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Arte+musica/ A Chiasso un secolo di jazz

La musica è da ascoltare, ma spesso anche da vedere. Il jazz, in particolare, ha una fortissima valenza visiva, determinata non solo dalla potenza delle performances dei vari musicisti sui palco, ma anche da tutti gli aspetti comunicativi connessi a questa forma di espressione sonora.

Non ci si può quindi stupire se, tra tutti i generi musicali, il jazz è forse quello a cui più frequentemente sono dedicate esposizioni.

Questa è la volta dello Spazio Officina di Chiasso che celebra il centenario della prima incisione discografica di un’orchestra dixieland proponendo un’ampia selezione di immagini e oggetti: fotografie, copertine di dischi, manifesti, filmati e documentari, fonografi, giradischi e qualche strumento musicale. La varietà della proposta visiva è forse la caratteristica saliente della mostra, che stimola diverse riflessioni proprio secondo i materiali presentati.

La parete d’ingresso, per esempio, è dedicata al centenario della prima incisione discografica, realizzata a New York dall’Original Dixieland Jass Band, un complesso di New Orleans guidato dal trombettista italo-americano Dominic James “Nick” La Rocca. E il fatto che il primo documento registrato di questo genere musicale considerato l’espressione più alta della cultura afroamericana sia opera di un’orchestra bianca (così come bianchi sono tutti i musicisti ritratti nelle fotografie che aprono la mostra di Chiasso) non può non suscitare qualche riflessione. Il jazz, in effetti, è musica meticcia per eccellenza, in cui gli apporti di tutte le culture importate nel continente americano (e non solo quelle “deportate” dall’Africa) svolgono un ruolo significativo; ma non si deve nemmeno dimenticare che questa musica, da subito immessa nel e condizionata dal circuito discografico-commerciale, si è spesso dovuta confrontare con dinamiche di esclusione che hanno fatto sì che fino a tempi recenti le più dirette espressioni della cultura popolare (afroamericana in particolare) siano state marginalizzate a vantaggio delle versioni un po’ più “educate”. Non è quindi un caso che la prima incisione jazz sia “bianca” e che il primo film sonoro The Jazz singer metta in scena la passione di un “bianco” per il jazz fino al punto da travestirsi da “nero”. D’altra parte questa musica ha generato una grande fascinazione sulla cultura europea, con numerosi esempi di incontro fra tradizione “classica” e modelli musicali jazz. E, ancora, ha intrattenuto con la cultura afroamericana una relazione dinamica, fino al punto che alcuni musicisti avrebbero voluto abbandonare la dizione “jazz” per adottare quella di “great black music”.

Ovviamente, tutti questi discorsi, e altri ancora, restano sottotraccia nell’esposizione di Chiasso, ma possono effettivamente fare da sfondo alla visione delle centinaia di copertine di dischi e delle decine di fotografie. In particolare, le copertine meritano una considerazione che non si limiti al compiacimento estetico (alcune, peraltro, sono davvero di una straordinaria qualità) ma ricerchi gli elementi espressivi dell’incontro di tante culture e tante esigenze diverse. Ci si può applicare per esempio a trovare i punti di incontro tra le avanguardie musicali e visive (Josef Albers, tra gli altri, sperimentò in più di un progetto grafico una sorta di trascrizione visuale del ritmo musicale), ma anche quelli tra culture popolari (tra i grafici italiani è nota l’opera di Guido Crepax, più conosciuto dal grande pubblico per le sue storie a fumetti, dove peraltro spesso sono distribuiti richiami al jazz che evidentemente l’architetto-disegnatore amava moltissimo), oppure ancora tra esigenze commerciali e aspirazioni culturali. Ma non bisogna mai dimenticare che queste immagini sono le “copertine” delle musiche, e quindi ci si può divertire a cercare i rapporti tra generi musicali e grafici (alcuni artisti e alcune collane discografiche, per esempio, decisero una propria linea particolarmente individuabile).

Di fronte alle copertine e ai manifesti sono presentate le immagini fotografiche di Roberto Polillo (collaboratore del padre Arrigo, uno dei più noti critici jazz italiani) e di Maurizio Ruggeri: anche qui la varietà degli approcci e degli esiti è notevole.

