Cultura

Lo sfascio dell’impero. Gli italiani in Etiopia 1936-1941

L’ultimo saggio dello storico comasco Matteo Dominioni presentato, per l’ottava edizione di ParoLario, martedì 2 settembre alla Biblioteca comunale di Como.

Una ottantina di persone ha partecipato alla serata organizzata da ParoLario per la presentazione del volume Lo sfascio dell’impero (Laterza, 336 pp., 22 euro) di Matteo Dominioni sulla conquista dell’Etiopia e la nascita dell’impero dell’Italia fascista.
Un dialogo tra l’autore e Antonio Marino, vicedirettore de La Provincia, moderati da Lidia Martin, dell’Istituto di storia contemporanea Perretta, a cui non ha potuto partecipare per imprevisti motivi familiari lo storico Giorgio Cavalleri.
Dopo i saluti della direttrice della Biblioteca, «orgogliosa di presentare un libro di una prestigiosa casa editrice scritto del nostro Matteo Dominioni», Lidia Martin ha introdotto l’argomento sottolineando «il lavoro scrupoloso in archivio, oltre che sul campo, con capacità di ascolto diretto dei testimoni, e l’impegno civile» dell’autore, che ha significativamente proposto di donare agli studiosi etiopici una copia dei nostri archivi per poter avere ulteriori strumenti per studiare la propria storia.
Un atteggiamento non aprioristico che permette di superare il mito degli “italiani brava gente”, sottolineato per la moderatrice dalla ricerca sull’eccidio di Zeret, dove vennero sterminati dai 1200 ai 1500 etiopici, con anche donne e bambini, che ha permesso di ragionare sul significato della parola revisionismo, intesa come la riscrittura della storia sulla base di nuovi documenti, nuove categorie e spunti di indagine, un approccio totalmente differente e di natura ben diversa dal negazionismo.
Una descrizione che va al di là di un’agiografia della “costruzione di strade” e ricorda la brutalità di un’occupazione militare.
Dominioni ha tracciato la nascita del suo ultimo lavoro, fondato su quanto elaborato per le tesi di laurea e dottorato e arricchito da un paziente lavoro in archivio all’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito e al Ministero degli esteri dove sono conservate le carte del Ministero delle colonie. Lo storico comasco ha spiegato le ragioni che lo hanno portato a dividere gli anni presi in esame partendo dalla guerra nazionale fino ad una coloniale, passando attraverso una guerra di occupazione.
Un percorso che ha messo in luce le differenti personalità dei responsabili italiani delle colonie da Graziani al Duca d’Aosta e il forte controllo italiano sulla colonia: «Ci sono tre grandi modelli di colonialismo – ha affermato Dominioni – direct rule, ovvero il controllo diretto della colonia con propri emissari, indirect rule, cioè avvalersi dei notabili locali, due sistemi utilizzati per lo più dagli inglesi, e l’assimilazione, una crescita culturale sul modello metropolitano delle colonie, un modello francese. L’Italia ha attuato un superdirect rule in cui neanche i rappresentanti italiani in Africa avevano grandi margini di autonomia e rispondevano direttamente alle direttive di Roma».
Il confronto fra l’autore, Marino e il pubblico ha poi focalizzato diversi aspetti dell’occupazione italiana dell’Etiopia: la capacità di Mussolini di creare consenso attorno alla propria figura, che ha toccato l’apice con la nascita dell’impero e il tentativo di mettere in risalto il carattere fascista della nuova conquista, con anche episodi paradossali come le fotografie sull’Amba Aradam. Quando ascari e alpini vennero fatti arretrare per potere fotografare l’occupazione della montagna da parte della milizia, organizzazione prettamente fascista.
Un tema oggi particolarmente sentito, come la libertà d’informazione dei giornalisti al fronte, è stato toccato grazie all’esempio di Montanelli, che dopo una degenza in ospedale, ad Asmara scriveva articoli sulla base di veline che erano preventivamente approvate da Roma.
Un rapporto quello fra colonizzatori e colonizzati pieno di incomprensioni dovuto all’ignoranza degli usi, delle lingue e della geografia dei luoghi. Addirittura per lotte di potere intestine fra Esercito e Ministero delle colonie l’Italia è entrata in guerra senza avere carte affidabili dell’Etiopia.
Molto attuale, anche per la ricorrenza dei 70 anni dalla promulgazione delle leggi razziali, la descrizione del sistema razzista imposto nell’Africa italiana. Gli autoctoni ad esempio non potevano utilizzare i marciapiedi, andare al cinema, i luoghi di ritrovo erano separati, e non potevano esserci rapporti fra persone. Un sistema, creato dall’Italia fascista, basato sulla superiorità dei bianchi che anticipa le leggi razziali del ’38. [Michele Donegana, ecoinformazioni]

