arte

Musei, sogni e realtà

Un giorno e mezzo (il 4 e il 5 maggio, in Pinacoteca, all’Accademia Galli e al Museo Giovio) di discussione e di ascolto sul futuro dei musei, con un occhio ai desideri e l’altro alle esigenze reali. Una prospettiva complessa (giustamente) ma anche a tratti pericolosamente confusiva quando non evidentemente contraddittoria. Così, a Como, si discute dei musei. Già on line sul canale di ecoinformazioni tutti i video di Luca Bedetti dell’iniziativa.

Del resto, che i lavori non sarebbero stati “stretti” sulla realtà era dichiarato degli organizzatori (l’assessorato alla Cultura del Comune di Como e il progetto Musaico) con sincerità fin dal titolo: Il museo che amo è un sogno, e quindi nei numerosi interventi si è sentito di tutto e di più: molte cose intelligenti, parecchie ovvie, alcune insensate e persino qualche sonora sciocchezza, indebitamente intercalata nel discutere di cultura e arte (come quella che “forse la democrazia è adatta solo alle società evolute”, nelle quali ovviamente non si può includere nemmeno quella italiana!).

Scivoloni a parte, l’elenco delle affermazioni di principio è lungo: nei due interventi introduttivi, di Francesco Paolo Campione e Fabio Fornasari, il museo è stato quindi definito come “luogo privilegiato dell’interazione tra l’opera e noi, della pausa e del riposo (cioè “della sedimentazione delle idee e della consapevolezza”); per arrivare a questo sono necessarie alcune condizioni di diverso tipo: “la politica” (poiché i musei sono contenitori di memoria), “la qualità delle collezioni”, “l’efficienza dell’organizzazione” (con un rapporto obbligato tra pubblico e privato), “la qualità del personale”, “gli obiettivi economici e gestionali”, la “visione culturale”. Poi ancora, in controtendenza, dall’altro relatore, il museo è interpretato come “rottura dell’unità spaziale”, come “soglia non chiusa”, come “luogo di produzione delle opere”.

Tutte cose per la maggior parte vere, ma che faticano a trovare la strada per diventare elementi di realizzazione dialettica (e non rigida) in situazioni un po’ meno scontate dei grandi musei, delle grandi città d’arte (o anche di musei medi ma con grandi budget). E allora quando si deve scendere dall’empireo ci si riferisce a un rapporto rigido tra territorio e identità (anche dai grandi esperti è difficile sentire qualche riflessione aggiornata sulle più recenti discussioni al riguardo, e l’identità è incredibilmente sempre un “patrimonio” fisso sepolto nel passato: delle “radici”, appunto, che non vanno da nessuna parte), senza nessuna riflessione sulla scala delle esigenze e delle possibilità (Como non è Firenze, proprio dal punto di vista della qualità e non solo della quantità, così come avere a disposizione 100 mila euro di budget invece di 1 milione non significa solo averne un decimo, cioè poter fare “meno” cose, ma significa proprio cambiare di segno). E quindi è difficile poter seguire i discorsi nel vivo della realtà cittadina, quasi sempre riportata in termini di generalizzazioni approssimate e di maniera. Del resto, il terzo intervento introduttivo della prima giornata si concentra sulla “comunicazione innovativa” o i “social media”, da cui si può apprendere che il vero salto di qualità è quello di comunicare “Uffizi galleries” all’inglese, così ci si apre a tutti (non posso negare che a tratti si rimpiange il vecchio sciovinismo francese capace di far fronte al computer con l’ordinateur).

Sembra solo una battuta, ma se nel ragionare su quali potrebbero essere gli elementi da “spendere” in una “comunicazione innovativa” si torna alla vecchia solfa del “romanico nato a Como” (cioè al mito dei maestri comacini) il dubbio che viene è che si faccia una caricatura del marketing a ruota libera senza preoccuparsi del fatto che ciò che viene promosso perché capace di “appeal” abbia o meno rapporti con la realtà (e, tra l’altro, non essendo capaci di vedere che nella complessità della realtà storica, cioè  – per restare all’esempio citato – nel fatto che il romanico è nato dalla dialettica di tutte le culture mediterranee ed europee, dall’Armenia all’Irlanda, sta proprio il suo elemento più moderno e coinvolgente). E se, dopo aver esaltato i nuovi spazi museali, aperti, flessibili, innovativi, ci si limita a dire che la sala di palazzo Giovio è bellissima, senza avere il coraggio di ragionare su quanto quella sala sia (non certo per sua colpa, visto che è nata come sala da musica di una famiglia nobile del Settecento) “inadatta” e malamente piegata a usi non propri, il rischio è quello che i sogni (ma anche le teorie) facciano da schermo alla comprensione della realtà.

