Scuola

Il Sankt-Ursula-Gymnasium al Terragni

Sankt-Ursula-GymnasiumDal 30 gennaio al 5 febbraio si è svolto uno scambio culturale tra il Liceo Scientifico Terragni di Olgiate Comasco e il Sankt-Ursula-Gymnasium di Brühl, nei pressi di Colonia. L’iniziativa, già sperimentata con successo durante lo scorso anno scolastico, rientra tra i progetti di”internazionalizzazione” (mobilità studentesca, scambi culturali, stage linguistici) che la scuola di Olgiate Comasco propone ai propri studenti. Lo scambio, secondo il progetto elaborato dai docenti del Terragni,  si configura come un momento importante nel percorso di studi: il «rapportarsi correttamente ad una cultura straniera e il saper confrontare le differenze socio-culturali rispetto alla cultura d’origine, utilizzando un codice linguistico diverso da quello nazionale» sono tra gli obiettivi fondamentali dell’esperienza vissuta negli ultimi giorni.
Gli undici studenti tedeschi, accompagnati dai loro insegnanti, Bernd Müller e Massimiliano Lanfranchi, sono stati ospiti presso le famiglie di alcune studentesse di una classe quarta del corso linguistico. Nell’ultima settimana del mese di marzo lo scambio continuerà a Brühl, dove le studentesse italiane saranno ospitate dai coetanei tedeschi.

Il soggiorno presso il Liceo Terragni è stato caratterizzato dalla partecipazione alle lezioni  e da alcune uscite sul territorio, nel tentativo di valorizzare i legami tra il Comasco e la Germania. In questa prospettiva, di particolare interesse la visita al Centro culturale italo-tedesco Villa Vigoni a Loveno di Menaggio. La villa, sul finire del XVII secolo, fu residenza di Heinrich Mylius il cui “contributo allo scambio e alle relazioni culturali fra Italia e Germania è incalcolabile”. La visita alla villa e al parco è stata accompagnata da una riflessione, in tedesco e in italiano, sulle relazioni tra i due paesi, prendendo in considerazione l’opera di alcuni artisti (Goethe in Italia, Tiepolo a Würzburg), lo sviluppo dirapporti politici tra personalità di spicco dei due paesi (Bismarck, Cavour, Don Sturzo, De Gasperi e Adenauer)e le “pagine oscure” della storia italiana e tedesca (Hitler e Mussolini). Non sono, poi, mancati riferimenti all’emigrazione dei lavoratori italiani verso la Germania e al fascino esercitato da Berlino sui nostri giovani connazionali.

Lo scambio, favorevolmente accolto dalle famiglie fin dallo scorso mese di giugno, ha, inoltre, incontrato il sostegno da parte dei colleghi del Consiglio di Classe e di altri insegnanti del Liceo, che si sono resi disponibili ad accogliere nelle loro classi sia gli studenti che i docenti tedeschi.

Un’esperienza decisamente positiva, da continuare, cercando di superare quelle difficoltà economiche legate alla crisi e alla diminuzione dei finanziamenti alla scuola. [Antonella Sala per ecoinformazioni]

Dalla scuola per l’Europa con Tsipras

scuolaAnche Celeste Grossi, direttrice di école, è tra le prime firmatarie dell’appello nazionale della scuola per Tsipras diffuso da Alba. Leggi nel seguito dell’articolo il testo del documento. «Come persone di scuola,  abbiamo visto anno dopo anno il frutto delle politiche di austerity. Abbiamo contato ore, anni e docenti tagliati, abbiamo visto crescere la precarietà e diminuire la qualità, abbiamo visto  il venir meno delle risorse per compensare, nella scuola, quello che nel resto della società provoca diseguaglianza nelle opportunità. Abbiamo visto ridurre la complessità dell’apprendere alla misurazione attraverso i test, abbiamo visto affiorare e via via  imporsi metodi e linguaggi votati alla competitività, abbiamo visto il perpetuarsi della selezione classista nel gonfiarsi delle liste dei bocciati e nelle scelte dei corsi di studio, abbiamo accompagnato impotenti la silenziosa rassegnazione che leggevamo negli occhi di tanti migranti.

