CcP/ La Memoria della Pace
Il Coordinamento comasco per la Pace propone un ampio elenco (sicuramente non esaustivo) di iniziative organizzate in occasione della Giornata della Memoria. (altro…)
Il Coordinamento comasco per la Pace propone un ampio elenco (sicuramente non esaustivo) di iniziative organizzate in occasione della Giornata della Memoria. (altro…)
La notizia in sé non esiste. Si scava in pieno centro storico e si trova un antico muro (ci si dovrebbe stupire del contrario…); si fermano i lavori in attesa dell’arrivo degli esperti (ci si dovrebbe stupire del contrario…); la Soprintendenza archeologica con celerità procede al sopralluogo la mattina dopo (ci si dovrebbe stupire del contrario…); visiona i – pochi – reperti trovati e dà il via libera al proseguimento dei lavori (ci si dovrebbe stupire del contrario…); fatta salva, ovviamente, la richiesta di procedere alla pulizia, al rilievo e all’interpretazione di quanto trovato… (ho capito!! ci si dovrebbe stupire del contrario!). Nessun problema.
O forse sì. Tra amministrazione, uffici e giornalistici custodi (autonominati) dell’efficienza cittadina qualche attrito c’è, con relative scintille (anche in questo caso – vabbè – ci si dovrebbe stupire del contrario).
Si auspica quindi che nel cantiere della nuova piazza Grimoldi torni il silenzio, o meglio il rassicurante rumore del lavoro.
Il paradosso, a mio modestissimo avviso, è altrove. Nel non detto.
Ma come? la città mette mano alla sistemazione di un’area centralissima – anzi: del centro massimo sia dal punto di vista storico che da quello simbolico – e tutto quello che sa fare è sperare che si trovi il meno possibile?
Siamo – si badi bene – a fianco della cattedrale doppia di Como (eh sì! anche Como, come altre città lombarde, aveva una doppia cattedrale), a un passo dal grande suq del lago (eh sì! Como medioevale aveva un enorme mercato, che reggerebbe il confronto con quelli di Fes e Marrakech), in margine alla zona di più alto valore commerciale della Como storica (tanto che ogni casa con relativa bottega era la più piccola possibile in modo da poterne mettere in fila il più alto numero possibile), sulla soglia dell’antica via degli orafi (la contrada dei Sangeleri dove avevano bottega nel Rinascimento le famiglie che hanno riempito di capolavori – alcuni conservati – le chiese della diocesi) … e tutto quello che ci industriamo a fare è cercare di centrare gli unici centimetri quadrati in cui non ci sia niente, ma proprio niente (tranne una stratigrafia, quella non si nega a nessuno)…
Stamattina, quando, per l’ennesima volta, ho prospettato questo paradosso, mentre eravamo in visita al cantiere del non-ritrovamento, mi è stato risposto: «Eheeh, non vorrai mica ridurre la città a un museo…». No. Non voglio. Sollevo questo paradosso in nome della contemporaneità, non del passato.
Basta andare in qualsiasi città storica di Spagna o di Francia per vedere che cosa si è potuto fare, avendo a disposizione una piazza centrale e una stratificazione storica. E mettendoci ovviamente anche un pizzico di creatività contemporanea (archistar comprese).
È così difficile immaginare, prima di passare alla progettazione di una nuova piazza, una ricerca storico-archeologica ad ampio raggio per cercare di capire cosa c’è sotto la pavimentazione di piazza Grimoldi, per avere un po’ più chiaro lo sviluppo della porzione più importante della città storica, per cercare di andare avanti rispetto alle molte chiacchiere (non a vanvera, sia chiaro, ma comunque ancora carenti di dati certi) sull’evoluzione di questa zona. Per cercare anche di capire come si è evoluta questa città e come si può evolvere.