Per finire una piccola raccolta di documenti sonori-visivi e di strumenti musicali, tra cui non mancherà di suscitare interesse la fisarmonica di Gorni Kramer, notissimo per le sue esibizioni televisive dei decenni passati, ma altrettanto importante per la sua opera di promozione del jazz in Italia (e non si dovrebbe fare a meno di chiedersi qualcosa sul rapporto ideale tra questo strumento così poco “africano” ma così tanto popolare e la musica jazz).

In mostra c’è quindi un pezzo significativo della cultura della contemporaneità, assai meno estemporanea di quanto il titolo potrebbe far credere.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Un secolo di jazz. La creatività estemporanea
Spazio Officina
Chiasso, via Dante Alighieri 4

19 marzo – 30 aprile 2017

Orari: martedì-venerdì ore 14.00-18.00, sabato-domenica 10.00-12.00 14.00-18.00, lunedì chiuso
Ingresso: CHF/Euro 7.-, ridotti CHF/Euro 5.-

Informazioni: http://www.centroculturalechiasso.ch

18 marzo/ Tgp: Il postino di Salinas

Per la Giornata mondiale della poesia, sabato 18 marzo alle 21, il TeatroGruppo Popolare presenta il recital Il postino di Salinas. Da un’idea di Pietro Berra. Drammaturgia e regia di Giuseppe Adduci,  con Cosetta Adduci e Olga Bini.

Sul palco della Piccola Accademia di via Castellini 7 a Como, si alterneranno le poesie di Pedro Salinas e le risposte di cinque poetesse contemporanee, Donatella Bisutti, Flaminia, Isabella Leardini, Mirna Ortiz Lopez, Carla Saracino che hanno dato voce alle risposte di Katherine R. Whitmore, l’amore clandestino e epistolare del poeta spagnolo Salinas . Le poesie saranno inserite in una storia ispirata al portalettere del racconto Ricordo di un poeta di DinoBuzzati e da spezzoni cinematografici e teatrali.

Ingresso a offerta libera.

Arte/ Da Como all’universo passando per l’Europa

 

La proposta espositiva artistica di Como in questo periodo potrebbe andare sotto il titolo: da Como all’universo, passando per l’Europa. Fino al 2 aprile sono infatti visibili al pubblico due interessanti mostre che davvero evidenziano il rapporto tra locale e globale, in modo non banale.

Allo spazio Antonio Ratti (ex chiesa di San Francesco) si può visitare la Biennale d’arte contemporanea dedicata alla “Jeune Création Europeenne”, dal titolo Oppurtunity Knocks only once (ovvero: L’opportunità bussa una sola volta). Si tratta di una mostra itinerante che, sull’arco dei due anni canonici, visita alcuni paesi europei, di cui propone un’esemplificazione di tendenze elaborate dalle più giovani generazioni creative. Certo, lo sguardo non è completo: dei paesi europei sono presenti – oltre all’Italia – Francia, Spagna, Portogallo, Danimarca, Polonia e Lettonia; la tappa italiana è fissata a Como proprio perché da Como, a seguito della manifestazione Co.Co.Co. (Como Contemporary Contest), sono venute le scelte degli artisti italiani da inserire. A fronte di questa esplicita parzialità, l’esposizione propone uno spaccato abbastanza articolato del panorama artistico contemporaneo, visto dalla prospettiva giovanile. C’è quasi tutto: ripresa della figurazione tradizionale, informale, astratto geometrico, fotografia, video, installazioni; ma molte proposte sono tutt’altro che banali o scontate e anzi è possibile scorgervi la freschezza di uno sguardo diverso (magari un po’ naïve) e una promessa di sviluppi inediti.

Semmai una nota di biasimo merita la maggior parte dei testi “nazionali” di presentazione, scritti in critichese stretto, o addirittura sul filo del puro non sense (segnalo, da questo punto vista, l’attacco della presentazione portoghese, ma forse si trattava di un’opera d’arte anch’essa… sulla scia della dell’assurdo di Ionesco).

Al Broletto, sempre fino a 2 aprile, la personale di Emilio Alberti allarga la prospettiva sia in una direzione che nell’altra. Infatti, Alberti è artista profondamente legato alla scena locale, ma contemporaneamente apre su una visione ideale, che aspira addirittura ad essere cosmologica.