Nel momento di “restituzione” finale del lavoro dei tavoli di venerdì mattina, sono messi in evidenza altri concetti, tutti condivisibili: l’importanza della progettualità e dell’esperienza, dell’accessibilità (in tutti i sensi), della dimensione educativa e interculturale, della vitalità e della novità. E poi ancora: la sostenibilità economica e sociale, la commistione (o contaminazione che dir si voglia) tra museo e città, lo story-telling e lo story-tooling (cioè, per chi non fosse aggiornato sulle ultime novità definitorie, l’uso della narrazione per costruire e non solo per raccontare), la coprogettazione tra pubblico e privato, le esigenze della tempistica, il rapporto tra residenti e turisti.

La sintesi estrema viene da quattro parole, tutte rette dal prefisso co- (di cui si rimarca una singolare assonanza con Co-mo, ma facendo finta di non sapere che quel co- di Como non c’entra nulla), e cioè: competenza, contenuti, coerenza, condivisioni.

È un programma di lavoro impegnativo e tutto da mettere a fuoco, ma va bene così.

Poi, forse cogliendo il rischio di tanto discutere di innovazioni ed economie, Fabio Fornasari – che nei due giorni di lavori si è un po’ assunto il ruolo di bastian contrario – ricorda a tutti che la memoria non si può “chiudere”, nemmeno se i musei sono vecchi e disastrati, nemmeno se sono quelli di Como.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

Già on line sul canale di ecoinformazioni tutti i video di Luca Bedetti della restituzione dei lavori e quelli della candidata sindaca e dei candidati sindaci presenti all’iniziativa del 5 maggio al Museo Giovio.

 

Arte/ Collezioni e ceramiche in mostra a Rancate

Valorizzare il patrimonio artistico locale è, per la Pinacoteca Cantonale Giovanni Züst di Rancate, un impegno costante, che si esplica in tanti modi diversi, capaci di sollecitare curiosità e riflessioni. È oggi il turno di una collezione privata, conservata nella casa di famiglia dello scultore Ivo Soldini a Ligornetto, e mostrata al pubblico per la prima volta.

La raccolta di Soldini non è, come si capisce facilmente, frutto semplicemente del reperimento “sul mercato” di opere più o meno di valore, ma è fortemente connessa con la sua storia personale, con quella della sua famiglia e del territorio. In effetti, per un artista attivo da parecchi decenni (è nato nel 1951), la raccolta di opere artistiche è al tempo stesso un piacere e un dovere: è il modo di tenersi al passo con quanto fanno i colleghi, è il modo di scambiarsi doni e amicizia, è il modo di prolungare i propri interessi anche una volta terminata (o interrotta) la propria fatica. Così nella collezione di Soldini compaiono i maestri (vicini e lontani), i compagni di viaggio e anche gli allievi, tutti “raccolti” (ma sarebbe più semplice dire “ricordati”) nella quotidiana messa in discussione di ogni gerarchia. Se poi a questo si aggiunge che Soldini fa parte di una famiglia da più generazioni attiva nel campo dell’arte, seppure con ruoli diversi, si capisce anche perché la collezione viene da lontano, dal XIX secolo, dai rapporti con Vincenzo Vela e con Antonio Rinaldi, e ovviamente dall’opera degli avi, come Antonio Soldini.

Con tutte queste opere, Ivo Soldini intrattiene un rapporto che non è “di possesso”, ma che incarna una relazione più profonda e passionale. Durante la conferenza stampa di presentazione della mostra, si scherzava sul fatto che l’opera scelta come la più rappresentativa e quindi utilizzata per i materiali di promozione (una Figura femminile sdraiata, in marmo di piccole dimensioni, di Antonio Soldini) è stata consegnata in Pinacoteca da Soldini solo all’ultimo momento, quasi che non se ne potesse staccare, tanto che la direttrice ha proposto che lo scultore se la possa portare a casa ogni sera, salvo riconsegnarla all’esposizione la mattina seguente.