Ritrovarci la festa d’estate

Sabato 30 agosto
al Parco Lissi di Rebbio – Como (via Lissi)
l’Arci di Como organizza

Ritrovarci la festa d’estate

La festa prenderà il via alle 18:
alle 18.30 spettacolo di poesie e musiche dell’Africa nera dei Sinitah meon,
cena a base di Kebab e altre sfizioserie.
Alle 21.30 concerto dei Briganti con le loro travolgenti pizziche, tarantelle e ballate.

Ingresso libero.

Presentato il numero 14 della rivista quadrimestrale Zapruder dedicato al welfare

L’incontro con Fabio Cani, Lidia Martin, Stefano Agnoletto e Marco Lorenzini di mercoledì 4 giugno al Punto Einaudi di Como è stato organizzato dal gruppo comasco di Storie in movimento e del Circolo Rosa Luxemburg – Sinistra europea.

Una ventina di partecipanti hanno assistito alla presentazione del numero 14 della rivista di storia della conflittualità sociale Zapruder. Un incontro organizzato dal gruppo comasco di Storie in movimento (Sim) assieme al Circolo Rosa Luxemburg – Sinistra europea. Un’iniziativa congiunta date le ricadute politiche di un tema come quello della costruzione dello stato sociale in Italia che esula dal solo dibattito storiografico. Ad esempio dello stesso è già stato discusso a febbraio a Milano in Camera del lavoro con l’allora ministro delle Politiche sociali Paolo Ferrero e Susanna Camusso, segretario generale Cgil Lombardia.
Il moderatore Fabio Cani ha spiegato come il rapporto di Storie in movimento con Como non sia episodico: «Subito dopo i fatti di Genova nel 2001 si è formato un gruppo di persone attive nella ricerca storica e da subito un piccolo gruppo ha seguito questo percorso con una certa continuità. Inoltre non è la prima presentazione di un numero della rivista a Como». Un legame con il territorio lariano che verrà sottolineato anche dalla pubblicazione, nella sezione immagini, di foto della Ticosa nel sedicesimo numero che è ora in cantiere.
Lidia Martin, del gruppo Sim comasco, ha spiegato il perché del nome del periodico che lo deve ad Abraham Zapruder il cineamatore «che avendo ripreso l’omicidio di J. F. Kennedy ha inchiodato il potere a dovere inventare una spiegazione ufficiale per giustificare l’accaduto». «Obiettivo del gruppo – ha continuato la redattrice della rivista – è quello di attuare una riappropriazione dal basso degli strumenti del fare storia e del sapere da parte di tutti». In piena indipendenza infatti Zapruder non appartiene ad una casa editrice o ad una università, la proprietà è dell’associazione Storie in movimento «nata da un appello che è girato in Internet dopo i fatti di Genova e che non ha a caso – ha spiegato Lidia Martin – si definisce in movimento, raccogliendo non solo storici accademici e puntando alla divulgazione».
Del tema affrontato dal numero 14 del quadrimestrale ha parlato lo storico del welfare Stefano Agnoletto: «I problemi dello sfamarsi, del trovare casa, dell’istruirsi sono un’esperienza normale da sempre, dovrebbe quindi essere al centro della narrazione storica, ma non è così». «Inoltre – ha continuato l’esponente milanese di Sim – vi sono un’infinità di studi su soggetti privati come opere pie e confraternite, ma non sul welfare state pubblico con una perdita di patrimonio e competenze. Questo non è neutrale, il discutere di welfare pubblico mette in discussione i paradigmi dominanti della narrazione storica. Primo fra tutti la visione del mercato come migliore elemento di progresso. Il welfare produce una contraddizione essendo una variabile che deve limitare determinati meccanismi del mercato. Questo non è forse l’unico motivo la centralità del conflitto capitale – lavoro ha limitato la narrazione degli altri conflitti al di fuori del luogo simbolo: la fabbrica fordista». La scelta di un numero monografico sullo stato sociale è quindi da ricercarsi per lo storico nel bisogno di mettere al centro della narrazione storica «i bisogni reali delle persone per non fare una storia di pochi».