Le “vertigini” del titolo, infatti, si volgono sia alle profondità che alle altezze: sono gorghi, ma anche spirali a salire, e i cerchi nell’acqua sono frutto di rimbalzi di un sasso immaginario che metaforicamente potrebbe rappresentare quasi tutto. Tra aria e acqua (i temi da sempre preferiti e approfonditi nella ricerca di Emilio Alberti), c’è uno spazio di libera elaborazione che passa dalla rappresentazione all’astrazione, dal realismo all’informale. Particolarmente efficaci sono le esemplificazioni della Biblioteca di Babele, “volumi” idealmente riassuntivi di pezzi di realtà, non ignari della lezione di Bruno Munari, e delle sue “sculture da viaggio” (i “volumi” sono anche delle “scatole”.

Un percorso che prossimamente troverà anche un richiamo stabilmente pubblico, con la realizzazione di un’opera in ceramica sul lungolago di Dongo, ovviamente dedicata ai Rimbalzi sull’acqua.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Un aspetto dell’allestimento della Biennale d’arte contemporanea

Una delle opere della sezione italiana

Una veduta dell’allestimento della mostra di Emilio Alberti al Broletto

Uno dei “volumi” della Biblioteca di Babele

Un momento della performance del sassofonista Filippo Casati durante l’inaugurazione

(nella sua tasca, la cartolina di Cactus!)

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Spazio Ratti (ex chiesa di San Francesco)
Como, viale Spallino 1

12 marzo – 2 aprile 2017

Orari: martedì-domenica ore 10.00-12.30, 14.30-18.00, lunedì chiuso
Ingresso libero

Informazioni:

http://www.visitcomo.eu

 

Emilio Alberti – Vertigini
Broletto
Como, piazza del Duomo

12 marzo – 2 aprile 2017

Orari: martedì-venerdì ore 15.00-18.00, sabato-domenica ore 10.30-12.30, 15.00-18.00, lunedì chiuso
Ingresso libero

Informazioni:

http://www.emilioalberti.it

 

 

14 e 15 marzo/ Revolution allo Spazio Gloria

Per la rassegna La grande arte al cinema, martedì 14 e mercoledì 15 marzo alle 21, lo Spazio Gloria di Arci Xanadù propone Revolution – la nuova arte per un mondo nuovo di Margy Kinmonth. In occasione del Centenario della Rivoluzione Russa, l’arte stupefacente della Russia post-rivoluzionaria attraverso l’opera di alcuni dei suoi artisti più celebri e amati. Ingresso 10 euro, rodotto soci Arci 8 euro. Prevendite dipsonibili sul sito www.spaziogloria.com

Arte/ Due piccole mostre da vedere alla Pinacoteca Züst di Rancate

In occasione del secondo centenario della morte di Giacomo Quarenghi, la Pinacoteca Cantonale Züst di Rancate dedica al grande architetto bergamasco protagonista del rinnovamento dell’architettura russa durante il regno di Caterina II una piccola mostra originale.

Al centro dell’attenzione sono infatti i disegni della cerchia quarenghiana conservati nelle raccolte degli architetti ticinesi: questo significa sostanzialmente arrivare all’opera dell’architetto passando per gli artefici ticinesi che furono gli esecutori (e a volte i “traduttori”) dei suoi disegni in opere architettoniche.

Dato il rapporto strettissimo tra il progettista e gli artefici, si hanno a disposizione anche documenti piuttosto particolari, come l’Album Rusca Grimani, donato nel 1795 dall’architetto Luigi Rusca all’ambasciatore uscente della Repubblica di Venezia Zampiero Grimani (oggi conservato nell’Archivio del Moderno di Mendrisio), in cui è incluso il disegno raffigurante il prospetto dell’edificio progettato per accogliere, nel complesso dell’Ermitage di Sanpietroburgo, la copie delle logge vaticane di Raffaello, oppure l’incisione raffigurante la Borsa di Sanpietroburgo, direttamente commissionata da Quarenghi all’incisore ticinese Giacomo Mercoli.

La serie di disegni permette non solo di apprezzare le differenze di segno e di stile tra Quarenghi e i suoi collaboratori, ma anche particolari declinazione del disegno di Quarenghi secondo le diverse esigenze: particolarmente interessanti, da questo punto di vista, sono i disegni di un muro di confine, dove la semplicità del manufatto architettonico è compensata dall’inserimento di figurine, così da animare la veduta.