«Eheeh, ma un cantiere così avrebbe tolto alla vista un bel pezzo di città; non ti è bastato quel che succede sul lungo lago?». Perché non avete mai visto un bel cantiere aperto? Non avete mai visto quanto contribuisce anche alla valorizzazione turistica di una città? L’hanno fatto altrove (anche in Italia, non solo all’estero), solo noi non siamo capaci di farlo? Credete che la gente, locale e forestiera, non apprezzerebbe di poter dare una sbirciatina a un pezzo inedito di storia? O questo è esclusiva di voyager?
E i ritrovamenti (certi) non avrebbero forse dato qualche idea per come sistemare la piazza? a come valorizzare ulteriormente il centro storico?
No?
Ma no. Cerchiamo quei due metri quadrati liberi di storia, scaviamo il nostro locale tecnico, e poi via! al lavoro, ricopriamo tutto con una bella pavimentazione, un po’ d’acqua (meglio se pubblica) che non fa mai male, un paio d’alberi che sono sempre politically correct, e poi su! su! al lavoro che non abbiamo mica tempo da perdere. Chi si guarda indietro è perduto. Ma a voi la storia non ha proprio insegnato niente, eh?
[Fabio Cani, ecoinformazioni]
Martedì 26 gennaio sopralluogo della Soprintendenza per il ritrovamento di alcune «lastre riferibili ad una pavimentazione e un tratto di muratura».
Bloccati i lavori, appena partiti, di riqualificazione di piazza Grimoldi a seguito dell’allargamento della zona a traffico limitato, con il rinvenimento lunedì 25 gennaio di alcune «lastre, probabilmente riferibili ad una pavimentazione, e un tratto di muratura». Gli operai stavano facendo uno scavo «per la posa del locale tecnico a servizio della fontana». «Le operazioni si sono svolte sotto la supervisione e con l’assistenza di un’impresa iscritta all’albo della Soprintendenza archeologica» assicura il Notiziario comunale. «Attualemente il cantiere è sospeso – ha affermato l’assessore Lorenzo Spallino negli interventi preliminari al Consiglio comunale di lunedì 25 gennaio –. Domani [26 gennaio] alle 9 di mattina avverrà un sopralluogo della Soprintendenza» (mappa elaborazione Laboratorio di geomatica del Politecnico di Milano). [md, ecoinformazioni]
Mostra parlata mercoledì 27 gennaio alle 20.45 al Palazzo comunale di Lambrugo con Giuseppe Calzati, presidente Istituto di storia contemporanea P.A. Perretta, organizzata da Anpi Territorio Erbese sezione Luigi Conti, Comune di Lambrugo, in collaborazione con Biblioteca comunale, Comitato gemellaggio, Associazione giovanile Tricheco e Artist Academy.
Anpi Comitato provinciale di Como e Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” di Como, in occasione del Giorno della memoria, dedicano quest’anno un approfondimento al porrajmos, lo sterminio di Rom e Sinti. Protagonisti, con i loro racconti dedicati anche all’attualità, saranno Giorgio Bezzecchi, figlio di sopravvissuti alla persecuzione nazifascista, consulente del Consiglio d’Europa – Programma Romact, e Maurizio Pagani, presidente dell’Opera Nomadi di Milano ed esperto in etnie nomadi.
L’appuntamento è per sabato 23 gennaio 2016, in Biblioteca Comunale di Como, dalle 15 alle 17.
Il giorno della memoria è stato istituito, con legge della Repubblica Italiana n. 211, del 20 luglio 2000, «al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati». Colpevolmente, non si ricorda che non solo il popolo ebraico ha subìto il progetto di sterminio, ma anche altri, tra cui Rom e Sinti.