Proprio in quest’ottica la presentazione della rivista ha interessato il Circolo Rosa Luxemburg. «Una riflessione sul welfare ci potrebbe permettere di porre in discussione il paradigma economicista imperante» ha detto Marco Lorenzini. «La questione ambientale e i limiti dello sviluppo pongono altrimenti la discussione sullo stato sociale – ha continuato l’esponente della Sinistra europea – La sfida non è su quali politiche di welfare ma riconsiderare in generale lo sviluppo economico e lo sviluppo della giustizia sociale. La sinistra, o ciò che ne rimane nel Pd, ha accettato il limite liberista allo sviluppo dei diritti sociali. I diritti vengono garantiti in maniera parziale a seconda dei limiti economici in una visione ormai accettata da tutto il panorama politico italiano». Per Lorenzini gli elementi di riflessione posti dal terzo settore, come il welfare territoriale o l’applicazione della legge 328 come welfare partecipativo, sono interessanti ma parziali. «Il vero deficit è di pensiero – ha continuato – Le strategie di Lisbona dell’Unione europea sono state fallimentari. La povertà e l’esclusione in Europa negli ultimi otto anni sono aumentate e dal 2005 i finanziamenti per contrastare questo processo sono stati stornati a sostegno del mercato sostenendo la bugia che alla fine il mercato risolverà ogni cosa».
Aperto il dibattito la discussione si è incentrata sull’edilizia popolare un tema su è più facile recuperare materiali per Agnoletto «dato che le istituzioni hanno lasciato più tracce mentre
Giuseppe Calzati, presidente della cooperativa Abitare Brianza, è intervenuto ricordando l’esperienza delle cooperative edilizie a proprietà indivisa, tipicamente lombarda, che sono riuscite a rispondere alle esigenze sociali partendo da «una società civile che è riuscita a darsi risposte e strumenti adeguati alle proprie esigenze, con una crescita della coscienza civica e dell’interlocuzione politica». Il confronto fra i quartieri Iacp e quelli edificati dalle cooperative è eclatante. Da una parte realtà vive e con un corpo sociale dall’altra l’abisso». Un esempio simile a quello della nascita delle 150 ore per Lidia Martin che ha ricordato come tale esperienza sia nata dalle lotte dei metalmeccanici che erano riusciti a inserirle nel loro contratto nazionale. Celeste Grossi, del Circolo Rosa Luxemburg, ha ricordato il diritto al sapere e la storia delle riforme scolastiche partendo da quella della scuola media sino all’attuale l’inserimento delle scuole private nel sistema pubblico e l’impegno profuso dai docenti in passato in un clima di coinvolgimento molto differente all’attuale.
«La rappresentanza sociale degli insegnanti e dei dipendenti pubblici, che sono intesi come lavori dequalificanti, non è neutrale – ha ricordato Agnoletto – Pensate al senso di sé e fierezza che queste categorie avevano negli anni ’60-’70. O i dipendenti comunali negli anni ’50. Per gli insegnanti c’è da sottolineare la perdita di patrimonio di elaborazione, competenze e lavori di sperimentazione didattica, aggiunta a una mancanza di consapevolezza delle attività svolte da parte degli operatori. Il lavoro degli insegnanti non è narrato e quindi non esiste. Per quanto riguarda la storia siamo in un’ottica di revisionismo storiografico utilizzato per riconciliare tutti in un unico pensiero liberista che dequalifica tutte le esperienze di stato sociale». «Contro questo – ha concluso l’esponente Sim milanese – è nostra intenzione rompere il divario fra storia militante e pratica scientifica. La storia è un’arena di conflitto in cui noi entriamo in una nuova ottica e con nuove modalità, ad esempio nelle nostre assemblee lavoriamo in maniera collettiva contro l’individualismo del singolo ricercatore». [Michele Donegana, ecoinformazioni]

Appuntamento con Lario critical wine domenica 1 giugno

Domenica 1 giugno, alla Cooperativa moltrasina in via Raschi 9 dalle 10 alle 20 Lario Critical wine prima edizione lariana della manifestazione itinerante ispirata da Luigi Veronelli.

