Solidarietà

10 aprile/ Shakespeare per Emergency a Tavernerio

emergencyI volontari di Emergency Como e la scuola di teatro di Christian Poggioni invitano allo spettacolo teatrale Sogno di una notte di mezza estate di W. Shakespeare che andrà in scena domenica 10 aprile, alle 21, all’auditorium di Tavernerio. L’iniziativa è stata realizzata col patrocinio del comune di Tavernerio, l’ingresso è a offerta libera e tutto il ricavato andrà a sostegno del lavoro che Emergency svolge in Italia coi suoi poliambulatori e polibus da dieci anni per garantire le cure a chi ne ha più bisogno senza discriminazioni.

5, 6 e 9 marzo/ Fuocoammare e storie di migranti allo Spazio Gloria

FuocoammareÈ un Orso d’oro meritato a un film decisamente attuale, quello vinto da Gianfranco Rosi al Festival del cinema di Berlino 2016. Fuocoammare racconta di Lampedusa, dalla terraferma al mare; racconta di quest’isola nel Mediterraneo, vissuta da pescatori e da migranti in fuga da guerre, terrore e fame, di chi ce l’ha fatta e di chi si è perso in mare. Un film che tutti dovrebbero vedere e su cui tutti dovrebbero riflettere, in un momento storico dove l’intolleranza e la paura rischiano di sopraffare, questo film è un invito a ripartire dai diritti e dalle libertà contro chi pensa di ricostruire le frontiere. Come ha dichiarato lo stesso Rosi alla premiazione di Berlino: «Per la prima volta l’Europa sta discutendo seriamente alcune regole da fissare, io non sono contento di ciò che stanno decidendo. Le barriere non hanno mai funzionato, specialmente quelle mentali. Spero che questo film aiuti ad abbattere queste barriere».

Arci Xanadù ha quindi deciso di portare Fuocoammare nella sala dello Spazio Gloria a Como alle 21 di sabato 5, domenica 6 e mercoledì 9 marzo.

Nella serata di sabato 5 marzo inoltre, la proiezione sarà preceduta dall’intervento di don Giusto Della Valle, parroco del quartiere di Rebbio a Como, un passato da missionario in Africa, sacerdote da sempre impegnato sui temi dalla solidarietà e dei diritti, che ha da tempo aperto la porta della sua casa e della sua parrocchia “all’accoglienza”; e dalla testimonianza di Stephen Asare (Ghanese), di sua moglie Beatrice (Nigeriana) e dei figli Margaret e Micheal arrivati qualche anno fa a Lampedusa dalla Libia, dove hanno sostato per qualche settimana e che ora vivono insieme a molti altri profughi della comunità di Rebbio.

Nella stessa serata interverrà per l’Arci Walter Massa, coordinatore commissione nazionale Arci diritti migranti, richiedenti asilo e politiche antirazziste; e verrà presentato l’opuscolo realizzato da Arci e Rete della conoscenza Saperi di frontiera.

L’opuscolo mira a decostruire i “luoghi comuni” sui migranti, i cui arrivi vengono sempre più rappresentati in maniera distorta e strumentale, creando ostilità nei confronti dei profughi, e più in generale degli stranieri, peggiorando continuamente il clima delle relazioni all’interno delle comunità.

Info www.spaziogloria.it

[Jlenia Luraschi, per Arcireport]

Arci/ Sostegno alla lotta del popolo Curdo

arci-logo-cop«Il Consiglio Nazionale dell’Arci riunito a Roma il 13 e 14 febbraioesprime indignazione per le gravissime violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo turco contro la popolazione civile del sud est anatolico e ribadisce la sua ferma condanna dello stato di guerra scatenato dal presidente Erdogan contro il popolo curdo che ha provocato negli ultimi mesi centinaia di morti, bombardamenti di villaggi, assedi di città e più di 300.000 profughi.