Abbiamo chiesto invano un’inversione di rotta, la fedeltà alla nostra Costituzione perché la scuola pubblica fosse al centro degli investimenti  del nostro Paese.

Ora non ci vogliamo arrendere. Abbiamo imparato che una buona scuola, quella che costruisce gli strumenti culturali per contrastare l’ingiustizia con cui essa stessa convive,  ha bisogno di una visione alta dei saperi e delle relazioni tra persone che apprendono e insegnano; che una buona scuola non si arrende alla meritocrazia come certificazione della disuguaglianza ma ha bisogno di uguaglianza come prerequisito del merito.

In  questi ultimi anni  abbiamo riconosciuto nella resistenza delle persone di scuola  in Grecia, Spagna, Portogallo e in tanti altri paesi d’Europa le nostre stesse parole  e vogliamo sperare con loro in un’Europa consapevole che nelle sue aule, piene di ragazze e ragazzi di tutto il mondo, si possa costruire un sapere cooperante al posto di un percorso ad ostacoli, un futuro diverso da quello che trasforma le persone in variabili incerte ed ansiogene del mercato.

Le prossime elezioni per il Parlamento Europeo ci offrono l’occasione per pensare ad un’altra  Europa possibile, che impari dalla crisi e non si alimenti della crisi, dove si sceglie cosa produrre per vivere e non si viva per produrre. Per questo abbiamo deciso di sostenere la lista di cittadinanza europea promossa da Barbara Spinelli ed appoggiamo la candidatura di Alexis Tsipras alla presidenza  della Commissione Europea,  per  esigere una grande inversione di rotta dalle politiche di austerity  e nuovi investimenti su istruzione, formazione, ricerca e difesa del patrimonio culturale.  Abbiamo imparato, dal nostro grande maestro Don Milani, che politica è sortirne insieme. Per questo pensiamo che oggi non è il momento delle chiusure identitarie.  C’è bisogno di più Europa, ma di un’Europa dell’uguaglianza, dei diritti, della solidarietà. Di un’ Europa dei popoli.

Francesco Mele, Cristina Contri, Emma Giurlani (Modena);  Roberta Roberti, (Parma);  Mauro Presini (Ferrara), Giovanni Cocchi, Mirco Pieralisi, Stefania Ghedini, Maria Grazia Rodeghiero (Bologna); Marta Gatti, Marco Donati (Milano); Andrea Bagni, Giuseppe Bagni, John Gilbert, Corrado Mauceri, Tomaso Montanari, Luisa Simonutti, Sergio Tamborrino (Firenze); Anton Maria Chiossone, Marco Bertullacelli, Norma Bertullacelli (Genova); Celeste Grossi (Como)».

Mantegazza/ Il presente della Shoah

primo pianoL’incontro con Raffaele Mantegazza, professore di pedagogia interculturale presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Milano-Bicocca, e con Silvia Magni, assessora alle Politiche educative e giovanili del Comune di Como, venerdì 24 gennaio in biblioteca a Como. Mantegazza ha presentato ai pochi ma attenti ascoltatori una visione della Shoah e della Giornata della Memoria sotto una lente pedagogica ed educativa.

Oggi ha ancora senso ricordare ai giovani il Nazismo e la Shoah? Può servire per analizzare meglio la società e gli eventi storico-politici di oggi, oppure è un pezzo di storia che rimane nel passato e che si limita a essere ricordato il 27 gennaio di ogni anno? Qual è il ruolo della scuola in questo?

