storia

12 aprile/ Delitti nell’antico Egitto

ArcheologiaInGiallo_locandinaScie di sangue all’ombra dei faraoni conferenza con Mimosa Ravaglia, martedì 12 aprile alle 20.30 all’Ultimo caffè in via Giulini 3 a Como, organizzata dalla Società archeologica comense per Archeologia in giallo: alla scoperta dei delitti dell’antichità (consumazione obbligatoria, gradita prenotazione). Per informazioni e prenotazioni e-mail archeologicacomo@gmail.com.

Dal pane nero al pane bianco/ una mostra di storia

La mostra Dal pane nero al pane bianco, inaugurata sabato 12 marzo 2016 alla sala mostre del comune di Menaggio, è una buona occasione per riflettere sull’importanza dell’alimentazione svincolata dalla mode e dal chiacchiericcio.

Nata in occasione di Expo Milano 2015, dedicata com’è noto proprio al tema del cibo, per iniziativa del Comune di Milano e del comitato provinciale milanese dell’Anpi, la mostra storica si propone di approfondire il ruolo del cibo negli anni cruciali prima e dopo la seconda guerra mondiale, la lotta di liberazione la ricostruzione. È una mostra articolata e accattivante al tempo stesso, ricca di materiali diversi (ritagli di giornale, documenti, statistiche, immagini pubblicitarie, fotografie), evidentemente pensata per un uso didattico, ma interessante per ogni tipo di pubblico.

Viene proposta per la prima volta nel Comasco da Anpi Dongo, Associazione Museo della Resistenza di Dongo, Istituto di Storia contemporanea di Como e Cittadini Insieme di Porlezza e Valli, come contributo alla conoscenza non superficiale di un periodo centrale nella recente storia nazionale, di cui la memoria della vita quotidiana è già, nonostante tutto. in gran parte perduta.

Una delle due curatrici, la storica Roberta Cairoli – l’altra è Debora Migliucci -, ha fornito durante l’inaugurazione di sabato una approfondita illustrazione della mostra: in cinque grandi capitoli, i materiali documentari sono organizzati intorno ai temi dell’autarchia alimentare, del ruolo dell’educazione scolastica per l’orientamento dei comportamenti alimentari, delle ristrettezze dei consumi negli anni della guerra e dell’occupazione tedesca, del ruolo della vita quotidiana nella lotta di liberazione e – finalmente – il ritorno alla normalità dopo il recupero della libertà. L’ampiezza delle indicazioni fornite è tale che tra una tabella alimentare, una pubblicità di una vecchia marca di surrogati di uova e un volantino degli scioperanti del 1944, non è difficile trovare una ricetta della marmellata di more o qualche suggerimento su come sfruttare gli avanzi. Della varietà di stimoli è testimone anche il titolo, ispirato da due libri scritti da due grandi protagoniste di quegli anni, Pane nero di Miriam Mafai, e Il pane bianco, autobiografia di Onorina Brambilla Pesce.

L’esposizione è visitabile fino al 25 marzo alla sala mostre di piazza Garibaldi il sabato e la domenica dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18, gli altri giorni su prenotazione (Cristina Redaelli 3289188743, Paola Rosiello 3396023781); poi dal 26 marzo all’8 aprile sarà a Musso e dal 9 al 25 aprile a Porlezza. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

L’allestimento della mostra a Menaggio.

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Un momento dell’inaugurazione.

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15 marzo/ Omicidi alla corte dei Cesari

ArcheologiaInGiallo_locandinaDa Tiberio a Nerone, storia di un potere costruito con il pugnale e il veleno conferenza con Margherita Cetti, martedì 15 marzo alle 20.30 all’Ultimo caffè in via Giulini 3 a Como, organizzata dalla Società archeologica comense per Archeologia in giallo: alla scoperta dei delitti dell’antichità (consumazione obbligatoria, gradita prenotazione). Per informazioni e prenotazioni e-mail archeologicacomo@gmail.com.

In ricordo degli scioperi antifascisti del marzo 1944

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Con una semplice cerimonia sono stati ricordati nella mattinata di domenica 6 marzo 2016, a 72 anni dagli avvenimenti, gli scioperi contro il fascismo e contro la guerra proclamati nel marzo 1944, che videro la partecipazione anche delle due fabbriche comasche Tintoria Comense e Tintoria Castagna, e che costarono la deportazione nei lager tedeschi di sette lavoratori e due lavoratrici.