L’Arci, dando voce alle comunità curde, denuncia il coprifuoco implementato illegalmente nelle città curde, che ha portato la popolazione interessata a essere privata delle forniture necessarie come acqua, cibo, elettricità e delle dotazioni mediche essenziali. Le attività economiche e la vita sociale delle città e dei paesi dove il coprifuoco è stato imposto senza sosta sono giunte al collasso. I sindaci e i funzionari eletti di queste città sono stati incarcerati o spodestati con la forza. Queste misure brutalmente repressive, messe in atto dopo la unilaterale uscita del governo turco dai tavoli di trattativa, dimostrano una completa indifferenza per i diritti civili e per la volontà democratica della popolazione. Per questo l’Arci invita i propri circoli e comitati a promuovere sul loro territorio patti di amicizia e gemellaggio con le comunità curde del sud est anatolico e del Rojava impegnate, quest’ultime, in una aspra lotta di resistenza contro le aggressioni delle forze islamiste con la complicità della Turchia e di altri paesi. Arci invita inoltre il proprio corpo sociale a mobilitarsi in azioni solidali per la ricostruzione della città martire di Kobane liberata dalla resistenza curda.

L’Arci chiede inoltre:

1. che il Governo italiano e l’Unione Europea condannino l’aggressione del Governo turco contro la popolazione civile curda del sud est anatolico, fugando così ogni dubbio sulla loro complicità con Erdogan, e che si cancelli ogni sospetto che l’inerzia europea sia merce di scambio sul tema dei rifugiati siriani chiedendo l’istituzione di un corridoio umanitario al confine fra Turchia e Siria.

2. In particolare l’Arci chiede al Governo italiano di sospendere la collaborazione militare con la Turchia e la vendita di armi fino a che non viene messo fine alle aggressioni.

3. Chiede inoltre l’immediata istituzione di una commissione internazionale indipendente finalizzata alla individuazione delle violazioni dei diritti umani commesse durante questo periodo e che istruisca le condizioni per  il perseguimento di coloro che se ne sono resi responsabili.

4. E’ convinta che il confinamento solitario di Abdullah Ocalan debba immediatamente terminare. La salute e la sicurezza di Ocalan devono essere garantite e gli deve essere consentito di prendere parte attivamente alla auspicata ripresa di un processo negoziale.

L’Arci è consapevole della sofferenza della popolazione curda del Rojava e del sud est anatolico e della loro difficoltà a fare appelli pubblici per festeggiare il Newroz che nei villaggi e nelle città sotto il fuoco degli aggressori rischia di essere ancora una festa identitaria negata.

Per tutti questi motivi, dando seguito ai diffusi sentimenti di simpatia per la resistenza del popolo curdo presenti nel proprio corpo sociale, l’Arci aderisce alle iniziative promosse in diverse città dall’Associazione dei Curdi in Italia per sabato 19 marzo, la giornata scelta per festeggiare il Newroz 2016, il Capodanno curdo divenuto simbolo della loro resistenza al genocidio perpetrato dal regime turco, ed invita tutte le proprie socie e soci a partecipare con le nostre bandiere.» [Arci Nazionale]

Diritti violati/ Tel Aviv/ Comasca cooperante, interrogata, arrestata, detenuta e respinta

silviaQuesta è la storia di Silvia A., una ragazza della provincia di Como. Appena laureata voleva trascorre una settimana in Palestina. Arrivata a Tel  Aviv è stata interrogata per ore, poi rinchiusa  nel carcere dell’aeroporto per due giorni, quindi rimpatriata perché “pericolosa” e dichiarata non gradita per dieci anni. Contro di lei nessuna accusa, nessuna imputazione,  salvo quella di essere amica di persone conosciute nel campo di Aida in Palestina. Una storia esemplare di come, anche per chi è italiana, in Israele non ci sono diritti umani né leggi internazionali che dovrebbero proteggere cittadini italiani dagli abusi della polizia locale. Nel seguito ,il racconto di Silvia A. della sua terribile avventura.

«Sono carichissima, felicissima, mi sento anche bellissima, fortunatissima e tantissime altre cose che finiscono in issima perché sto per tornare in Palestina. Una settimana e tantissimi amici da abbracciare, un intero campo profughi da salutare, una laurea e un compleanno da festeggiare, un pieno di sorrisi all’asilo, incontrare finalmente degli amici che erano in carcere, poter ricevere un’importante chiamata dal carcere, insomma mi aspetta una settimana pienissima ma riuscirò a fare tutto!