Per questo l’allestimento cerca di riprodurre, pur nella radicale diversità degli spazi a disposizione, i rapporti e il clima dell’esposizione casalinga, accostando opere di differente carattere e formato, quasi a formare fogli di un album familiare.

Particolarmente significativa, non ci dovrebbe essere nemmeno bisogno di sottolinearlo, la selezione di sculture: da Vincenzo Vela a Paolo Trobetzkoy, da Jean Arp a Remo Rossi, da Marino Marini a Giacomo Manzù, da Giovanni Genucchi ad Alexander Zschokke, fino a Mario Negri (una bellissima, piccola Metopa in bronzo) e Ossip Zadkine (uno straordinario Torso di donna accovacciata). Senza dimenticare le opere di Pablo Picasso e di Paul Klee…

In visita alla Pinacoteca di Rancate non bisogna lasciarsi sfuggire nemmeno l’interessante mostra dedicata alla ceramista Raffaella Columberg (1926-2007). Nel suo atelier, insieme alla sorella Cerere, figura di grande rilievo nella sinistra ticinese, ha dato vita a un’arte di estrema apertura, dalla rivisitazione dei modelli tradizionali alla sperimentazione di avanguardia, realizzando opere che a nessun titolo devono essere definite “minori”. La selezione dell’esposizione a Rancate, suddivisa in quattro capitoli (Il quotidiano, La ricerca formale, Arte e storia, La visione intima), restituisce in modo efficace una vicenda artistica centrale per la cultura ticinese della seconda metà del XX secolo.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Alcune vedute dell’esposizione Le stanze svelate:

 

Alcune veduta della mostra dedicata a Raffaella Columberg:

 

Le stanze svelate. La collezione d’arte di Ivo Soldini dai Vela a Marino Marini

a cura di Simona Ostinelli

Fino al 27 agosto 2017

 

Raffaella Columberg (1926-2007) ceramista

a cura di Daniele Agostini

Fino al 20 agosto 2017

 

Rancate, Pinacoteca cantonale Giovanni Züst

Orari: da marzo a giugno martedì-domenica 9-12, 14-17; da luglio ad agosto martedì domenica 14-18

Ingresso: intero CHF/€ 10, ridotto CHF/€ 8

Informazioni: http://www.ti.ch/zuest

 

 

5-21 maggio/ Migrants

Como i profughi alla stazione di San Giovanni

Non solo fotografi, ma persone disponibili a fare la loro parte mentre altri, anche nelle istituzioni,  non fanno neppure ciò che sarebbe doveroso. Sono così Mattia Vacca e Carlo Pozzoni e le loro foto avranno molti effetti preziosi. Il primo per ciò che rappresentano, una realtà sulla quale tutti dovrebbero aprire gli occhi. Il secondo perché le loro foto alla fine della mostra saranno vendute all’asta, e per l’occasione verranno resi disponibili alla vendita anche due quaderni con una foto per ogni autore in copertina. Nel seguito la presentazione della mostra.
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6 maggio / Concerto benefico al Nerolidio per combattere la Cfs

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Per sabato 6 maggio, Amcfs – Associazione malati di Cfs Onlus – ha organizzato un concerto di beneficenza al Nerolidio Music Factory (via sant’Abbondio, 7) di Como, a partire dalle 21.

Nel corso dell’evento, che sarà condotto da Alessio Brunialti de La Provincia,  si esibiranno questi artisti: Incredibly Lovable Combo (dalle 21), ZuiN (21.30), Dilo (22), Amandla (22.30), Mario Bargna (23), Sara Velardo (23.30).

L’offerta minima per persona è di 10 euro, comprensiva di ingresso e prima consumazione. I fondi raccolti saranno devoluti alla ricerca di cause e rimedi per la Cfs (Chronic fatigue syndrome, “sindrome della stanchezza cronica”), una malattia rara e ancora poco nota e, come tale, difficile da diagnosticare e da combattere.

Sponsorizzano l’iniziativa (in ordine alfabetico):  Agrocarni società agricola, At home Como, Bagnocomodo, Bagno Comfort Sagl, il ristorante – pizzeria Eco del Mare e Premier bagno, con il patrocinio di Azienda socio sanitaria lariana e Odm Como e la collaborazione di Amandla e Nerolidio music factory.

Seguiranno articolo e foto di Alida Franchi.