Per completare la prospettiva sul progetto di sterminio dei regimi nazifascisti, ANPI Comitato provinciale di Como e Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” di Como dedicano quest’anno un approfondimento, in preparazione del giorno della memoria, al porrajmos. Porrajmos – ha scritto il sociologo Marco Revelli – «è il termine che in lingua romané significa “distruzione”, anzi “qualcosa di più”, come spiega Giorgio Bezzecchi, il rom hervato che ha tradotto per Fabrizio De André le ultime strofe di Khorakhané: “devastazione”, “divoramento”, comunque “annientamento”. Sta a indicare lo sterminio degli zingari, Rom e Sinti, per opera dei nazisti e dei fascisti, nei luoghi – Auschwitz soprattutto – che a stento, e di malavoglia, la nostra memoria contemporanea accetta di ricollegare alla tragedia dei nomadi europei preferendo tenerli segregati in una terra di nessuno della storia, esattamente come ne tiene segregati i discendenti nelle tante terre di nessuno delle nostre periferie urbane. Furono 500.000, forse più, i “figli del vento” sterminati nei lager. Altre centinaia di migliaia furono perseguitati, incarcerati, deportati, le famiglie sciolte, le comunità disperse, allo scopo dichiarato di sradicare il Wandertrieb, l’“istinto nomade” identificato dall’eugenetica paranoide fascista con il disordine, la trasgressione, la commistione del sangue e la degradazione del costume». Non si ricorda nemmeno che proprio Rom e Sinti furono protagonisti di uno dei pochi, pochissimi, episodi di resistenza all’interno dei campi di sterminio, a Birkenau; racconta ancora Marco Revelli: a Birkenau, «accanto agli ebrei, dal 16 dicembre 1942, in esecuzione del “decreto Auschwitz” con cui il governo del Reich aveva dato inizio alla “soluzione finale” per gli zingari, avevano iniziato ad affluire, nel Blocco IIe, decine di migliaia di Rom e Sinti, uomini, donne e bambini, tenuti, a differenza degli altri, tutti insieme, senza dividere le famiglie, fino al maggio 1944 quando fu decisa la liquidazione del “settore zingari”. I circa 4000 nomadi sopravvissuti avrebbero dovuto essere avviati, in un solo colpo, alle camere a gas. E fu allora che avvenne l’incredibile: gli zingari resistettero. A mani nude, qualcuno armato del solo coltellino di latta improvvisato nelle baracche, contrastarono le SS. I pochi sopravvissuti raccontano che erano le madri in prima fila, a difendere con le unghie e con i denti i loro bambini, alcuni dei quali di pochi mesi, nati nel campo stesso».
Proprio con Giorgio Bezzecchi, figlio di sopravissuti alla persecuzione nazifascista, consulente del Consiglio d’Europa – Programma Romact, sabato 23 gennaio 2016, in Biblioteca Comunale di Como, dalle 15 alle 17, si approfondirà questo fondamentale – ma rimosso – passaggio della storia europea del Novecento. Maurizio Pagani, presidente dell’Opera Nomadi di Milano ed esperto in etnie nomadi, avrà il compito di ricondurre questo discorso all’attualità.
Perché il sospetto, la discriminazione, la persecuzione di Rom e Sinti, genericamente e con un certo disprezzo “zingari”, vengono da lontano, anche nelle civilissime terre italiane. Basti ricordare una grida del governo lombardo-spagnolo del 1657 – in vigore anche a Como – con cui si concedeva alle comunità lombarde di «potersi unire, anco con suono di campana a martello, e perseguitare detti Cingari, prenderli e consegnarli prigioni in qualonque parte di questo Stato, e di svaligiarli, e levargli ogni sorte di robbe, e danari … e quando volessero fare resistenza con armi sia lecito ad ogni uno di offenderli impune». Il sospetto e il disinteresse vengono da lontano e abitano ancora il presente, tanto che – appunto – ci si dimentica di loro persino come vittime del fascismo.
Con l’ausilio delle parole di Giorgio Bezzecchi e Maurizio Pagani, e di documenti video, ANPI e Istituto di Storia Conteporanea daranno qualche elemento di conoscenza in più.
[Fabio Cani, ecoinformazioni]
Il bell’articolo di Marco Revelli si può leggere per interno a questo indirizzo.
È morta a 96 anni Rosalinda Zariati, staffetta partigiana nei mesi della lotta di Liberazione, poi attiva nel sindacato e nel movimento socialista.