E’ l’11 Febbraio, salgo sul mio volo per Tel Aviv e alle sette puntuale decolla. Quattro ore di volo tra sonno e ansia da visto, perché in Israele non si è ben accetti e tanto meno si può essere liberi di andare dove si vuole ed avere gli amici che si vuole, anzi per loro la Palestina non esiste. Atterro in anticipo alle 11.30, con il mio zainetto e un sorrisone mi metto in coda agli sportelli per richiedere il visto. «Sei già stata qua?» mi domandano, «Si» rispondo io, inutile mentire. Da quel momento sono iniziate una serie di domande a raffica: «dove sei stata le altre volte? Cosa hai fatto? Chi conosci? Conosci qualcuno in Israele? Impossibile che tu non conosca nessuno. Cosa vuoi fare qua ancora? Ormai conosci il paese non ha senso, perché vuoi rientrare?»
Tono imperativo e tempi stretti che a fatica lasciavano tempo alle mie risposte che cercavano di deviare su una vacanza che sarebbe durata solo sei giorni, la guardia si è tenuta il mio passaporto e mi ha detto di aspettare nella stanzetta verde. Ci sono tante altre persone, tutte dell’Europa dell’Est fermate per motivi di possibile immigrazione illegale, sono l’unica Italiana. Dopo un lasso di tempo abbastanza lungo da indolenzirmi il sedere, mi chiamano in un ufficio. Bandiere israeliane giganti e un santino di Bibi  Netanyahu dietro il ragazzo del mossad che mi interroga.
Sei ore. Sei ore di interrogatorio. Ha iniziato chiedendomi i motivi della mia visita, quante volte ero stata li, dove ero stata, quante notti avevo trascorso in una città e quante in un’altra, chi era entrato con me, cosa avevo fatto le volte precedenti, chi conoscevo, cosa studio e dove faccio volontariato, in che città della West Bank ero stata. Silenzio. Lo guardo negli occhi e lui con tono carino tra un colpo di tosse e l’altro mi dice di star serena, che sa tutto perché lui lavora per il governo e fa parte della polizia segreta. Vuole che gli racconti tutto, ma tutto cosa? Io nomi non ne faccio. Mi dice in che manifestazioni sono stata, cosa ho visto, mi chiede se sono stata a delle manifestazioni per la Palestina in Italia a Milano, mi dice che ho fatto del volontariato con i profughi e allora mi chiede anche se conosco qualcuno in Siria, se voglio andare in Siria, se ho dei numeri di persone siriane, mi richiede se quindi conosco dei siriani, degli eritrei e dei nigeriani che ho conosciuto non gliene frega nulla! Aspetto ancora. Vengo richiamata nuovamente da una ragazza in un altro ufficio questa volta.
Ripartiamo con le domande: «dove sei stata? Hai amici a Nablus? Chi conosci? Cosa hai fatto? Che città della West Bank hai visitato?» Poi gli ordini: «dammi il tuo numero di cellulare, dammi tutte le mail, come si chiama tuo padre, come si chiama tuo nonno, dimmi i nomi delle persone che conosci.» Papà Giovanni, nonno Antonio ma io non conosco nessuno.
Di nuovo nella sala d’attesa. Il tempo passa ed inizio ad aver sonno oltre ad essere sempre più convinta che il democratico stato d’Israele non mi rilascerà mai il visto anche se il ragazzo del mossad prima aveva cercato di convincermi a parlare in cambio del visto. Ha provato a farmi parlare facendo pressione psicologica, ripetendo più e più volte domande per farmi crollare e parlare, sosteneva che io avessi lanciato pietre, che io fossi sempre stata in prima fila a tutte le manifestazioni del venerdì, che io avessi urlato durante delle manifestazioni e al mio silenzio e alla mia perplessità ha deciso di dirmi: «Silvia se vuoi essere democratica tornatene in Italia qui non lo puoi essere».
Se vuoi essere democratica? Qui non lo puoi essere? Io non avevo mai avuto dubbi su questo perché Israele non è una democrazia, è un regime sionista.

Chiedo a tutti di fare una sforzo e provare a capire che paese continuiamo a sostenere, un paese che porta avanti da anni la pulizia etnica della Palestina con il silenzio complice di molti e la voce dei sostenitori dei nostri politici.