 

29 aprile / Antonio Roma presenta “Oggi è un bel giorno” alla Libreria di Montano Lucino

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Alle 17 di sabato 29 aprile, alla Libreria di Montano Lucino (via Europa Unita, 1/B), sarà presentato il libro di Antonio Roma (Borgomanero, 1992),  dal titolo Oggi è un bel giorno (edito da Lampi di Stampa, 2016). A ispirare il giovanissimo autore è stata un’esperienza di volontariato in Bosnia-Erzegovina, paese con cui non ha mai più reciso i legami.

Il romanzo, di cui riportiamo la sinossi, “ […] racconta l’incontro di Ante, giovane uomo e scrittore, e di Anaïs, studentessa di pianoforte nella Sarajevo di oggi, vent’anni dopo la guerra. Due umanità ferite che cercano, in un continuo e delicato esercizio, di dare un significato profondo alle loro vite, segnate per sempre da un trauma incancellabile. Nella Sarajevo culla di “una umanità di luci e di ombre, miele e sangue”, i due guarderanno negli occhi il passato, s’impegneranno a non subire il presente e a costruire un futuro in cui poter essere vite il cui nerbo è stato esacerbato e incancrenito dall’odio che ha nutrito il macello balcanico.
I Balcani sono specchio d’umanità e fragilità. Raccontare del bisogno di ricucire, del desiderio dei bosniaci di #GuardareOltre è un’occasione per ognuno di noi per interrogarsi sulle relazioni di ogni giorno sul significato di parole come #perdono e #riconciliazione“.

Connessioni controcorrente/ Una giornata di teatro civile: gran finale in musica con Gianba e Angelo dei Sulutumana, Alfredo Scogna e i Modena City Ramblers

La fase finale della terza Giornata di teatro civile al Circolo Arci Xanadù si è aperta alle 21 ed è stata dedicata alla musica.

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Prima l’esibizione di Alfredo Scogna e di Gian Battista Galli dei Sulutumana, a cui si è poi aggiunto Angelo “Pitch”, fratello di quest’ultimo e altro componente del gruppo. I tre musicisti sono stati affiancati anche da Pino Adduci, che ha letto un monologo dedicato a Anas al-Basha, il giovane clown morto sotto i bombardamenti lo scorso 29 novembre ad Aleppo, dove con la sua associazione فسحة أمل  – Space of Hope [ uno spazio per la speranza] divertiva i bambini per distrarli dalla guerra in corso. Scogna e i fratelli Galli hanno portato sul palcoscenico diversi brani, il primo firmato da Scogna, gli altri dai Sulutumana (il cui sodalizio artistico con Teatrogruppo Popolare prosegue da anni, non da ultimo in occasione del debutto dello spettacolo Sconfinati destini lo scorso 9 aprile).

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Infine i Modena City Ramblers, il camaleontico gruppo emiliano caposaldo del folk-rock italiano, che hanno intrattenuto la sala ormai piena (e scatenata) del circolo Arci Xanadù con successi d’annata, cover e qualche brano più recente. Pezzi sia di produzione propria, sia attinti dal repertorio tradizionale italiano, regionale e partigiano, in linea con la festa della Liberazione del giorno precedente e con la memoria storica del nostro paese, che non si esaurisce nei festeggiamenti del 25 aprile. [Alida Franchi, ecoinformazioni].

Guarda le foto di Alida Franchi (foto della serata in fondo)

Già on line sul canale di ecoinformazioni i video della serata.

Connessioni controcorrente / Una giornata di teatro civile / “Immigrazione, teatro, scuola”

Dalle 18.30 di mercoledì 26 aprile, la Giornata di teatro civile promossa da Teatrogruppo popolare, Arci Xanadù e Arci ecoinformazioni è proseguita con un dibattito tra l’immigrazione, la scuola e il teatro. Proprio migrazione, accoglienza e inclusione sono infatti le tematiche caratterizzanti di questa iniziativa, giunta quest’anno alla sua terza edizione. Il dibattito è stato introdotto e moderato da Pino Adduci, regista della compagnia teatrale e autore degli spettacoli proposti nel corso della giornata; hanno partecipato (in ordine d’intervento) Olivia Molteni Piro (Kibaré Onlus), Letizia Torelli (Fata Morgana), Anna Ostinelli (Ic Borgovico), Betti Bordoli (Scuola primaria di Argegno), Alessandro Delcaro (Scuola diritti umani del Coordinamento comasco per la pace).