A lei, nel 2005, Roberta Cairoli ha dedicato un capitolo del suo libro Nessuno mi ha fermata, fondamentale approfondimento sulle donne della Resistenza comasca (NodoLibri, Como 2005). Lo riproduciamo perché, nel racconto di quei mesi tragici ed esaltanti, la figura di Rosalinda, grazie alle sue parole semplici e dirette, si disegna in modo completo e autentico, come tutti la ricordano: sorridente, con il fazzoletto dell’Anpi attorno al collo, tutti i 25 aprile. Anche il più recente, nonostante la sofferenza.
Rosalinda Zariati alla manifestazione del 25 aprile 2015.
Rosalinda Zariati: rigore, prudenza e fortuna
«Per me partecipare alla Resistenza – dice Rosalinda Zariati – ha significato una gran cosa, ma una gran cosa, non lo so spiegare… mi ha dato una soddisfazione immensa. Sono stata davvero contenta di aver aiutato i partigiani. Ricordo i giorni della Liberazione: furono per me giorni di gioia profonda, perché noi aspiravamo alla liberazione di Como, alla liberazione di tutta l’Italia.»
Due sono, significativamente, gli episodi che, nel 1943, decidono l’ingresso di Rosalinda Zariati nella Resistenza, vissuta e ricordata come l’esperienza di vita più intensa e appagante. A segnare l’inizio della crescita e della maturazione politica di Rosalinda è l’iscrizione al Partito Socialista di Unità Proletaria: «Nel 1943 ho ricevuto la prima tessera del partito, a darmela è stato il “Tia”, che aveva un officina meccanica in viale Lecco: e lì, insieme ad altri, abbiamo cominciato a essere socialisti, a imparare cos’è il socialismo. Io di socialismo non sapevo niente perché siamo sempre stati sotto il fascismo: quando andavamo a scuola ci facevano imparare cosa era il fascismo, che era la cosa più bella e noi ci credevamo; d’altronde noi non avevamo mai saputo che cos’era il socialismo o le altre cose… solo dopo l’ho capito.»
Comincia così un’intensa attività di propaganda politica: «Si lavorava assieme io, Mario Montorfano, il parrucchiere, Raffaele Carnevali, Italo Mentasti, ed i Bedetti Giuseppe e Natale, tutti socialisti. Il Tia ci riforniva di manifesti (aveva una sorta di stamperia clandestina), il Montorfano ci dava dei giornali da portare in giro, mentre il Mentasti faceva da cassiere dei fondi che ci venivano consegnati. Ricordo che per ricevuta davamo una specie di cartolina in cui era raffigurata una finestra munita di grate dalle quali sporgevano due mani e sotto c’era scritto: “Aiutateci”. Davamo quella cartolina a chi ci dava i soldi e davamo fuori i giornali.»
L’incontro con la partigiana Nella Caleffi (“Gina”) spinge Rosalinda alla convinta e piena partecipazione alla lotta di Liberazione. Nelle sue parole, tale scelta, così impegnativa e rischiosa, viene descritta in maniera del tutto semplice e naturale. Racconta, infatti: «Avevo incontrato la Nella Caleffi, socialista anche lei; l’ho conosciuta in treno. Era seduta davanti a me; io la guardavo e lei mi ha chiesto: “Lei è di Milano?” “No – ho risposto – sono di Como, abito vicino alle caserme”. Allora lei mi ha detto: “Mi dà l’indirizzo che vengo a trovarla?” “E venga”, le faccio io. Mi chiese se l’avessi aiutata, se volevo fare la staffetta, e io risposi subito di sì. Tante volte veniva a casa mia a dormire e tante volte in bicicletta andavamo fino a Lecco. Una cosa che mi ricordo come fosse ieri è quando vi fu l’8 settembre. Io abitavo vicino alla Caserma De Cristoforis, e quando i nostri militari buttarono le armi dalle finestre, noi le raccogliemmo e le nascondemmo in casa. Poi però, arrivati che furono i tedeschi, e venne costituita la Repubblica Sociale, ebbi paura di tenerle lì ed allora assieme alla “Gina”, in bicicletta le portammo dove vi era il Comando partigiano. Con lei, quindi, ho iniziato a fare la staffetta. Da lei ho imparato tante cose.»