Dopo l’ennesimo interrogatorio e l’ennesima attesa mi hanno portato in un altro ufficio, parlandomi sempre a comandi mi han detto di sedermi. Mi hanno fatto una foto, hanno preso le mie impronte dopo di che il verdetto.
«Sei un soggetto pericoloso per la sicurezza di Israele, quindi ora torni in Italia e non potrai più entrare da qui e dalla Giordania per dieci anni.»
Dieci anni della mia vita, di amicizie, di famiglia, di amore. Dieci anni di vita rubata, rovinata che non mi daranno di certo indietro. Dieci anni per aver gli amici dalla parte sbagliata del muro secondo Israele.

Chiedo di chiamare in Italia per avvisare e di voler sapere l’ora del mio volo: «se hai soldi nel cellulare chiama pure, il volo lo stiamo cercando». Se hai soldi chiama pure? Follia pura, dopo otto ore tra interrogatori ed attese, dopo la decisione di rimpatrio non mi permettono di chiamare a casa. Urlo e guardandoli ripeto più volte “democratici”, inizia quasi a farmi ridere questa parola. Mi concedono la password del wi-fi. Torno ad aspettare e mentre mi sento morire dentro provo ad avvisare mamma che risponde felice credendomi arrivata al campo circondata dalla famiglia e da infiniti abbracci. «Mamma sono ancora in aeroporto, mi rimpatriano ma non so ancora quando».
Odio, pianti, forza, resilienza, tutti [gli amici palestinesi]  mi passano davanti agli occhi pieni di rabbia mentre lo stomaco mi si chiude. Mi portano un panino e una bottiglietta d’acqua.

Aspetto, nuovamente, ormai me ne sono fatta una ragione, ma l’attesa non è essa stessa il piacere. Chiedo del mio volo e non rispondono, richiedo. «Dopodomani». Dopo domani? E che giorno è dopo domani? È lontanissimo dopo domani.

Ovviamente non mi è concesso vedere il biglietto per realizzare che giorno sia dopo domani e l’ora del volo per poter avvisare in Italia, dopo mamma e amici si erano già mesi all’opera per contattare l’ambasciata e gli organi competenti.
Ed ora controllo sicurezza, mi rassicurano che in ogni caso si prenderanno cura di me mentre mi smontano lo zaino e mi controllano tutta, capelli e dita dei piedi compresi. Mi rifanno altre domande alle quali mi rifiuto di rispondere se non dicendo che dopo sei ore di interrogatorio e un rimpatrio ero anche stufa di dover dare spiegazioni. Il mio volo partirà il 13 febbraio alle ore 12.55 da Tel Aviv.

Sono stata quindi portata su una camionetta insieme ad altri tre uomini nelle prigione governative dello stato israeliano all’interno del complesso dell’aeroporto. Sbarre, filo spinato e telecamere regnano sovrane, quasi come a un check point. Per due notti sono stata detenuta nelle prigioni governative dell’aeroporto. Per due notti sono stata chiusa dietro delle sbarre, su un lettino dove il tempo era scandito dall’arrivo dei pasti e dalla luce del sole. Con me solo una maglia di ricambio e una chiamata in Italia che potevo effettuare rigorosamente stando seduta sul divanetto.
Pavimenti e bagni sporchi, cibo scadente e sbarre. Con me donne dall’est Europa e dalla Mongolia. Durante la notte i poliziotti sono entrati più e più volte urlando, chiamando, sbattendo le porte, la mattina un panino per colazione e stop. Niente aria aperta, niente spazzolino prima delle otto di sera.

La mattina del 13 febbraio alle 12.30 sono stata ricaricata sulla camionetta e sono stata accompagnata all’aereo e scortata sino al mio posto. Mi hanno deportata. Proprio così mi hanno chiamata, deportata, anche se poi non avevo la polizia a farmi la scorta sul volo, risultando così un soggetto indesiderato da rimpatriare; in compenso in Italia c’era la polizia ad accogliermi sul ciglio della porta dell’aereo che confusa dal fatto che fossi italiana e che non aveva senso che mi scortasse mi ha lasciata prendere il pullman come tutti gli altri passeggeri.

