Il rito del ricordo

 GiornoRIcordo2016-01

Il momento della celebrazione non è evidentemente quello più adatto per gli approfondimenti storici, però quando l’oggetto della celebrazione sono fatti storici particolarmente complessi come quelli che hanno coinvolto le terre istriane e dalmate sarebbe bene, da parte di tutti, porre la massima attenzione.

Succede così che, nonostante le buone intenzioni, che nessuno mette in dubbio, e soprattutto nonostante le ripetute rivendicazioni di cautela e di contestualizzazione storica, la serie dei discorsi per la celebrazione “ufficiale” del Giorno del Ricordo, 10 febbraio 2016, nel salone della Biblioteca Comunale di Como, solleva più perplessità che altro. Al centro dei problemi c’è la ripetuta affermazione dell’italianità, in nome di un nazionalismo che per quanto continuamente negato, fa capolino a ogni piè sospinto; a nessuno viene in mente che una delle possibili radici del problema è proprio nello scontro dei nazionalismi (e che è difficile averne uno “buono” e uno “cattivo”).

Si mischiano quindi le fantasiose ascendenze nell’impero romano, le complesse questioni diplomatiche dell’impero austro-ungarico, la prima guerra mondiale “utile” come quarta guerra d’indipendenza (il riferimento polemico, nemmeno troppo nascosto, è alla nota definizione del primo conflitto mondiale come “inutile strage” da parte del pontefice Benedetto XV), la sottovalutazione delle violenze fasciste durante l’occupazione dei Balcani (l’occupazione nazista non viene nemmeno mai nominata, nonostante che abbia documentatamente a che fare con i primi esodi dall’Istria), le foibe, l’esodo degli anni del dopoguerra (secondo i momenti definito “pulizia etnica” oppure “scelta volontaria”), i silenzi politici, la povera gente che “non può essere padrona a casa propria” (una frase nefasta che speravamo di non udire più, almeno dai rappresentati dell’amministrazione pubblica), le follie della violenza e così di seguito.

Su tutto, ovviamente, il continuo richiamo all’importanza dell’“accoglienza”, che nemmeno nei confronti di altri italiani vi fu, nemmeno nei tempi passati.

Alla fine, l’intervento dello storico di turno prova a rimettere ordine, cominciando proprio dalla consapevolezza che la storia è sempre “più complicata” di come la si racconta e che non è vero che la violenza è frutto della follia, ma è anzi spesso figlia di un disegno razionale. Ma poi di nuovo alza un inno al concetto di “patria” (in senso buono, si intende: quella che è la terra dei padri, dei nonni, degli antenati, tutti rigorosamente al maschile, facendo finta di non sapere che già lì è una buona parte del problema), riafferma il concetto di confini, e conclude con un richiamo all’Europa che è più la riproposizione di un fortino allargato che non l’idealità di un orizzonte aperto.

Ad assistere al rito un po’ meno pubblico dell’anno scorso.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

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