Una scelta che ha inevitabilmente un primo prezzo da pagare: la perdita del lavoro.
«Io lavoravo come operaia alla tintoria “Ambrogio Pessina”, ci ho lavorato fino al 1944 quando mi hanno lasciata a casa. Mi ricordo che i padroni, brava gente ma fascisti, mi hanno chiamata e hanno detto che mi avrebbero sospeso per mancanza di lavoro, e invece ho sentito che era perché sapevano che io avevo contatto con i partigiani. Dopo l’insurrezione, nel ’45, andai e mi licenziai.»
All’attività svolta in collaborazione con “Gina”, si aggiunge l’incarico particolarmente oneroso di tenere i collegamenti con la 40a Brigata “Matteotti”, dislocata in Valtellina, nella zona di Buglio in Monte. A piedi o in bicicletta, attraverso marce estenuanti di cui porta sulle gambe ancora i segni, provvede a recapitare ai partigiani della brigata ordini, viveri, armi. È un compito che richiede freddezza, prontezza, attenzione e, talvolta, un pizzico di fortuna: non sempre gli accorgimenti adottati garantiscono una copertura efficace. Lo dimostra questo episodio, a tratti rocambolesco, in cui Rosalinda riesce a salvarsi grazie ad un intervento quasi provvidenziale: «Una volta mentre andavo a Buglio in Monte, ad Ardenno, dove c’era una casermetta di fascisti, mi hanno fermato. Io portavo con me una specie di lasciapassare che dichiarava che avevo i genitori sfollati a Buglio: prima, mi hanno chiesto cosa ci andavo a fare ed io naturalmente ho risposto che andavo a trovare i miei, mostrando il lasciapassare; poi hanno voluto vedere la carta d’identità: dietro la carta d’identità era raffigurato il fascio littorio e il Comune ci aveva messo su un francobollo. Allora, mi hanno preso la carta d’identità, dicendomi: “No, lei è un’antifascista, lei va dai partigiani…” Volevano trascinarmi in caserma. Allora, il cane che c’era su a Buglio in Monte, che era un lupo, è corso giù ed è saltato addosso ai fascisti: la mia carta d’identità in terra, l’ho afferrata e, via!, sono scappata. Mi hanno sparato dietro, ma non mi hanno preso. Da allora non ho più fatto quella strada.»
Riuscirà miracolosamente a cavarsela una seconda volta, vivendo, tuttavia, momenti drammatici, dolorosi: è ancora viva nella sua memoria l’immagine della terribile morte di alcuni suoi compagni.
«Un giorno sono incappata in un rastrellamento effettuato dai soldati mongoli reclutati dai tedeschi ed ho assistito nascosta e terrorizzata sotto al fieno alla fucilazione di alcuni nostri partigiani. Ricordo anche i bambini grandi che portavano sulle spalle quelli più piccoli e cercavano di scappare: due bambini che fuggivano vennero uccisi. Ci furono 17 morti. Me la sono cavata perché sono rimasta immobile sotto il fieno, altrimenti! Questo episodio non mi è mai uscito dalla mente e mai mi uscirà.»
Rosalinda si ferma raramente in formazione; i contatti sono limitati: il rigore e la prudenza, imposti dalla lotta clandestina, impediscono di avere rapporti troppo intimi. Nemmeno nasconde la scarsa simpatia nei confronti di “Nicola”, il comandante della brigata. Racconta: «Noi avevamo pochi contatti con gli uomini della brigata: l’unico, forse, era Giovanni a cui consegnavamo il materiale che portavamo. Il più delle volte non mi fermavo, salivo e scendevo. Poi, guai se c’era un partigiano che si attaccava a una partigiana, a una staffetta, perché, se per caso bisticciavano, poteva succedere un pandemonio: fu un periodo in cui le delazioni falcidiavano i nostri uomini migliori per cui i rapporti sentimentali amorosi erano del tutto proibiti. Poi, devo dire la verità, stavo malvolentieri a Buglio perché c’era “Nicola”, il comandante: era una persona cattiva, brutale.»