In apertura, Adduci ha sottolineato l’importanza della realtà scolastica come veicolo di accoglienza e di inclusione. Quando si considera l’immigrazione come questione di (in)sicurezza politica e sociale, si tende in effetti a dimenticare la dimensione quotidiana del fenomeno, fatta di piccole e grandi incomprensioni, difficoltà e fraintendimenti. L’intervento del teatro, più in generale dell’arte, intende proprio colmare queste lacune offrendo a tutti e a tutte un linguaggio universale che, a parte risolvere le difficoltà iniziali, può avviare un percorso di formazione condivisa. Da qui il coinvolgimento della “pluriclasse” multietnica della scuola primaria di Argegno – sedici alunni, tre continenti, diverse nazionalità – nella messa in scena del più italiano dei racconti, quello di Pinocchio, portato sul palcoscenico del circolo Arci Xanadù in mattinata (qui gli articoli e le foto ; i video di Dounia Arrafi e Luca Bedetti sono online sul canale Youtube di ecoinformazioni ).

Che la creazione e l’espressione artistica possano creare un’armonia di arrivo (e di partenza) lo conferma il secondo spettacolo rappresentato mercoledì, Sconfinati Destini. Storie di vite in cammino, che ha debuttato lo scorso 9 aprile sul palco del Teatro sociale. A parte l’indubbio, giustamente apprezzatissimo valore artistico, il punto di forza di Sconfinati destini sta nell’avere dato, o restituito, la possibilità di esprimersi in modo forte e chiaro agli otto giovani richiedenti asilo che hanno preso parte alla rappresentazione.
E quale luogo migliore per raccontare la propria storia del palco più bello della città di Como, quello di un teatro che si chiama “Sociale”, quindi “di tutti”? ha osservato Piro, alla cui Onlus, Kibaré – attiva su diversi progetti di cooperazione allo sviluppo in Burkina Faso – sono stati devoluti i fondi raccolti al debutto dello spettacolo.
Che un’associazione attiva nello sviluppo in loco – in linea con la dottrina dell’ “aiutiamoli a casa loro” di padana memoria, se vogliamo – si sia attivata dall’estate scorsa nel percorso di accoglienza spontanea e trasversale che ha portato all'”assemblaggio” della Bella Como. Una definizione che tuttavia non convince Piro, poiché gli oltre quattrocento soggetti coinvolti, pur generosi e disposti ad accantonare le reciproche divergenze, non hanno fatto nulla più di quanto fosse giusto e doveroso fare.
Lo stesso scetticismo di Piro si estende al concetto di “integrazione”, un termine associato al modello assimilativo di convivenza interetnica: se noi vi ospitiamo, voi accettate e adottate i nostri valori, senza se e senza ma. Piro preferisce far riferimento all'”interazione”, in cui ognuno può sì mostrarsi ricettivo verso il proprio interlocutore, ma senza per questo rinunciare alla propria specifica identità.
Imporre forzatamente un modello culturale “altro” può portare a gravi distorsioni e crisi individuali e sociali, specie se entrano in gioco lunghe e complicate trafile burocratiche che marginalizzano ulteriormente migranti e richiedenti asilo, vittimizzandoli o rendendoli invisibili agli occhi della legge, della politica e della società. Se alcuni centri di accoglienza mostrano attenzione verso le specifiche necessità della persona, questa situazione non si verifica sempre, e soprattutto non si verifica nelle strutture “ghettizzanti” che impediscono interazioni simmetriche tra i migranti e la comunità locale. Qui entra in gioco il contributo di Refugees Welcome, rete di accoglienza nata a Berlino nel 2014 e recentemente introdotto anche a Como, in cui richiedenti asilo con permesso di soggiorno possono essere ospitati da famiglie del posto, mettendo in moto un modello di accoglienza diffusa.

Dimmi se cerchi bellezza / anche quando tutto sembra, sembra soffocarti l’anima, recita Dimmi, una delle canzoni più note dei Sulutumana. Letizia Torelli di Fata Morgana è di questo parere, nel portare l’esperienza della propria associazione: su iniziativa della Rete per la grave marginalià, Fata Morgana e Luminanda hanno infatti offerto a tutte e tutti un laboratorio di teatro al chiostrino di Sant’Eufemia (piazzolo Terragni, 4), sede di Artificio. Il percorso teatrale si basa in questo caso su una delle massime celebrazioni cinematografiche degli “invisibili”: Miracolo a Milano, pellicola neorealista firmata da Vittorio de Sica. In tali situazioni, l’arte non è però fine a se stessa: essa serve innanzitutto a creare “relazioni a catena” tra i soggetti coinvolti, soddisfando il bisogno di bellezza, armonia e comprensione che è connaturato in ognuno. Scattando fotografie nel corso dei laboratori, Torelli ha registrato un progressivo percorso di crescita e di avvicinamento, che accomuna questa iniziativa al progetto I canti della seta, proposto in questi mesi alla città da Virgilio Sieni, noto e acclamato coreografo.