Tutto questo per cosa? Perché ho amici dalla parte sbagliata del muro secondo Israele, perché sono un soggetto pericoloso, perché ho visto delle manifestazioni, perché sono stata in West Bank, perché per me la Palestina esiste e credo nella sua lotta, perché credo nei diritti umani e non nel sionismo. Due giorni di detenzione, il rimpatrio/deportazione e dieci anni di ingresso negati. Un vita rovinata.
E le autorità italiane? Niente, non fanno niente.
Hanno le mani legate, dicono, Israele è più forte e comanda e così non ci tutelano, non come dovrebbero nonostante il diritto internazionale continui ad essere violato.
Ora, fino a che erano i miei amici palestinesi trovate delle scuse ed ora, come giustificate?
La mia vita è rovinata, distrutta ma ora lotterò più di prima, me lo hanno insegnato loro, me lo sono tatuata “lottare fino alla vittoria”, lo devo a loro anche se per ora è difficile mettere insieme i pezzi. Condividete la mia storia ed aiutatemi a far conoscere a più persone possibili quello che succede». [SIlvia A.]

Quale futuro per il Venezuela?/ Incontro con Geraldina Colotti

colottiPiù che un incontro o una lezione è stato un momento di confronto e di riflessione quello che si è svolto sabato 13 febbraio alle 15,30 nella sala Soci Coop di via Lissi a Como-Rebbio nell’ambito della conferenza organizzata dal circolo comasco dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba dal titolo Quale futuro per il Venezuela?

Attraverso l’intervento della giornalista e corrispondente dell’America Latina de Il Manifesto, Geraldina Colotti, il circolo ha voluto portare una testimonianza diretta sulla situazione in Venezuela e sugli avvenimenti che ne stanno ridefinendo l’assetto politico a pochi mesi dalle ultime elezioni ( dicembre 2015 ) che hanno visto assegnare il Parlamento in mano alle destre ed ai ceti privilegiati.

Presente anche il Consolato generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, rappresentato da Alessio Arena, il quale oltre a portare i saluti del Console del Venezuela a Milano, Giancarlo Di Martino, ha magistralmente introdotto le argomentazioni ribadendo subito come la Rivoluzione Bolivariana sia stata la prima trincea contro il colonialismo di allora ed il capitalismo di oggi.

Geraldina Colotti ha voluto innanzitutto riportare alla luce la figura di Oscar Arnulfo Romero, a cui è dedicato il suo ultimo libro Oscar Arnulfo Romero, Beato fra i poveri [Edizioni Clichy, Firenze, 2015, Pag. 115, euro 7.90] , un uomo di chiesa, ucciso dagli squadroni della morte a causa del suo impegno nel denunciare le violenze della dittatura militare del suo Paese, El Salvador. Ha precisato in seguito come la diplomazia venezuelana, che fa della partecipazione e del protagonismo del popolo il suo cardine, sia stata possibile prima di tutto grazie a Cuba, esempio di un socialismo che non si è piegato alle potenze occidentali e non si è pentito né sottratto ai suoi ideali. Ha ricordato la figura del leader carismatico Hugo Chavez, che oltre ai progressi sociali introdotti (la destinazione del 60% del PIL al campo sociale; l’emanazione nel 2011 della Ley contra el silencio y el olvido, volta a sanzionare crimini, sparizioni, torture e altre violazioni dei diritti umani per ragioni politiche, compiuti tra il 1958 ed il 1998, per citarne alcuni) fu il primo a farsi carico del fallimento della rivolta del 4 febbraio 1992 quando commentò, seguito all’arresto, «l’insurrezione è fallita, per ora» entrando già così nella storia di un paese poco abituato all’assunzione di responsabilità da parte della classe dirigente; e di come questa assunzione di responsabilità sia mancata nelle altre sinistre , impedendo cosi di riconoscere e “digerire” una sconfitta da dove invece ripartire. [Ilaria Belloni, per ecoinformazioni – foto Jlenia Luraschi, ecoinformazioni]