Nonostante la sua essenzialità (l’esposizione è allestista nel solo grande locale al piano terra della Pinacoteca), è un’occasione non comune di cogliere le dinamiche stilistiche e comunicative di un gruppo di artefici che hanno contribuito alla costruzione di una delle grandi capitali culturali d’Europa a cavallo tra vecchio e nuovo regime.

Il pubblico del museo ticinese non deve nemmeno perdere l’altrettanto significativa piccola mostra dedicata a Madre triste, dipinto di Luigi Rossi recentemente acquisito dalla Pinacoteca. L’opera, esempio particolarmente significativo di quel realismo sociale diffuso in ambiente lombardo tra la fine dell’Otto e l’inizio del Novecento. Per evidenziare il contesto culturale in cui il dipinto si colloca, sono state riunite nell’ammezzato del salone, altre opere e testimonianze artistiche dell’epoca, tra cui il bellissimo quadro intitolato Alveare, ritratto di bambina in una casa di ringhiera milanese. Si riesce così a illuminare un momento tanto drammatico quanto fecondo che vide la nascita del socialismo umanitario e delle iniziative assistenzialiste, non solo nella metropoli milanese, ma in tutto il territorio lombardo (Como compresa).

Le due esposizioni di Rancate, nella loro misura ed efficacia, sono un ottimo esempio di come si possa dedicare, anche con spazio ridotto, attenzione intelligente ad argomenti diversi, cercando il dialogo col pubblico non necessariamente specializzato.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

Giacomo Quarenghi (1744-1817) nelle raccolte grafiche degli architetti ticinesi
a cura di Nicola Navone

La Züst dopo Züst: Luigi Rossi, Madre triste, 1909 circa
a cura di Matteo Bianchi


Pinacoteca cantonale Giovanni Züst
Rancate

5 marzo – 17 aprile 2017

Orari: martedì-domenica ore 9.00-12.00, 14.00-17, lunedì chiuso
Biglietti: Intero: CHF/Euro 10.- Ridotto: CHF/Euro 8.-

Informazioni:

http://www.ti.ch/zuest

 

Giacomo Quarenghi, Fronte dell’edificio per le Logge di Raffaello all’Ermitage

Luigi Rossi, Madre triste

In mostra/ Sculture come seta

I tessuti dialogano con il marmo e il legno al Museo della Seta di Como, nella mostra inaugurata il 1° marzo e dedicata alle opere di Bruno Luzzani.

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Scultore di Pognana Lario, da sempre profondamente intriso delle tradizioni locali (che comprendono sia il lavoro del tessile che quello della pietra), Luzzani è dotato di una grande capacità nel trattamento della materia, cosa che gli consente veri e propri virtuosismi di modulazione delle forme: non poteva dunque sottrarsi alla tentazione di gareggiare con la morbidezza e la flessuosità della seta. In mostra, quindi, opere in marmo, pietra di Moltrasio e legno stratificato, in cui le pieghe, i panneggi, i nodi, le texture di superficie rivaleggiano con quelle dei tessuti e degli abiti. Blocchi di marmo ridotti allo spessore di pochi millimetri e “piegati” alle idee dell’artista, pietre moltrasine lucidate fino a trasformarle in smaglianti piani neri screziati di bianco, materiali “artificiali” e “naturali” al tempo stesso, come i legni stratificati della Tabu di Cantù, usati per modulare i volumi con il ritmo della materia. Il pubblico, accorso numeroso all’inaugurazione, stupisce e apprezza: per una volta guarda gli abiti come fossero sculture e le opere d’arte come si potessero indossare. Anche senza la colta introduzione del critico d’arte (e assessore) Luigi Cavadini, la mostra si può visitare fino al 16 maggio e approfittarne per conoscere la ricca offerta culturale del Museo della Seta, che – anche se sembra impossibile! – molte persone del circondario continuano a ignorare.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

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Alcune opere esposte al Museo della Seta di Como.

12 febbraio/ Inaugurazione della sala Eli Riva a 10 anni dalla sua morte

Il 12 febbraio 2007 moriva lo scultore comasco Eli Riva: per ricordare i dieci anni trascorsi dalla sua scomparsa, l’Associazione nata in suo nome con la finalità di valorizzare la sua opera lavorativa ha portato a termine il restauro dello studio in cui lo scultore ha operato per ben  trent’anni.