C’è una differenza sostanziale tra fare memoria e ricordare. Ricordare significa rimettere dentro il cuore un avvenimento e farlo vibrare delle stesse emozioni di quando lo si è vissuto. Con la memoria invece entra in campo la razionalità, che mette tutto in ordine e allontana l’emozione. Come posso ricordare solo quello che ho vissuto, posso fare memoria anche di quello che hanno vissuto altri. «Quando si parla di Shoah ai giovani­ – spiega Mantegazza – bisogna tener conto di entrambe le dimensioni, quella emotiva e quella razionale. Con un loro intreccio invece è possibile insegnare qualsiasi cosa, in particolare la Shoah».

Le materie scolastiche, in particolare la storia, dovrebbero essere spiegate si giovani con un aggancio al presente. Perché si deve avere interesse a conoscere i popoli passati e le guerre se non possono dare una risposta alle domande della società attuale?

Si sa che le dinamiche storico-sociali del passato possono essere usate per capire meglio il presente, in quanto i grandi temi del passato sono anche i temi di oggi. Le dinamiche che hanno dato origine alla Shoah, oggi esistono ancora: proviamo a pensare a quel senso di umiliazione e mortificazione che vivono le minoranze etniche in un paese straniero, le persone disabili, gli Ebrei, i più deboli. Questi sono spesso vittime di persecuzioni fisiche e psicologiche, le stesse che hanno subito i disabili, gli Ebrei, gli omosessuali, i testimoni di Geova e i comunisti, solo per citarne alcuni, durante il nazismo.

E se fossimo nati nel periodo nazista, da che parte staremmo? Dalla parte dei perseguitati oppure da quella dei carnefici? «Difenderemmo i più deboli», risponderebbe gran parte di noi, se non tutti. Facile  a dirsi ora, ma ne siamo proprio sicuri? Chissà che qualcuno di noi si sarebbe trasformato nel carnefice…

Tornando agli adolescenti: le iniziative scolastiche per la Giornata della Memoria come le gite ad Auschwitz, la visita alle mostre sullo sterminio degli Ebrei,  riescano a toccare le coscienze dei giovani? Certo, forse nel momento in cui si trovano ad ascoltare il racconto di un testimone sopravvissuto al campo di concentramento, si riesce a toccare la sua parte emotiva facendogli scendere qualche lacrima.

Ma la mattina del 28 gennaio, quando la Giornata della Memoria si concluderà e gli studenti saranno tornati dalle visite educative, in loro ci sarà un cambiamento? Ci sarà in tutti una riflessione anche fugace su di sé e su quello che si è visto e ascoltato? Oppure sono tutte iniziative proposte dai professori perché “bisogna” farle come tutti gli anni, e quella giornata è destinata a diventare un rituale noioso e asettico, che si limita al 27 gennaio? È probabile che alcuni dei ragazzi torni più razzista ed esaltato di prima, mentre qualcun altro magari inizia a documentarsi in modo più approfondito. Il problema grande è che il fascino del male incanta i giovani di oggi come ha incantato quelli di allora, e quindi il lato emotivo di questi progetti educativi non basta.

Quello che manca è un approccio che riporti questo tema all’attualità, che serva a far riflettere i giovani sulle loro antipatie, sulle discriminazioni che compiono ogni giorno, per esempio schernendo due persone omosessuali che si baciano in pubblico, oppure contro il ragazzo disabile che non può salire le scale con la carrozzina, o ancora contro la mendicante all’angolo della strada che chiede l’elemosina. E’ qui che bisogna intervenire. Sono i docenti che devono approcciarsi ai loro ragazzi e alle classi in base al loro carattere, alle problematiche, alle loro passioni e interessi e lavorarci sopra. Se per esempio in classe ci sono degli appassionati di sport, si potrebbe riflettere sul perché lo stadio di calcio diventa un luogo per fare insulti razzisti contro i giocatori e contro i tifosi delle altre squadre. Rapportare quindi la Shoah ai diversi ambiti della vita di ognuno, tenendo presente i temi storico-sociali che come allora ci sono anche oggi, e fornire riflessioni e risposte alle domande e ai comportamenti dei ragazzi; Shoah a parte, secondo Mantegazza dovrebbe valere così per ogni materia. Per riuscirci i professori dovrebbero lavorare in sinergia e attrarre l’interesse dei ragazzi creando un legame tra una lezione e un’altra e con i progetti educativi.