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All’omaggio alla lapide dei deportati della Comense e poi alla tomba-monumento della Resistenza, che ricorda anche i deportati della Castagna, hanno partecipato alcune autorità pubbliche  (Silvia Magni, vicesindaca della città di Como, che ha tenuto un brevissimo ricordo, e Guido Frigerio in rappresentanza della Provincia), i labari delle associazioni combattentistiche, le bandiere dell’Anpi provinciale e della sezione Anpi di Como, rappresentanti di varie associazioni e alcune cittadine e cittadini.

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Presente come sempre Ines Figini, unica testimone vivente di quei fatti, scampata al lager, e da qualche anno narratrice instancabile di quegli avvenimenti soprattutto per le generazioni più giovani.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

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Silvia Magni e Ines Figini.

13 febbraio/ Visita guidata alla Porta di Como romana

porta pretoria«Principale porta d’accesso alla Como romana, nota come “Porta Pretoria”, era il luogo di passaggio di coloro che arrivavano in città da Milano – spiega il Comune di Como –. La porta fu scoperta nel 1914 durante la costruzione di un edificio nella zona ed è ora visitabile grazie al progetto di restauro portato avanti negli ultimi anni». Visita per due gruppi sabato 13 febbraio, per due gruppi (massimo 14 persone per gruppo), uno alle 15 e uno alle 15.30, in largo Miglio 1. Ingresso 4 (previste riduzioni) con prenotazione obbligatoria al tel. 031.252550.

Il rito del ricordo

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Il momento della celebrazione non è evidentemente quello più adatto per gli approfondimenti storici, però quando l’oggetto della celebrazione sono fatti storici particolarmente complessi come quelli che hanno coinvolto le terre istriane e dalmate sarebbe bene, da parte di tutti, porre la massima attenzione.

Succede così che, nonostante le buone intenzioni, che nessuno mette in dubbio, e soprattutto nonostante le ripetute rivendicazioni di cautela e di contestualizzazione storica, la serie dei discorsi per la celebrazione “ufficiale” del Giorno del Ricordo, 10 febbraio 2016, nel salone della Biblioteca Comunale di Como, solleva più perplessità che altro. Al centro dei problemi c’è la ripetuta affermazione dell’italianità, in nome di un nazionalismo che per quanto continuamente negato, fa capolino a ogni piè sospinto; a nessuno viene in mente che una delle possibili radici del problema è proprio nello scontro dei nazionalismi (e che è difficile averne uno “buono” e uno “cattivo”).

Si mischiano quindi le fantasiose ascendenze nell’impero romano, le complesse questioni diplomatiche dell’impero austro-ungarico, la prima guerra mondiale “utile” come quarta guerra d’indipendenza (il riferimento polemico, nemmeno troppo nascosto, è alla nota definizione del primo conflitto mondiale come “inutile strage” da parte del pontefice Benedetto XV), la sottovalutazione delle violenze fasciste durante l’occupazione dei Balcani (l’occupazione nazista non viene nemmeno mai nominata, nonostante che abbia documentatamente a che fare con i primi esodi dall’Istria), le foibe, l’esodo degli anni del dopoguerra (secondo i momenti definito “pulizia etnica” oppure “scelta volontaria”), i silenzi politici, la povera gente che “non può essere padrona a casa propria” (una frase nefasta che speravamo di non udire più, almeno dai rappresentati dell’amministrazione pubblica), le follie della violenza e così di seguito.

Su tutto, ovviamente, il continuo richiamo all’importanza dell’“accoglienza”, che nemmeno nei confronti di altri italiani vi fu, nemmeno nei tempi passati.

Alla fine, l’intervento dello storico di turno prova a rimettere ordine, cominciando proprio dalla consapevolezza che la storia è sempre “più complicata” di come la si racconta e che non è vero che la violenza è frutto della follia, ma è anzi spesso figlia di un disegno razionale. Ma poi di nuovo alza un inno al concetto di “patria” (in senso buono, si intende: quella che è la terra dei padri, dei nonni, degli antenati, tutti rigorosamente al maschile, facendo finta di non sapere che già lì è una buona parte del problema), riafferma il concetto di confini, e conclude con un richiamo all’Europa che è più la riproposizione di un fortino allargato che non l’idealità di un orizzonte aperto.

Ad assistere al rito un po’ meno pubblico dell’anno scorso.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

Il confine orientale e il Comasco: un giorno per ricordare davvero

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In vista del Giorno del ricordo, fissato al 10 febbraio dalla legge del 30 marzo 2004 che lo istituiva in memoria «delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale», si è svolto venerdì 5 febbraio nel salone della Biblioteca Comunale di Como il primo incontro di un breve ciclo organizzato dal sindacato Scuola della Cisl dei laghi, dall’Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” di Como, dall’Associazione Giuliano-Dalmati di Como e dal Progetto San Francesco, con il patrocinio del Comune di Como e dell’Ufficio Scolastico provinciale.

