Resistenti e Resistenza all’Istituto di storia contemporanea

Eco-Roberta01

All’Istituto di Storia contemporanea “Pier Amato Perretta” di Como il 14 marzo, per il ciclo di incontri sulla storiografia locale, ha parlato la storica e ricercatrice Roberta Cairoli. Il libro Nessuno mi ha fermata – Antifascismo e Resistenza nell’esperienza delle donne del comasco 1922-1945 [NodoLibri, 2005], come ha dichiarato Patrizia Di Giuseppe, «rappresenta una valida ricerca sia per le fonti scandagliate, sia per la modalità narrativa usata». È stato un incontro diverso dai precedenti per la metodologia utilizzata, quella dell’intervista, in cui Patrizia Di Giuseppe ha indirizzato l’autrice nel raccontare le storie presenti all’interno del libro. La scelta di opporsi al regime, per le donne, ha rappresentato la voglia di uscire dalla guerra;  in alcune il sentimento antifascista è stato alimentato all’interno della famiglia. Scegliere di porsi contro il regime, per una donna, è diverso che per un uomo, perché significa trasgredire e superare i codici della società. Questo permette alla donna uno slancio in autonomia e libertà, ma anche forme di sospetto da parte di quelli che dovrebbero essere i propri compagni di lotta. Partendo dalle antifasciste della prima ora, Roberta Cairoli è arrivata a spiegare il maternage di massa, già proposto come categoria storica da Anna Bravo, per cui il ruolo materno, con la sua peculiarità di cura, viene esteso alla sfera pubblica. Dopo l’8 settembre, le donne aiutarono gli uomini a spogliarsi dagli abiti militari per la grande diserzione; da quel momento in poi, hanno sfamato, accudito, nascosto e si sono mosse nella resistenza civile, interpretata come lotta di opposizione al fascismo. La resistenza è stata la lotta per uscire dalla guerra e le donne, in modo diffuso, hanno rifiutato la guerra con modalità non violente. Il loro ruolo è stato assolutamente indispensabile alla guerra partigiana, poiché hanno coinvolto altre donne tessendo rapporti solidali, dando così un valore politico alle relazioni personali. Anche loro hanno pagato la loro scelta con la clandestinità, la condanna, il carcere e la morte. La resistenze delle donne è stata trasversale ad ogni ceto sociale, dalle operaie alle borghesi.
Tra i documenti analizzati, la ricercatrice ha tenuto a parlare dell’importanza del Casellario politico centrale, dove venivano schedati i sovversivi. Le schede relative alle donne comasche sono limitate, ma fanno comprendere il grado di pervasività totalizzante del regime, che controllava amicizie, letture, archiviava gli stenogrammi degli interrogatori e le fotografie. Si pensa spesso che donne e armi siano incompatibili, in quanto in contrasto con la maternità; ma le donne narrate nel libro raccontano della domesticità, della seduzione, della femminilità usate come armi per depistare il nemico. Anita Pusterla, Francesca Ciceri e Ginevra Bedetti Masciadri sono solo alcune delle donne che vengono raccontate nel loro agire. Alcuni espedienti: mettevano le armi nel passeggino del figlio, avevano borse con il doppio fondo, cambiavano colore dei capelli, inserivano i bigliettini, che recavano informazioni segrete, nei gomitoli di lana. E per chi ancora fatica a comprendere, e crede che il loro ruolo fosse marginale, di retrovia: le gappiste fungevano da informatrici, studiavano le abitudini dei fascisti, indicavano i luoghi degli incontri, agivano con scaltrezza. La veloce conclusione si è concentrata su una delle storie più controverse del territorio: la Gianna e il Neri, vicenda che ha spaccato l’Anpi e che meriterebbe più che un resoconto veloce dei fatti, e sembra negli interessi dell’Istituto, ridare spessore ad una vicenda ancora non chiarita. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

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