Critical wine è una manifestazione itinerante che da alcuni anni fa conoscere ai consumatori piccole produzioni vinicole rispettose del lavoro contadino e della terra. Il progetto nasce da un’idea di Luigi Veronelli, giornalista enogastronomico, per la necessità di difendere i piccoli produttori agricoli dallo strapotere delle multinazionali agro-alimentari. Il Lario Critical wine vuole essere una riproduzione, in piccolo e delocalizzata, di questo evento che ha preso forma al Centro sociale La Chimica di Verona, al Magazzino 47 di Brescia, al Leoncavallo di Milano ed in molti altri spazi autogestiti. L’idea di organizzare Lario Critical wine – spiega Danilo Lillia – nasce dopo alcuni mesi dalla fondazione dell’associazione Terra e Libertà, che riunisce una decina di amanti del vino, desiderosi di approfondire le tematiche di Critical wine e diffonderle sul territorio comasco. Riteniamo – continua Lillia – che tra produttore e consumatore non debba esserci esclusivamente una rapporto di compra-vendita, ma sia fondamentale instaurare una relazione diretta e un evento di questo tipo è proprio in grado di “accorciare le distanze”. Abbiamo cercato di conoscere i produttori, le cooperative e le aziende agricole del territorio comasco – prosegue Lillia – ma da un paio di secoli non si produce più vino, a parte qualche piccola eccezione, ci siamo quindi rivolti a produttori di altre zone, privilegiando quelli lombardi, che abbiamo conosciuto durante altri appuntamenti di Critical wine e li abbiamo invitati a partecipare alla nostra iniziativa.
I piccoli produttori, saranno presenti alla Cooperativa di Moltrasio dalle 10 alle 20 per far degustare i loro vini, li presenteranno ai cittadini e discuteranno di agricoltura, nuova contadinità, trasformazione della produzione e rivoluzione dei consumi, saranno inoltre presenti produttori di formaggio, salumi, miele e prodotti locali. Alle 16.30 interverranno Pino Tripodi, coautore del libro Terra e Libertà/ Critical Wine [Derive e Approdi 2004, 240 pp.], Riccardo Lagorio, presidente dell’Associazione nazionale per la denominazione comunale, seguirà alle 18.30 l’aperitivo musicale con i Potage. [Greta Pini, ecoinformazioni]

Inaugurata venerdì 16 maggio la mostra Quando piovevano bombe

I bombardamenti e la città di Barcellona durante la guerra civile alla biblioteca comunale di Como.

Inaugurata in biblioteca comunale a Como, alla presenza di una quarantina di persone, la mostra Quando piovevano bombe organizzata per il trentesimo anniversario dell’Istituto di storia contemporanea Pier Amato Perretta di Como.
Una mostra itinerante, che rimarrà esposta nel capoluogo lariano sino al 29 di maggio, promossa dal Museu d’Història de Catalunya, dalla Generalitat de Catalunya e dal Memorial Democratic catalano che è approdata a Como grazie all’Istituto Perretta e al Centro Filippo Buonarroti, alla Cgil di Como, alla Fondazione Pellegrini Canevascini di Bellinzona e all’Assessorato alla cultura del Comune di Como.
Un momento di riflessione anche sull’attualità e le condizioni dei civili durante le guerre per il rappresentante del governo catalano Josep Vendrell Gardenyes, che ha ricordato vari bombardamenti sino a quello di Baghdad. Un’occasione per non dimenticare il contributo comasco alla guerra di Spagna per il direttore dell’Istituto Valter Merazzi. Un punto centrale per l’Italia intera per la curatrice della mostra Laura Zenobi che, ricordando l’apporto fondamentale delle truppe di Mussolini per la vittoria di Franco, si è chiesta: «Cosa è rimasto nella memoria collettiva italiana di questa esperienza? Poco o nulla». «Dobbiamo ricordarci di questo passato che ci appartiene – ha continuato – una guerra fascista, la prima guerra ideologica nel continente europeo».
Un altro momento di riflessione sarà venerdì 23 maggio alle 17 con un incontro in biblioteca sulla partecipazione degli antifascisti comaschi e ticinesi alla Guerra di Spagna e i bombardamenti sulle popolazioni civili.