13 febbraio/ Italia Cuba/ Incontro con Geraldina Colotti

italia cuba comoIl circolo di Como Vilma Espin dell’Associazione nazionale di amicizia Italia Cuba, promuove sabato 13 febbraio alle 15.30 al salone Anselmo Bertolio di via Lissi 6 a Como-Rebbio, un incontro per parlare del futuro del Venezuela con Gerldina Colotti,  giornalista de Il manifesto e direttrice dell’edizione italiana di Le monde diplomatique. Geraldina Colotti è inoltre autrice del libro Talpe a Caracas. Cose viste in Venezuela [2012, ed. Jaca Book], un reportage in tredici tappe dal Venezuela. Quartieri autogestiti, fabbriche recuperate, consigli operai, donne al centro della scena. Racconta le cose viste in Venezuela in tredici reportage sul paese bolivariano. Rapper bolscevichi e maestri di strada, casalinghe col fucile e cuoche al potere, preti d’assalto e porporati golpisti, e maiali che scorrazzano insieme ai detenuti. Dove ripassa la storia, la luna corre per strada. Giovani talpe riprendono a scavare. Ingresso libero.

Solidarietà e cooperazione

cernezziPalazzo Cernezzi devolve 20mila euro a 4 associazioni.

 

Il primo febbraio per la Festa della solidarietà e della cooperazione internazionale il Settore relazioni internazionali del Comune di Como: «Ha incontrato le associazioni a cui sono stati assegnati i contributi stanziati dall’Avviso pubblico per la concessione di contributi a sostegno di programmi di cooperazione e solidarietà internazionale e gli studenti assegnatari dei bandi».

Per lo scambio di studenti con Tokamachi, in collaborazione con la Famiglia comasca, quest’anno all’undicesima edizione: «Le ragazze che si sono aggiudicate il bando sono Giulia Tringali, studentessa dell’ultimo anno del Liceo classico Alessandro Volta di Como e Camilla Miotti, laureanda in Scienza del servizio sociale all’Università cattolica del sacro cuore di Milano. Le studentesse hanno già accolto due giovani giapponesi nel mese di dicembre e avranno a loro volta la possibilità di visitare la città di Tokamachi in estate».

La Borsa di cooperazione internazionale, in collaborazione con l’associazione Acuma, che prevede uno stage formativo di un mese in Romania è stata vinta da Camilla Miotti, «laureanda in Scienza del servizio sociale all’Università cattolica del sacro cuore di Milano, già vincitrice dello Students Exchange», che andrà a Chitila.

«L’undicesima edizione dell’Avviso pubblico per la concessioni di contributi a sostegno di programmi di cooperazione e solidarietà internazionale per l’anno 2015 ha visto la partecipazione di 12 candidature – prosegue il Notiziario comunale –. I progetti ammessi sono stati 8, 6 per l’Africa e 2 per l’Europa dell’Est; 2 i progetti in ambito educativo, 2 quelli in ambito sanitario, 3 quelli per la formazione professionale e 1 per l’ambito alimentare. Le quattro associazioni vincitrici sono:

Associazione Bambini in Romania, contributo di € 8.000,00 per il progetto I diritti dei bambini, programma di sostegno ai bambini e giovani vulnerabili in Romania. Il progetto si ispira alla Convenzione internazionale dei Diritti dell’infanzia e promuove il diritto dei minori all’assistenza sociale in caso di abusi o maltrattamenti, il diritto alla famiglia e il diritto all’istruzione. Le azioni concrete sono varie e in diverse zone della Romania: Centro di promozione dell’abbandono nelle unità sanitarie, al fine di garantire il mantenimento di neonati e minori in famiglia (Brasov); sostegno personalizzato alle famiglie per la prevenzione dell’abbandono e il recupero del nucleo famigliare (Mehedinti); sostegno a bambini e giovani che vivono in condizioni di degrado, attraverso la partecipazione a centri diurni che garantiscano uno sviluppo sano e la frequenza scolastica (Valcea e Bucarest); Formazione dell’equipe locale;

Associazione Karibuni onlus, contributo di € 6.000,00 per il progetto in Kenya Aiutiamoli ad aiutarsi. La fattoria Flora a Langobaya, contea di Kilifi. Il progetto ha come obiettivo principale l’autosufficienza alimentare della comunità di Langobaya, attraverso la progettazione e la realizzazione di una fattoria per la coltura di frutta e verdura e l’allevamento di bestiame. All’interno della fattoria lavora personale locale formato da agronomi della contea e da volontari dell’associazione. Grazie alla realizzazione della fattoria è stato possibile approvvigionare con cibi freschi e salutari le scuole di Karibuni che ospitano circa 400 bambini e ha permesso l’avvio di attività domestiche di coltivazione e allevamento per più di 300 famiglie della contea di Kilifi;