Anna Ostinelli, responsabile dell’integrazione degli alunni stranieri nell’Istituto comprensivo Borgovico di Como, ha ricordato che la realtà dell’integrazione in sede scolastica è assai più complessa di quanto si pensi “dall’esterno”. Anziché considerare gli e le studenti stranieri come “immigrati”, sarebbe forse più utile ribaltare la prospettiva e vederli come e-migranti, ciascuno con la propria cultura d’origine, il proprio vissuto e le proprie aspirazioni. Ci sono degli aspetti comuni, o delle tendenze – l’80% delle e degli alunni stranieri in Italia si orienta verso una formazione di tipo professionale, perché si sentono più motivati – sia pure per necessità –  ad acquisire competenze pratiche che non a perseguire una carriera accademica. Ciò non significa però che vadano accantonate le specificità individuali, né sottovalutare gli ostacoli di tipo burocratico, legale e psicologico di cui cadono vittima i giovani stranieri e i migranti di seconda generazione, che spesso soffrono della propria posizione intermedia tra la cultura familiare e quella del paese in cui sono nati e cresciuti. Il lancio della “pluriclasse” multietnica di Argegno asseconda questa volontà di valorizzare la diversità delle e degli alunni, ma tale progetto sottintende un altro, amaro aspetto della multiculturalità contemporanea, osserva Betti Bordoli, docente della classe: quello di genitori che, temendo la “ghettizzazione” della scuola come effetto di una diffusa presenza straniera, iscrivono i figli in altri istituti. Sembra una profezia che si autoavvera: e in effetti, nonostante l’esito positivo dell’esperimento condotto per due anni con Teatrogruppo Popolare (che ha effettivamente creato una maggior coesione tra i piccoli partecipanti), la scuola primaria di Argegno si avvia alla chiusura. Bordoli ha peraltro confermato le difficoltà nella gestione di una micro-comunità interetnica già evidenziate da Ostinelli, ricordando che il razzismo non è un’esclusiva euro-occidentale e che non sempre la scuola è avvertita come priorità dagli alunni e dalle loro famiglie, nonostante il suo importante ruolo nel processo di inclusione (specie quando essa non è percepita come un ambiente sereno!).
Quest’ultimo aspetto è stato portato alla luce anche da Alessandro Delcaro, educatore della Scuola per i Diritti Umani, progetto del Coordinamento Comasco per la Pace che dal 2005 è aperto alle classi quarte di diversi istituti superiori di Como e provincia. La dimensione migratoria – si è visto anche a Como – coinvolge soprattutto persone di giovane età, sia che arrivino da soli sia che seguano le famiglie. All’esperienza del trasferimento e dello shock culturale, si sommano difficoltà di ordine psicologico e “socio-economico” che possono portare a considerare la formazione scolastica come una vera e propria perdita di tempo, tutt’al più come l’opportunità per acquisire i rudimenti della lingua locale, quanto basta per mettersi a lavorare ed acquisire uno status indipendente. Questa esigenza si fa ancora più acuta quando, con il conseguimento della maggior età, i giovani migranti devono abbandonare le (già poche) strutture di accoglienza per minorenni non accompagnati e cercare sistemazione in proprio.
L’alta frequenza di abbandoni scolastici da parte di studenti (non solo) stranieri è un dato, che è però direttamente connesso alle limitate possibilità di inserimento armonioso e funzionale nella società italiana.

Le difficoltà integrative che si incontrano a livello locale in sede scolastica non sono certamente un’esclusiva italiana e tantomeno di Como. Dall’incontro di mercoledì pomeriggio emergono però chiaramente alcuni spunti di riflessione: la necessità di un maggior coinvolgimento diretto e costante della comunità ospitante nell’interazione con i nuovi arrivati, siano essi in transito o in arrivo; il bisogno di valorizzare l’esperienza e i bisogni dell’individuo lavorando sugli elementi comuni, o costruendone con l’aiuto dell’arte, la presa d’atto che l’inclusione è “il percorso” prima ancora che “il traguardo”, e che come tale va affrontata in modo organico, mettendo in relazione ogni soggetto coinvolto, sia da parte di chi è accolto, sia da parte di chi accoglie. [Alida Franchi, ecoinformazioni].