Alle difficoltà e alle incognite legate all’attività di staffetta, si aggiunge, in quegli anni di guerra, l’“avventura” quotidiana di procurarsi il cibo: «Avevamo poco da mangiare perché c’erano le tessere, un etto di pane al giorno, e poi il resto andavamo a prendercelo noi. Io andavo anche a Montorfano a prendere le patate, a prendere le cipolle, a prendere tanta roba dai contadini che ce la davano. Andavamo di notte.»
Coraggio, destrezza e un pizzico d’incoscienza spiccano nell’episodio, uno dei tanti, che Rosalinda racconta, sorridendo quasi divertita: «Mi ricordo che sono andata a Vercelli con una mia amica a prendere un po’ di riso. Mamma che ridere! Siamo arrivati lì e non c’era riso: l’avevano se questrato tutto i fascisti. E allora noi cosa abbiamo fatto ? Siamo andati giù in stazione dove c’erano tutti i sacchetti, e ne abbiamo portati via uno per ciascuno dentro lo zaino e via andare in bicicletta. Arrivammo a Seregno; eravamo stanche e siamo andate a dormire in una cascina dove mettono dentro tutti gli attrezzi per i contadini. Il mattino, abbiamo preso la nostra bicicletta, il nostro zaino e via andare. Arrivano dietro di noi dei fascisti che ci gridano: “Fermatevi, Fermatevi”. E noi non ci fermavamo ma andavamo più svelte. Poi ci hanno preso e ci hanno detto: “Ma, ragazze!, non vedete che perdete tutto il riso?” Si capisce che hanno fatto qualche buco, per fortuna non ce l’hanno portato via.»
Rosalinda Zariati (a sinistra) con alcune compagne all’ex Casa del fascio dopo la Liberazione.
(fotografia archivio Istituto di Storia Contemporanea “P.A. Perretta”)
L’energia, la vitalità e una certa impulsività, dunque, rappresentano gli aspetti che più colpiscono in lei. Ci sono i disagi, i rischi, la paura certamente, ma tutto ciò, per Rosalinda, è quasi inebriante. Le sue parole sembrano esprimere quella che Claudio Pavone definisce efficacemente una «singolare fusione tra senso tragico della vita e gioia del vivere»: «Quello che facevo era molto difficile e pericoloso, ma nello stesso tempo era anche entusiasmante. Sapevo di correre dei grossi rischi, sì, però lo facevo così… mi piaceva quasi, mi piaceva fare queste cose. Poi, ero cosciente dell’importanza di quello che facevamo: avevo conosciuto il “Neri” che mi aveva detto: “Cerca di aiutarci, perché dobbiamo buttar fuori questa gente che ci opprime e basta”.»
Rosalinda conclude la sua testimonianza sottolineando, con il tono di chi ha raggiunto una forte consapevolezza di sé, sia l’importanza del ruolo che le donne hanno avuto nella Resistenza, sia il valore e il significato che la stessa assume per loro, proprio in quanto donne: «Fummo noi – dice Rosalinda –, furono le donne ad aiutare la Resistenza, i nostri partigiani, i quali avevano bisogno di tutto e non potevano scendere dalle montagne, allora eravamo noi a salire. Eravamo noi che vivevamo in mezzo alla paura, altro che storie! La donna ha acquistato più valore con la Resistenza, rispetto a prima, perché ha lottato anche lei come l’uomo.»
Tuttavia, è anche cosciente della scarsa considerazione che le donne hanno ottenuto: «Per noi donne, però, non c’è stato alcun riconoscimento dopo, né da parte di chi governava né quasi sempre neppure da parte degli interessati. La maggior parte delle donne, al massimo, è stata riconosciuta con la qualifica di “benemerita”, un riconoscimento solo morale, del tutto inadeguato ai rischi ed ai sacrifici che avevamo sopportato.»