I vincitori di ReSpiri(ti)

ReSpiri(ti), il primo festival del cinema invisibile e indipendente di Como, si è concluso lunedì 12 maggio al circolo Arci Xanadù con la premiazione dei lavori più significativi selezionati dalla giuria.

Premiati lunedì 12 maggio alle 20.30 i vincitori del festival ReSpiri(ti), nato dalla collaborazione tra Arci Xanadù, Provincia, assessorato alla cultura del Comune di Como, Arci MookaMoovie, Como Out, I lunedì del cinema, Ipsia Ripamonti, Arci Como e Ucca.
La giuria era composta da Andrea Giordano, giornalista, Silvia Taborelli, del festival Cinemambiente di Torino, Alessio Brunialti Griffani, giornalista, e Fabrizio Fogliato, critico cinematografico ed è stata affiancata dalla giuria popolare presieduta da Mattias Bresciani, direttore dell’Uci cinema di Montano Lucino.
Per la sezione Lunghi respiri, che ha visto la partecipazione di cinque lungometraggi italiani, è stato premiato Una ballata bianca di Stefano Odoardi (78′). La sezione Giovani respiri ha visto la premiazione a parimerito di entrambi i partecipanti: Tutto ciò che è terreno è possibile e Due ladri senza speranza della classe terza A della scuola secondaria di primo grado Prandoni di Torno e Commedia tra i banchi della classe terza A della scuola della scuola secondaria di primo grado Marie Curie di S. Fermo .
Tra i sette cortometraggi della sezione Respiri del lago, alla quale potevano partecipare lavori di autori residenti nella provincia di Como o riguardanti temi prettamente comaschi, è stato selezionato Fuga da Exit di Paolo Massimiliano Gagliardi (14’55”). Lievi respiri, la sezione più affollata con ben quindici opere in concorso, ha premiato al primo posto Vietato fermarsi del barese Pierluigi Ferrandini (8’45”), in seconda e in terza posizione due lavori milanesi: Ciao tesoro di Amedeo Procopio (11′) e Sulla strada per Bagan di Chiara Bellossi (7‘30”).
Le opere vincitrici delle diverse sezioni non hanno guadagnato solo la gloria ma verranno, nell’ambito del progetto ComoOut, proiettate in dieci città italiane (Arezzo, Bologna, Como, Genova, Lugano, Milano, Perugia, Roma, Torino e Venezia) per aumentarne la visibilità e farle conoscere ad un pubblico più ampio. Per informazioni Internet www.mookamovie.it. [Francesco Vanotti, ecoinformazioni]

I respiri degli spiriti cinematografici

Dal 9 al 12 maggio al circolo Arci Xanadù per il festival ReSpiri(ti). Tre giorni di proiezioni con il meglio delle produzioni indipendenti, locali e nazionali.

