e dell’accoglienza».

Congresso Cgil

Si terrà lunedì 1 e martedì 2 marzo, a Cernobbio, il VII Congresso provinciale della Cgil di Como. Al centro della due giorni le possibili soluzioni per uscire dalla crisi. Si chiudono venerdì 26 febbraio i congressi di categoria: successo della mozione Epifani, solo la Fiom si schiera con la mozione «La Cgil che vogliamo».

210 delegati sindacali parteciperanno l’1 e il 2 marzo al VII Congresso provinciale della Cgil di Como, in occasione del XVI Congresso nazionale della Cgil. Al centro della due giorni, che si terrà a Cernobbio, allo Shed di via Manzoni (lo spazio che ha ospitato Sbilanciamoci, ndr), ci saranno i temi della crisi. «Sarà un momento di riflessione importante sulla situazione del nostro territorio – dichiara Alessandro Tarpini, segretario generale della Camera del Lavoro comasca, che interverrà con una sua relazione lunedì 1 alle 9.30 – e sulle possibili uscite da tale crisi, oltre a un’occasione di confronto sulla politica, nazionale e locale». Al congresso prenderanno parte rappresentanti sindacali provenienti principalmente dai luoghi di lavoro, in proporzione rispetto alle categorie sindacali: ci saranno 35 rappresentanti del settore edile-legno, 16 della Fiom, 19 per la Filtea, 17 per la Funzione pubblica, 59 per i pensionati dello Spi e così via. Il programma del primo marzo prevede l’accoglienza dei delegati alle 8.30, alle 9 l’apertura del congresso e successivi elezione e insediamento delle commissioni, la relazione del segretario, gli interventi e il dibattito che riprende dopo la pausa alle 14.30 e termina alle 17.30. Martedì si ricomincia alle 8.30, alle 12 vi sarà l’intervento conclusivo di Fulvia Colombini della Segreteria regionale Cgil Lombardia, mentre nel pomeriggio saranno votati i documenti e discusse le relazioni delle Commissioni. Nel frattempo si sono svolti i congressi di categoria: venerdì l’ultima assemblea sarà quella dei pensionati.
Come sono andati i congressi delle varie categorie? «La mozione Epifani ha totalizzato l’83,3 per cento dei voti, mentre la mozione «La Cgil che vogliamo» il 16,7 per cento – spiega Tarpini – . Sono stati coinvolti circa 25mila lavoratrici e lavoratori e hanno votato poco meno di 10mila iscritti. Nonostante le difficoltà, considerato ad esempio che molte aziende sono in cassa integrazione, abbiamo dunque ottenuto un risultato positivo in termini di partecipazione e una grande espressione di democrazia». La mozione Epifani ha ottenuto dunque la larga maggioranza in tutte le categorie eccetto la Fiom, l’unica in cui ha vinto la mozione di minoranza. Giuseppe Donghi è stato eletto nuovo segretario provinciale dei metalmeccanici, succede a Marco Fontana.

Nel Comasco impraticabile lo sciopero degli stranieri del 1° marzo. Ci sarà un presidio a Cantù, esempio di città poco accogliente

Domenica 7 febbraio 2010, il salone Noseda della Camera del Lavoro di Como è pressoché pieno per l’assemblea indetta per valutare le iniziative da prendere in occasione del prossimo 1° marzo, giornata per la quale diverse associazioni degli immigrati hanno lanciato la proposta di manifestazioni e altre forme di protesta, che i mezzi di informazione nazionale hanno sintetizzato sotto la formula dello “sciopero degli immigrati”.

La sala è gremita e numerose persone sono visibilmente straniere, per la maggior parte provenienti dal continente africano (qualche altro viene dai paesi asiatici, sembrano mancare invece gli immigrati del Maghreb, dell’Europa dell’Est e dell’America Latina); nutrita è anche la presenza di italiani.
In apertura, l’introduzione è svolta da due membri dell’associazione 3 Febbraio di Erba, che sottolineano come sia non più rimandabile la discussione sul presente e sul futuro degli immigrati, sul dilagare del razzismo, sul ruolo delle istituzioni; da questo punto di vista il 1° marzo è un’occasione, la tappa di un percorso tutto da costruire. Thierno Gaye scandisce che non c’è alcuna decisione già presa, che l’ipotesi dello “sciopero” presenta molte controindicazioni, che invece l’assemblea serve proprio a cominciare a mettere a fuoco il “che fare”.
Tocca a Daima di Milano, portavoce del comitato “Una giornata senza di noi”, chiarire come è nata la giornata del 1° marzo e che cosa si propone. In primo luogo si tratta di un’iniziativa europea, che vuole mettere in primo piano realtà, problemi ed esigenze dei “nuovi cittadini europei”; in quest’ottica l’ipotesi dello sciopero è solo una delle tante, e soprattutto è solo un elemento in un quadro che si vorrebbe costruire con le tante realtà radicate localmente, in uno sforzo di massima creatività. Lo stesso documento che si propone come base per la giornata è solo un punto di partenza per elaborare una piattaforma comune per il dopo 1° marzo, così come è uno strumento di diffusione dell’idea il simbolo proposto – un nastro giallo – da esibire in tutte le occasioni.
La discussione che segue mette a fuoco l’unanime convinzione che l’organizzazione di una giornata di attenzione sulla realtà delle persone immigrate sia comunque un dato positivo, pur nella diversità – a volte anche sensibile – di opinioni. C’è chi sottolinea che il fronte antirazzista è stato rotto anche dall’interno e chi si appella alla buona volontà comune, chi lamenta la genericità delle parole d’ordine fin qui elaborate e quindi l’esigenza di procedere rapidamente alla messa a punto di una piattaforma e chi propone di impegnarsi subito nel concreto rimandando le discussioni a dopo. Nella pacata analisi dei problemi quotidiani della maggior parte delle persone immigrate irrompe il drammatico richiamo alla realtà dei Centri di Identificazione ed Espulsione, teatri di violenze e di negazione dei diritti; d’altra parte si fa strada anche la rivendicazione del diritto di voto, viatico per una più adeguata considerazione dei diritti di tutti e – reciprocamente – la considerazione che l’insistenza sullo sciopero riduca nuovamente le persone immigrate a un mero elemento economico (che vale, o non vale, solo per la sua presenza/efficienza).
La discussione procede quindi su più binari, in forma tutt’altro che rituale e con la partecipazione di molte persone, straniere e italiane, fino alla stretta finale sull’organizzazione.
Nella zona comasca sembra ai più impraticabile l’ipotesi dello sciopero e anche quella di una vera e propria manifestazione appare prematura; si propone quindi l’organizzazione di un presidio a Cantù, identificata come la città più significativa dal punto di vista delle scelte discriminatorie prese dalla giunta; il presidio deve avere carattere fortemente unitario: niente bandiere di organizzazione o di nazioni, meglio la bandiera iridata della pace, oltre al nastro e agli striscioni gialli. Questo momento di maggiore impatto deve essere preparato con momenti di presidio e di volantinaggio in tutti i centri principali della provincia – e soprattutto a Como, Erba, Cantù stessa – nel fine settimana del 20 e 21 febbraio, e con un’assemblea pubblica plenaria da organizzarsi a Como per il 23 o 24 febbraio. Nel frattempo, un comitato organizzativo si è impegnato a mettere a punto i materiali necessari e a cercare di coinvolgere anche le comunità nazionali ancora poco avvertite del movimento di preparazione del 1° marzo. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

Ecoinformazioni è un circolo Arci

Anche ecoinformazioni in Pressenza