Rosalinda Zariati con Renzo Pigni sul palco del 25 aprile 2013.
[FC – ecoinformazioni]
La vita vissuta è il titolo di un volumetto recentemente pubblicato dall’Istituto di Storia Contemporanea di Como, la vita vissuta è quella di Ernesto Maltecca, ultranovantenne ancora in gamba che ha attraversato il Novecento e le sue durezze senza mai abbandonare i suoi ideali.

La vita vissuta è stata presentata sabato pomeriggio 12 dicembre 2015 nel Centro Congressi Medioevo di Olgiate Comasco, patria di elezione di Ernesto Maltecca, che vi giunse ad appena sette anni di età, emigrante “interno” da un paese della Bergamasca, alla ricerca, con la sua famiglia, di una vita meno misera.
Olgiate è stata lo scenario di questa vita intensa e si è stretta, sabato, con molto affetto intorno ad Ernesto e al racconto della sua vita: la sala era gremita da molte persone, anziane e giovani, desiderose di condividere, ancora una volta, un pezzo di storia.

È toccato a Maria Rita Livio, prima cittadina di Olgiate, ricordare il ruolo centrale di Ernesto Maltecca nella vita democratica del paese; Franca Maltecca, figlia di Ernesto, ripercorrendo il lavoro che ha portato alla realizzazione del libro, ha ricordato della prima scoperta di quel quadernetto su cui Ernesto, subito dopo la guerra, aveva annotato le sue vicende e i suoi ricordi e che non avrebbe voluto farle leggere per i “passi scabrosi”. Al centro della pubblicazione c’è infatti la narrazione autobiografica manoscritta (efficacemente portata avanti in terza persona) della propria “vita vissuta”, completata poi dagli eventi del dopoguerra, grazie al paziente lavoro di dialogo della figlia.
Giuseppe Calzati, presidente dell’Istituto di Storia Contemporanea di Como “Pier Amato Perretta”, e Alessandro Tarpini, segretario della Camera del Lavoro di Como, hanno ripercorso le diverse vicende raccontate da Ernesto, dall’originario cammino di trasferimento verso Olgiate, al periodo di lavoro in Germania durante gli anni del fascismo, fino alla breve esperienza resistenziale e poi all’adesione al Partito Comunista e al successivo impegno politico e sindacale, condotto nelle aree ancora prevalentemente agricole intorno a Olgiate. Di Ernesto Maltecca sono state sottolineate le doti di impegno e di disponibilità, di rispetto degli avversari e di indipendenza di giudizio, che l’hanno messo al centro per molti decenni della vita politica olgiatese (lo stesso Alessandro Tarpini ha ricordato come anche lui si ritenga un “figlio” politico di Maltecca, forgiato in interminabili riunioni nella fredda e fumosissima sezione del Pci olgiatese).
Una testimonianza quindi che propone con sincerità e freschezza un pezzo fondamentale della recente storia italiana, al di fuori di qualsiasi retorica di maniera.
Al termine dei discorsi, le numerose richieste di dediche personali sui volumi – tutte meticolosamente pensate a misura dei presenti – hanno reso evidente quanto sia stretto il rapporto che lega Ernesto alla gente intorno. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

Ernesto Maltecca, con la collaborazione della figlia Franca, La vita vissuta, NodoLibri, Como 2015, 120 pagine, 12 euro, edito dall’Istituto di Storia Contemporanea di Como, con il sostegno della Camera del Lavoro di Como e il Sindacato SPI Cgil di Como e con il patrocinio del Comune di Olgiate Comasco.




Presentazione del volume sabato 12 dicembre alle 17 nella Sala civica di Villa Ceriani, in via Foscolo 23 a Erba (ex Villa Comunale di Crevenna) alle 18, nella Sala Annoni, inaugurazione della mostra di cartoline Saluti da Erba-Incino. Per informazioni tel. 031.3355341, e-mail museoerba@libero.it.