È da molti anni, sostanzialmente dal momento dell’istituzione, che molti enti e mote associazioni si adoperano per sottrarre il Giorno del ricordo alla retorica nazionalista (quando non addirittura alla servitù ideologica anticomunista), per farne invece un momento di approfondimento di una fase storica particolarmente complessa e particolarmente drammatica, che coinvolse non solo una regione precisa (il cosiddetto confine orientale e le regioni balcaniche con presenze italiane) ma l’intera nazione e – in realtà – gran parte dell’Europa.

L’incontro di ieri pomeriggio è stato, in questo percorso, un momento molto importante, perché non solo ha riportato al “tavolo” degli organizzatori anche l’Associazione dei giuliano-dalmati, in passato spesso acriticamente contraria ai tentativi di approfondimento storico, ma anche e soprattutto perché ha portato l’attenzione sui riflessi della crisi nel territorio comasco. Nell’intervento di Marinella Fasani è stata infatti presentata la ricerca L’accoglienza nel Comasco dei profughi giuliano-dalmati, in corso a cura dell’Istituto di Storia Contemporanea. Per la prima volta si è cercato di dare una risposta a quanti furono e come furono accolti i profughi che a più riprese, nel corso degli anni Quaranta (già durante gli anni di guerra) e Cinquanta, furono costretti a lasciare le terre dalmate e istriane. I problemi della ricerca sono numerosi (a partire dalla mancanza di documenti originali), ma già qualche precisazione è stata possibile darla, sui numeri (qualche centinaio di esuli vennero “accolti”, in diverse fasi, ed erano spesso famiglie già segnate dalla guerra) e sull’“accoglienza”, poco governata – almeno inizialmente – dalle istituzioni e quasi sempre delegata al “buon cuore” della cittadinanza e delle parrocchie. Per la prima volta, per esempio, sono stati individuati i luoghi dove in prima battuta si alloggiarono i profughi (alcuni alberghi, alcune scuole).

 

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Il successivo intervento di Roberto Spazzali, direttore dell’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione del Friuli Venezia Giulia, che da anni si occupa a fondo delle deriverse questioni relative al confine orientale, è servito a mostrare quanto complessa sia la vicenda storica di quei territori, nei quali si aggrovigliano rivendicazioni ed esigenze di numerose nazioni e popolazioni. A partire dal trattato di Campoformio (1797), ma in realtà da prima ancora, e per tutto l’Ottocento, su quelle aree, caratterizzate da un strettissimo intreccio di culture diverse, da immigrazioni e spostamenti di ampi gruppi di popolazione, si concentrarono gli interessi di molti Stati, volti a “spostare” il baricentro dell’area in direzioni diverse.

Dal lungo, e appassionato (oltre che straordinariamente informato) intervento di Spazzali si può ricavare l’impressione che la rivendicazione delle “appartenenze” nazionali non possa far altro che complicare la comprensione dei fenomeni, e che – anche negli ultimi decenni – è difficile attribuire patenti di correttezza e purezza ai vari protagonisti.

Anche l’incontro di ieri non può quindi essere considerato che una tappa di un lungo percorso di approfondimento, per mantenere vivo il “ricordo” liberandolo dalle distorsioni.

Il percorso è proseguito nella stessa giornata di venerdì 5 febbraio con una serata nella sala consiliare di Lurago d’Erba, e con una mattinata dedicata alle scuole di secondo grado nell’Auditorium Don Guanella, sabato 6 febbraio.

Nella serata del 10 febbraio, alle ore 21,15 presso l’Auditorium dell’oratorio di Lipomo (ingresso libero), viene presentato lo spettacolo Nella pancia della balena. Canto per le vittime delle foibedi Gabriele Penner, con Arianna Di Nuzzo e Gabriele Penner, organizzato dall’Amministrazione comunale di Lipomo in collaborazione con Teatro d’acqua dolce e Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” di Como. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

Piazza Grimoldi: m’è sembrato di veder la storia…

La notizia in sé non esiste. Si scava in pieno centro storico e si trova un antico muro (ci si dovrebbe stupire del contrario…); si fermano i lavori in attesa dell’arrivo degli esperti (ci si dovrebbe stupire del contrario…); la Soprintendenza archeologica con celerità procede al sopralluogo la mattina dopo (ci si dovrebbe stupire del contrario…); visiona i – pochi – reperti trovati e dà il via libera al proseguimento dei lavori (ci si dovrebbe stupire del contrario…); fatta salva, ovviamente, la richiesta di procedere alla pulizia, al rilievo e all’interpretazione di quanto trovato… (ho capito!! ci si dovrebbe stupire del contrario!). Nessun problema.