«Con questo festival vogliamo creare uno spazio di relazione per le “scintille”, le potenzialità presenti nel panorama del cinema indipendente comasco. Non solo una vetrina, ma anche un punto d’incontro per sviluppare la collaborazione reciproca». Così Edoardo Colombo, dell’Arci Xanadù, ha presentato la prima edizione del festival del cinema invisibile di Como, ReSpiri(ti), realizzato in collaborazione la Provincia di Como, l’assessorato alla cultura del Comune di Como, il circolo Arci MookaMoovie, Como Out, I lunedì del cinema, Ipsia Ripamonti, Arci Como e Ucca. L’appuntamento è per il fine settimana dal 9 al 12 maggio, quando al circolo Arci Xanadù in via Varesina 72 saranno proiettati lungo e cortometraggi del panorama indipendente locale e nazionale.
«La collaborazione tra i circoli – ha continuato Donald Cortese dell’Arci Mooka Movie – è risultata naturale, perché ci accomuna l’idea di dare visibilità al cinema indipendente, non per fare i talent scout, ma perché vogliamo creare canali di produzione e distribuzione per tutti quei lavori che si pongono in controtendenza rispetto al cinema di massa. Credere in questo tipo di cinema significa innanzitutto ribaltare il paradigma diffuso che vede nelle produzioni indipendenti un ripiego. Con questo festival vogliamo mostrarne invece la forza e, perché no, aiutarle a crescere».
Da sottolineare la collaborazione dell’Ipsia Ripamonti, che dal prossimo anno proporrà ai suoi iscritti un nuovo corso di Comunicazione audiovisiva. Il festival – secondo gli organizzatori – potrà quindi diventare lo sbocco naturale delle produzioni dei futuri alunni. «I rapporti con l’istituto sono iniziati quest’anno con il concorso, rivolto agli studenti di grafica, per la locandina di ReSpiri(ti), che è stata ideata e realizzata da un’alunna della Ripamonti. Dall’anno prossimo la collaborazione con gli alunni sarà un ulteriore stimolo per il festival».
L’inaugurazione con aperitivo è venerdì 9 dalle 20. Finiti i salatini, alle 20.45, proiezione del film fuori concorso Biutiful countri di Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio e Peppe Ruggiero (Italia, 2007, 83′) sull’emergenza dei rifiuti campani, a seguire Anoir di Nicola Piovesan (Italia, 2007, 90′), in concorso per la sezione Lunghi respiri. Chiude la serata un dj set a cura del circolo Arci Xanadù.
Il pomeriggio di sabato 10 è dedicato ai corti in concorso, divisi in tre categorie: Giovani respiri, che accoglie i corti prodotti dai giovani comaschi, in proiezione dalle 14 alle 14.30, Respiri del lago, aperta agli autori lariani, dalle 14.30 alle 16.30 e Lievi respiri, coi lavori di autori nazionali, dalle 16.30 alle 20.30.
Alle 20.45, storie di call center con il fuori concorso di Ascanio Celestini Parole sante (Italia, 2007, 75′) che narra dei lavoratori precari dell’Atesia, il più grande call center europeo con sede a Cinecittà; in concorso invece il film Dallo zolfo al carbone (Belgio-Italia, 2008, 60′) di Luca Vullo che sarà proiettato alle 22.15. A chiudere alle 23.30 il documentario Voi sparate io disegno sul ferimento di Rumesh nell’aprile 2006.
Domenica 11 sarà dedicata ai lungometraggi. Si parte alle 16 con Solite cose (Italia, 2007, 100′) di Tony Sbarbaro, in concorso, per continuare con Kiss me Lorena (Italia, 2007, 84′) di Giulielmo Fava e Alessandro Izzo. La sera verrà aperta dalla proiezione di Zero: Indagine sull’11 settembre (Italia, 2007, 120′), fuori concorso, e chiusa da Una ballata bianca (Italia-Olanda, 2007, 78′) di Stefano Odoardi, in concorso. La maggior parte dei film e dei corti in concorso saranno introdotti e presentati dai registi.
Due le giurie che valuteranno il miglior lungometraggio e il migliore corto per ognuna delle tre categorie: una ufficiale, composta da Andrea Giordano, giornalista, Silvia Taborelli, del festival Cinemambiente di Torino, Alessio Brunialti Griffani, giornalista e Fabrizio Fogliato, critico cinematografico affiancata dalla giuria popolare, composta da appassionati comaschi di cinema e presieduta da Mattias Bresciani, direttore dell’Uci Cinemas di Montano Lucino. Il verdetto sarà pronunciato dalla regista Marina Spada lunedì 12 maggio alle 20.30 prima della proiezione del suo film Come l’ombra (Italia, 2006, 87′).
Il biglietto giornaliero per il festival è in vendita 30 minuti prima dell’inizio delle proiezioni a 7 euro (ridotto 5 euro), oppure è possibile acquistare una card a 15 euro che consente di seguire tutte le proiezioni. [Francesco Colombo, ecoinformazioni]

Revolver. L’arte e il sociale insieme per una mostra a Como

La mostra sarà aperta dall’11 al 15 aprile al Centro diurno di via Vittorio Emanuele II 112.