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Domenica 12 febbraio, alle ore 16, si inaugura una sala che va a completare l’allestimento della collezione museale permanente – già aperta al pubblico in via Masaccio 2 a Como (Casate) – che raccoglie in un percorso ragionato e organico tutte le fasi della ricerca artistica di Eli Riva attraverso l’insieme delle opere, sculture e disegni, rimaste in possesso della famiglia.
La Sala Riva è stata concepita dall’associazione e dagli eredi dello scultore come luogo per eventi culturali o per giornate di studio e di riflessione, un luogo dunque da porre al servizio della comunità culturale cittadina, secondo una linea di servizio che tiene vivo idealmente anche lo spirito umanista dello scultore.
La sala conserverà la biblioteca dello scultore, insieme ai suoi attrezzi, lasciati esattamente nella posizione in cui li teneva l’artista, ordinati e pronti per il lavoro. Particolare importanza  storica rivestono gli strumenti per il cesello, in quanto ogni cesellatore doveva realizzarseli personalmente uno a uno. Salvata dal tempo è anche una riproduzione della sua mano in cera, che Eli Riva fece forse consapevole dell’importanza delle sue mani, da artigiano che sapeva lavorare ogni materiale.

L’inaugurazione della Sala Riva  sarà animata da un evento espressamente dedicato all’artista comasco, con le poesie di Pietro Berra e le scatole poetiche di Alcide Gallani; durante il pomeriggio  sarà visitabile, accanto alla Sala, il Museo Riva.

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L’intero percorso artistico dello scultore è esposto nel sito www.eliriva.it
Per informazioni e prenotazioni di visita al Museo Eli Riva  associazione.eli.riva@virgilio.it oppure 393 7513380.

Il restauro e l’allestimento di Museo e Sala Riva sono ad opera di Chiheb Ben Chaabane.

Il catalogo della mostra di Villa Olmo 2015 è disponibile in sede, insieme a un piccolo volume sull’opera grafica di Eli Riva, edito in occasione di una mostra di disegni realizzata nel 2009.

Mostre/ A Lugano Meret Oppenheim donna dell’arte

La nuova mostra del Museo d’Arte della Svizzera italiana, al LAC di Lugano, è dedicata a Meret Oppenheim, grande artista che ha attraversato, col suo operare e il suo sguardo di donna, gran parte delle avanguardie del Novecento.

Nell’esposizione luganese, in realtà, la considerazione di genere, con l’obiettivo esplicito di conferire la giusta importanza al ruolo femminile in campo artistico, si coniuga con un omaggio di sapore locale poiché l’artista, berlinese di nascita, ma elvetica per parte di madre, risiedette a lungo a Carona, passandovi non solo periodi di vacanza, ma anche una buona parte dell’ultimo periodo della sua vita, e lì creando, in un piccolo studio appositamente allestito, non poche opere.

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Il ruolo di Meret Oppenheim nell’arte contemporanea è centrale, ma ciononostante ancora sottovalutato: arrivata giovanissima (poco più che diciottenne) nella Parigi degli anni Trenta, fonte di gran parte delle sperimentazioni moderne, si lega al gruppo degli artisti d’avanguardia, aderendo poi al surrealismo. In quell’ambiente attraversa molti ruoli: è artista, ma anche musa ispiratrice e modella. In effetti nella cerchia dell’avanguardia parigina la presenza femminile è sempre forte, ma assai controversa e spesso relegata in posizioni di secondo piano (basti pensare alle storie personali di Dora Maar e Lee Miller, percepite quasi unicamente come affascinanti modelle o compagne, rimuovendo la loro autonoma elaborazione); per evidenziare, viceversa, il rapporto dialettico tra Meret e i suoi colleghi, maschi, già affermati e magari già attempati, la mostra mette “in dialogo” le opere dell’artista con quelle di altri esponenti dell’avanguardia, Marcel Duchamp, Man Ray (che la ritrasse in straordinarie fotografie accanto al torchio da stampa di Louis Marcoussis), Hans Arp, Max Ernst, René Magritte. E con tutta evidenza, il confronto è equilibrato, la sua “fresca” lettura surrealista della realtà non sfigura affatto in rapporto a quelle di tanti “maestri”; la sua arte nelle varie declinazioni (disegno, pittura, scultura, fotografia, performance) si colloca sul proscenio di molte elaborazioni successive. E l’esposizione evidenzia quindi il lascito fecondo dell’opera di Meret Oppenheim, operante fino ad anni recentissimi (significativo è, per esempio l’accostamento con un’opera di Mona Hatoum: le tazzine gemelle siamesi che si rifanno da un lato alla famosa tazza da colazione “impellicciata” e dall’altro alle calzature saldate in punta).