O forse sì. Tra amministrazione, uffici e giornalistici custodi (autonominati) dell’efficienza cittadina qualche attrito c’è, con relative scintille (anche in questo caso – vabbè – ci si dovrebbe stupire del contrario).

Si auspica quindi che nel cantiere della nuova piazza Grimoldi torni il silenzio, o meglio il rassicurante rumore del lavoro.

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Il paradosso, a mio modestissimo avviso, è altrove. Nel non detto.

Ma come? la città mette mano alla sistemazione di un’area centralissima – anzi: del centro massimo sia dal punto di vista storico che da quello simbolico – e tutto quello che sa fare è sperare che si trovi il meno possibile?

Siamo – si badi bene – a fianco della cattedrale doppia di Como (eh sì! anche Como, come altre città lombarde, aveva una doppia cattedrale), a un passo dal grande suq del lago (eh sì! Como medioevale aveva un enorme mercato, che reggerebbe il confronto con quelli di Fes e Marrakech), in margine alla zona di più alto valore commerciale della Como storica (tanto che ogni casa con relativa bottega era la più piccola possibile in modo da poterne mettere in fila il più alto numero possibile), sulla soglia dell’antica via degli orafi (la contrada dei Sangeleri dove avevano bottega nel Rinascimento le famiglie che hanno riempito di capolavori – alcuni conservati – le chiese della diocesi) … e tutto quello che ci industriamo a fare è cercare di centrare gli unici centimetri quadrati in cui non ci sia niente, ma proprio niente (tranne una stratigrafia, quella non si nega a nessuno)…

Stamattina, quando, per l’ennesima volta, ho prospettato questo paradosso, mentre eravamo in visita al cantiere del non-ritrovamento, mi è stato risposto: «Eheeh, non vorrai mica ridurre la città a un museo…». No. Non voglio. Sollevo questo paradosso in nome della contemporaneità, non del passato.

Basta andare in qualsiasi città storica di Spagna o di Francia per vedere che cosa si è potuto fare, avendo a disposizione una piazza centrale e una stratificazione storica. E mettendoci ovviamente anche un pizzico di creatività contemporanea (archistar comprese).

È così difficile immaginare, prima di passare alla progettazione di una nuova piazza, una ricerca storico-archeologica ad ampio raggio per cercare di capire cosa c’è sotto la pavimentazione di piazza Grimoldi, per avere un po’ più chiaro lo sviluppo della porzione più importante della città storica, per cercare di andare avanti rispetto alle molte chiacchiere (non a vanvera, sia chiaro, ma comunque ancora carenti di dati certi) sull’evoluzione di questa zona. Per cercare anche di capire come si è evoluta questa città e come si può evolvere.

«Eheeh, ma un cantiere così avrebbe tolto alla vista un bel pezzo di città; non ti è bastato quel che succede sul lungo lago?». Perché non avete mai visto un bel cantiere aperto? Non avete mai visto quanto contribuisce anche alla valorizzazione turistica di una città? L’hanno fatto altrove (anche in Italia, non solo all’estero), solo noi non siamo capaci di farlo? Credete che la gente, locale e forestiera, non apprezzerebbe di poter dare una sbirciatina a un pezzo inedito di storia? O questo è esclusiva di voyager?

E i ritrovamenti (certi) non avrebbero forse dato qualche idea per come sistemare la piazza? a come valorizzare ulteriormente il centro storico?

No?

Ma no. Cerchiamo quei due metri quadrati liberi di storia, scaviamo il nostro locale tecnico, e poi via! al lavoro, ricopriamo tutto con una bella pavimentazione, un po’ d’acqua (meglio se pubblica) che non fa mai male, un paio d’alberi che sono sempre politically correct, e poi su! su! al lavoro che non abbiamo mica tempo da perdere. Chi si guarda indietro è perduto. Ma a voi la storia non ha proprio insegnato niente, eh?

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

27 gennaio/ Train de vie e Carlo Galante

traindevieL’Unione dei circoli cooperativi organizza mercoledì 27 gennaio alle 20:45 nella Sala Villa dell’Ucc a Albate la proiezione di Train de vie. Interverrà Carlo Galante per presentare alcune figure che si sono distinte nel Comasco in episodi di solidarietà verso i deportati.

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