Chi è malato, non ha una parte sana? Questa una delle riflessioni che si portano avanti nel progetto che vede la collaborazione del Centro diurno del Dipartimento di salute mentale dell’azienda ospedaliera Sant’Anna con alcuni artisti lariani e diverse associazioni, tra cui Erodoto e Nessuno è perfetto (Nep). Ha introdotto Alberto Tettamanti, educatore del Centro diurno che ha presentato una delle ospiti del centro, Daniela Bricola, che tre anni fa ha ideato l’iniziativa e che ha spiegato come «la cosa principale è che il centro si apre, costituendo una risorsa». In effetti, troppe volte il problema della salute mentale della popolazione rimane isolato nei centri senza offrire possibilità di scambio con chi è definito “normale”.
Ornella Kauffmann, intervenuta in rappresentanza di Claudio Cetti, direttore del dipartimento, ha chiarito: «Bisogna parlare meno di psichiatria e più di promozione della salute mentale. Anche nelle persone malate c’è una grande possibilità di essere una risorsa». Ha poi spiegato il ruolo dell’associazione Nep: «Nasce come volontà di mettere insieme un sapere tecnico e profano, come l’esperienza di vita». Clemente Tajana, direttore dell’Accademia di belle arti A. Galli, i cui studenti sono tra gli espositori, ha ammesso di essersi commosso verificando come essi per partecipare alla mostra abbiano sviluppato una sensibilità sociale molto forte.
Jessica Savoia, dell’associazione Erodoto, ha aperto una breve riflessione sul titolo provocatorio della mostra: Revolver, dallo spagnolo mescolare, dare una svolta, ma in inglese rivoltella. Ha poi presentato gli artisti: Fabrizio Bellanca, Krystian di Camillo, Alessandro Filardo, Giovanni Lucini, Degrì, Emanuele Prina, Danilo Quovadis, Federica Rovelli, Marino Salvetti, Giuseppe Tattarletti, Moreno Zanibellato, ognuno con una particolarità diversa, ognuno con una vita diversa, alcuni normali, altri personalità definite labili. Lo scopo è l’unione, un invito ad entrare in un luogo di solito chiuso a chiave, grazie proprio agli artisti che hanno allestetito la mostra al Centro diurno.
Ha concluso Gabriella Cilli del Cps di Como parlando della tecnica dell’empowerment: «Molti degli utenti della psichiatria possono essere più attivi per produrre da soli». [Nicoletta Nolfi, ecoinformazioni]

Secondo appuntamento del ciclo Dalla croce al mandala

Alla presentazione del documentario di Werner Weick la sala era gremita, a dimostrazione dell’interesse che continua ad esserci nei confronti della questione tibetana.

Il regista Werner Weick, grazie alla collaborazione con la Televisione svizzera italiana ha realizzato due documentari per esporre il dramma di due popoli completamente dimenticati dalla grande informazione. Il primo, Armenia, ferita aperta, è stato presentato sempre all’auditorium Don Guanella di via Tommaso Grossi settimana scorsa ed il secondo Prigionieri di Pechino e Shangri-La mercoledì 12 marzo. Il secondo filmato racconta, attraverso la storia di Tashi, donna tibetana approdata a Zurigo quand’era ancora bambina, la storia di un popolo pacifico che è oppresso nella propria patria e continuamente in fuga verso l’estero. Nonostante siano molte le simpatie verso il Tibet e il Dalai Lama, la Cina spadroneggia e opprime sempre più la cultura e la società tibetana. Dal campo profughi nepalese di Kathmandu, fino alle associazioni formatesi in Svizzera si leva un urlo di orrore e di richiesta di giustizia, troppo poco ascoltato, anche in quest’anno “olimpionico” per la Cina. [Nicoletta Nolfi, ecoinformazioni]

Ecoinformazioni è un circolo Arci

Anche ecoinformazioni in Pressenza