Guarda il video di Luca Bedetti

Mostre/ Persone interne, figure intorno

C’è ancora qualche giorno per visitare allo Spazio Ratti di Como (ex chiesa di San Francesco) la mostra dello scultore milanese Francesco Diluca, che presenta le sue ultime opere ideate proprio per l’esposizione comasca.

La visita è un’occasione non solo per apprezzare il lavoro dello scultore, ma anche per comprendere come si possa valorizzare uno spazio come quello dell’ex San Francesco, di cui negli anni abbiamo imparato a riconoscere le valenze ma anche le molte criticità. L’articolazione della mostra nasce infatti, secondo le stesse parole dell’autore, da un rapporto diretto con l’edificio e, con tutta evidenza, con la sua prevalente caratteristica di volume unitario e profondo. Le molte figure sono infatti disposte in una sequenza centrale, variamente collocate all’interno di una grande superficie di sale, e possono essere apprezzate sia con una visione diretta (in profondità) che con sguardi trasversali, fino alla grande figura collocata nell’abside, di consistenza diversa dalle altre ed evidente culmine del percorso.

Le sculture presentano persone, uomini e donne, ridotte alla loro estrema sintesi di “struttura interna”, al tempo stesso sistema vascolare e intrecci di connessioni nervose o di rami o radici. Porzioni di questi corpi, di volta in volta allusivi a seno, ventre, cervello, occhi eccetera, cuore sono animati da elementi splendenti sul fondo scuro dei filamenti che compongono le figure. Il percorso attorno a questa installazione centrale permette di apprezzare le trasparenze, le connessioni e le contraddizioni tra questi corpi, gente immobile e al tempo stesso variabile. Saliti i gradini del presbiterio, al centro di uno spazio che l’architettura indica come privilegiato, una figura di segno diverso, dove il volume non è solo alluso ma costruito, per quanto non finito né definito.

Il titolo della mostra – Germina – rimanda evidentemente alla natura come struttura profonda dell’umanità, ma le gemme – appunto – sono vive e producono ogni volta qualcosa di non predeterminato. Forse, per completare il percorso, queste opere, questi simboli delle persone che siamo e che diventiamo, bisognerebbe poterle toccare…

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Francesco Diluca

Germina

a cura di Davide Caroli

Como, Spazio Ratti – ex chiesa di San Francesco. largo Spallino

Fino al 1° maggio

Orari: martedì-venerdì 15-19; sabato, domenica e festivi: 10-20

Ingresso libero

Informazioni: http://www.francescodiluca.com

 

Connessioni controcorrente/ Una giornata di teatro civile / “Nel mio paese”: ribaltare le prospettive per fare chiarezza

DSCN0557Dalle 14.30 di mercoledì pomeriggio, la III Giornata di teatro civile, parte del progetto Connessioni Controcorrente (che vede impegnati Teatrogruppo Popolare, Arci Xanadù e Arci ecoinformazioni con il contributo di Fondazione Cariplo e il patrocinio del comune di Como e della regione Lombardia) al circolo arci Xanadù è proseguita con uno spettacolo a cui hanno assistito alcune classi di scuola secondaria di secondo grado: Nel mio paese, versione integrale del monologo di Gianpietro Liga che è parte della sceneggiatura di Sconfinati destini. (altro…)

Liberi tutti, tutti liberi – “Sconfinati destini” conquista il Teatro sociale

DSCN9995Chiunque abbia esperienza diretta di arte drammatica si sarà accorto che un palcoscenico teatrale non è perfettamente orizzontale: reclina leggermente verso la platea, consentendo a tutti gli spettatori una completa visione della scena.
Eppure, in un senso diverso, un palcoscenico – nella fattispecie, quello del Teatro sociale di Como, la sera di domenica 9 aprile, può creare una condizione di orizzontalità, nel mettere tutti quanti – attori, musicisti, organizzatori e pubblico, per non parlar del regista  – allo stesso livello. (altro…)

Ecoinformazioni è un circolo Arci

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