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Le opere sono quindi presentate in una sequenza complessa, organizzata per assonanze tematiche (in cui non è difficile cogliere un implicito riferimento alle libere associazioni surrealiste, in qualche modo innervate dal pensiero psicanalitico) e distribuita con ritmo pausato sulle pareti del LAC: un’esposizione che il curatore Guido Comis ha definito “non ridondante” e che risulta assai suggestiva e stimolante. La maggior parte delle opere è in effetti poco nota e si presta a più di una riflessione (certo, come è stato notato, manca l’originale di Le déjeuner en fourrure, “La colazione in pelliccia”, che del lavoro di Meret Oppenheim è sicuramente l’esempio più noto – in mostra evocata dalla fotografia che ne fece nel 1936 Man Ray –, ma il boccale-scoiattolo quasi quasi vale il cambio…). Evocative del clima divertito e al tempo stesso tenebroso di quegli anni sono le maschere originali utilizzate nel corso delle feste di carnevale a Berna e Basilea, che si accompagnano alla sezione di ritratti (in fotografie e in dipinti) dell’artista.

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Non mancheranno per altri versi divagazioni in libertà, nel più puro stile surrealista. A chi scrive è capitato nella visita seguita alla conferenza stampa, di fronte al Tavolo con le zampe di uccello, di cogliere al volo una battuta “Ah sì, certo, ce l’ho anch’io”. Meret Oppenheim ne avrebbe sicuramente gioito.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

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Meret Oppenheim

Opere in dialogo da Max Ernst a Mona Hatoum

a cura di Guido Comis con la collaborazione di Maria Giuseppina Di Monte

LAC Lugano Arte e Cultura

piazza Luini 6, Lugano

12 febbraio – 28 maggio 2017

 

Orari: martedì-domenica ore 10.00-18.00,  giovedì fino alle 20.00, lunedì chiuso

info: www.luganolac.ch

 

Ingresso alle esposizioni temporanee

Intero: CHF/Euro 15.-

Ridotto: CHF/Euro 10.-

Gratuito ogni prima domenica del mese

L’arte al cinema per diffondere sapere

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Riuscire a racchiudere l’Arte nella settima arte: sembra questa la nuova frontiera della diffusione culturale di massa e anche un antidoto intelligente alla crisi dei cinema. Va in questa direzione il progetto della compagnia cinematografica Nexo digital, che da due anni propone La grande arte al cinema, una rassegna dedicata ad alcune tra le maggiori opere del patrimonio artistico mondiale e ai loro autori portando il pubblico “al museo” grazie alle ricostruzioni narrative basate sulle lettere degli artisti e agli effetti visivi dati dal 3d e dal 4k, l’ultra hd.

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Mostre/ L’antichità e la modernità di Winckelmann al m.a.x. museo di Chiasso

Tra le personalità storiche che hanno contribuito a modellare l’idea stessa di cultura e di arte sull’orizzonte europeo, Winckelmann gode sicuramente di un posto preminente, talmente importante da essere passato anche a livello scolastico, così che l’abbinamento tra il suo nome e l’arte classica, se non proprio popolare può essere considerato abbastanza diffuso.

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Angelika Kauffmann, Ritratto di Winckelmann

 

Johann Joachim Winckelmann raggiunse questo risultato nel corso di una vita di studio abbastanza breve (nato nel 1717, morì a soli cinquantuno anni, ucciso durante un tentativo di furto), anche se assai intensa (le sue opere, nella prima collezione completa pubblicata in lingua italiana, riempiono ben dodici volumi). Accanto alle sue opere più note, che – appunto – hanno contribuito in maniera determinante a costruire la metodologia storica, ce ne sono alcune che sono rimaste a margine, anche perché considerate incompiute; tra queste, i Monumenti antichi inediti, imponente rassegna visiva sull’arte classica, cui è dedicata la mostra del m.a.x. museo di Chiasso che si apre sabato 5 febbraio 2017. L’opera si presta a un’esposizione proprio per il suo carattere di raccolta di immagini (208 quelle effettivamente inserite nei primi due volumi, ma lo studioso avrebbe voluto dar seguito all’opera con almeno un ulteriore tomo): un progetto straordinariamente moderno e pienamente inserito nel clima culturale dell’epoca, che negli stessi anni conosce la realizzazione delle tavole illustrative dell’Encyclopedie di Diderot e d’Alembert.