Associazione Medici con l’Africa Como onlus, contributo di € 4.000,00 per il progetto Per un parto sicuro in Uganda. L’associazione è presente in Uganda dal 1959 nell’ospedale diocesano di Aber, con interventi particolarmente attenti ad assicurare un parto sicuro e più in generale a migliorare la salute di mamme e bambini. Il progetto tende al rafforzamento del sistema sanitario di riferimento per permettere alle donne di accedere alle strutture sanitarie periferiche, garantire un trasporto di emergenza verso l’ospedale più efficiente ed intervenire in maniera più incisiva con terapie antivirali in caso di madri affette da HIV;

Associazione Poilon, contributo di € 2.000,00 per il progetto in Sud Sudan Prima i bambini. Sostegno al reparto pediatrico dell’ospedale di Nzara. Il progetto si inserisce all’interno delle attività svolte dall’ospedale diocesano di Tombora-Yambio e mira a combattere la mortalità infantile in una delle zone più martoriate dell’Africa, attraverso l’erogazione di servizi di pediatria per contrastare gli effetti delle malattie più diffuse, quali ad esempio la malaria. L’intervento dell’associazione prevede anche la formazione del personale locale tramite l’erogazione di tre borse di studio». [md, ecoinformazioni]

6 febbraio/ Articolo 32

proiezione Articolo 32Proiezione del film, un viaggio sul lavoro di Emergency in Italia, introdotta dalla voce di Marta Tangredi e la musica di Vito Pagliarulo, interviene Germana Lavagna, cofondatrice del progetto Refugees Welcome Italia, sabato 6 febbraio alle 21 al Teatro il Mulino di Fino Mornasco, organizzata da Emergency Como, Coordinamento comasco per la Pace e Comune di Fino Mornasco.

 

«”La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, recita l’articolo 32 della Costituzione italiana che dà il titolo al nuovo documentario sul lavoro di Emergency in Italia – ricordano gli organizzatori –. Dall’assistenza ai migranti che sbarcano sulle nostre coste alle stanze del poliambulatorio di Marghera, dove 1 paziente su 5 è italiano, Articolo 32, del regista Antonio Di Peppo, racconta un’Italia dove anche un diritto umano fondamentale come quello a essere curato non trova attuazione».

«Famiglie appena arrivate nel nostro paese in fuga dalla guerra, stagionali impegnati nella raccolta dei pomodori e tanti italiani, i cosiddetti “nuovi poveri”, descrivono le loro difficoltà ad accedere alle cure di cui hanno bisogno – prosegue la nota –. E il racconto degli operatori si alterna al dialogo con lo scrittore Erri De Luca, con l’attore Ascanio Celestini e con Cecilia Strada, presidente di Emergency, che mettono in luce le ragioni di un disagio profondo, che riguarda fasce sempre più ampie della popolazione». [md, ecoinformazioni]

18 dicembre/ Mostra Bnl per Telethon di Fabrizio Musa

mariobotta.txtacrilicosutela2008 fabrizio musaVernissage per Telethon con una esposizione di Fabrizio Musa, a cura di Roberto Borghi, introduce l’assessore alla Cultura del Comune di Como Luigi Cavadini, venerdì 18 dicembre alle 18 alla Bnl, in piazza Cavour 32. Per informazioni Internet www.fabriziomusa.com.

19 dicembre/ Aperitivo natalizio con mostra fotografica

emergency 191215Sabato 19 dicembre alle 18 a L’ultimo caffè in via Giulini a Como incontro con Emergrncy, «vasto assortimento di birre, originali cocktails e un ricco buffet», e inaugurazione della mostra fotografica sul Programma Italia di Emergency. Banchetto informativo: «Con tanti gadget natalizi fra libri, bracciali, candele, calendari, borse e tanto altro che potrete regalare ai vostri cari dando il tocco solidale tipico di un vero natale».

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