Nella mostra, curata da Stefano Ferrari, vicepresidente dell’Accademia Roveratana degli Agiati e tra i più importanti studiosi di Winckelmann in Italia, e da Nicoletta Ossanna Cavadini, direttrice del m.a.x. museo di Chiasso, sono esposte tutte le tavole predisposte per la pubblicazione, insieme a numerosi esemplari delle varie edizioni dell’opera, pubblicate tra Sette e Ottocento, e molti volumi di altri autori a dimostrazione della profonda influenza di quest’opera (e, più in generale, del pensiero winckelmanniano) sulla cultura dell’epoca. In più l’esposizione accosta alcuni reperti originali, messi a disposizione dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, partner nell’organizzazione della mostra, in modo che si possa con immediatezza verificare i criteri di traduzione dalla realtà dei “monumenti” all’immagine disegnata, che è ovviamente radicalmente “diversa” e fortemente interpretativa. Infine, c’è anche una piccola sezione per così dire biografica, in cui sono presentati alcuni ritratti di Winckelmann, tra cui una copia di quello dipinto da Angelika Kauffmann (altra personalità fondamentale per comprendere il cambio di paradigma nella valutazione della cultura classica), questa volta sul piano del concreto fare artistico).

L’esposizione di Chiasso è dunque un percorso di ricerca assai approfondito (che presenta molte opere poco note, e alcune addirittura inedite), dedicato a uno snodo centrale del percorso che dalla riscoperta e dalla rivalutazione dell’antichità conduce alla piena modernità: se ne coglie il riflesso proprio nel gigantesco sforzo di “promozione” e di “comunicazione” insito nell’operazione editoriale di Winckelmann, che per il suo obiettivo mise all’opera una squadra di disegnatori e incisori, e si fece produttore in senso stretto (la prima edizione, in effetti, uscì dai torchi “a spese dell’autore”). Certo, la mostra non è facile: la serie di fogli stampati, intercalati con parecchie matrici originali, è opera di studio, e concede assai poco alla fantasia; la maggior parte dei disegni ricade nella categoria del rilievo, piuttosto che in quella dell’illustrazione. D’altra parte, basta lasciarsi prendere dal piacere del dettaglio o, se si preferisce, dalla sete di conoscenza dell’ideatore per apprezzare il senso complessivo dell’operazione, e le curiosità non mancano. In qualche caso, per esempio, l’obiettivo di documentare appieno un’opera induce alla realizzazione di numerose “riprese” da differenti punti di vista: il nostro modo “totale” di guardare (che ci sembra nato con i moderni mezzi di riproduzione e con la loro diffusione via web) trova evidentemente qui la sua origine.

Come ormai ci ha abituato il m.a.x. museo, alla mostra sono affiancati varie occasioni di approfondimento e di incontro: concerti, visite guidate, conferenze, laboratori per i più piccoli.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

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Tre vedute dell’allestimento della mostra di Chiasso

 

J.J. Winckelmann (1717-1768)

I “Monumenti antichi inediti” – Storia di un’opera illustrata

a cura di Stefano Ferrai e Nicoletta Ossanna Cavadini

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via Dante Alighieri 6, Chiasso

5 febbraio – 7 maggio 2017

 

Orari: martedì-domenica ore 10.00-12.00, 14.00-18.00, lunedì chiuso

info: 0041 91 695 08 88, info@maxmuseo.ch, http://www.centroculturalechiasso.ch

 

Ingresso

Intero: CHF/Euro 10.-

Ridotto (AVS, AI, studenti, TCS, TCI, FAI SWISS, FAI, convenzionati): CHF/Euro 7.-

Scolaresche e gruppi di minimo 15 persone: CHF/Euro 5.-

Metà prezzo: Chiasso Card

Gratuito: bambini fino a 7 anni, giornalisti, Passaporto Musei svizzeri, ICOM, Visarte, Aiap, associazione amici del m.a.x. museo

 

 

 

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