A scuola, la mattina del 28 gennaio molto probabilmente si ricomincerà a spiegare la matematica con le solite formule da imparare a memoria; la storia come due giorni prima con le solite noiose date, e così tutte le altre materie scolastiche, e come due giorni prima il giovane che si era commosso alle parole del testimone tornerà a schernire il compagno omosessuale, e la mendicante all’angolo della strada. Quindi sembrerebbe che i progetti educativi avrebbero bisogno di una dose di razionalità e di riflessione, e le materie scolastiche di emozione.

Con la Giornata della Memoria gli studenti, come ognuno di noi, devono diventare testimoni: testimoni di un periodo che non deve più ripresentarsi in futuro, partendo dalla riflessione sul modo con cui ci approcciamo alle persone e da come le giudichiamo. Perché ci scandalizziamo ancora di due persone omosessuali che stanno insieme? Facendo ciò crediamo di essere tanto diversi dai carnefici del Nazismo che li hanno perseguitati e sterminati?

Anche non ricordare e dimenticare differiscono di significato: non ricordare non dipende da noi, ma dipende dalla limitatezza del nostro immagazzinare nozioni e ricordi; dimenticare è imvece un atto voluto, sia a livello cosciente che a livello meno cosciente. Non si può, e non si deve dimenticare la Shoah. Conoscerla non deve limitarsi a essere un ricordo lontano, ma deve diventare memoria, così che possa essere tramandata alle future generazioni e resa sempre attuale.

Tra_il_marzo_e_il_giugnoGiovedì 23 gennaio è uscito un  nuovo libro di Raffaele Mantegazza, Diventare testimoni Riflessioni e percorsi per la Giornata della Memoria a scuola [Edizioni Junior, Bg], indirizzato ai docenti di scuola primaria  e secondaria di primo e secondo grado, che offe strategie e consigli didattici e psicopedagogici differenziati per età.

Inoltre fino al 3 febbraio si può visitare la mostra fotografica Shoah: L’infanzia rubata, a  San Pietro in Atrio in via Odescalchi 3 a Como, curata dall’Associazione Figli della Shoah. [Clara Chiavoloni, ecoinformazioni]

Insegnare attraverso l’arte

Silvano Strazzari WaldorfIl 24 gennaio, alla Feltrinelli di Como, Silvano Strazzari, maestro della scuola Waldorf di Como, ha parlato di Insegnare attraverso l’arte un linguaggio universale per sviluppare le competenze e le qualità dei bambini. Un nutrito pubblico di educatori, genitori e curiosi ha partecipato all’incontro e con fatica ha lasciato la libreria al termine. Troppo spesso l’elemento artistico presentato ai bambini ha un ruolo marginale: si associa a tempi morti, a orari infelici e come strumento capace di portare silenzio. Cosa significa portare l’elemento artistico al centro di un percorso educativo? L’approccio all’arte è come il primo giorno di scuola, serve un contesto accogliente che favorisca la sua massima espressione.
L’arte può essere un linguaggio privilegiato, capace di diminuire la distanza tra maestro ed allievo e di creare uno spazio in cui apprendimento e fantasia si sostengono. È un percorso che richiede tanta fantasia e voglia di donare all’altro un’esperienza positiva, da conservare come un ricordo squisito della propria infanzia. L’arte è del narrare, le nostre immagini mentali si arricchiscono ascoltando storie: la nostra curiosità ci porta a cercare storie nei libri, sul grande schermo, nella vita di chi ci è vicino. Le parole iniziano a portare dentro di noi infiniti mondi, che potranno trovare la loro espressione nel dipingere, nel disegnare e nel modellare. Creare, usare le proprie mani e poter dire «questo l’ho fatto io» è un esercizio di volontà importante. Allargare la capacità di esprimersi è concedere ad un bambino la possibilità di sperimentare sé stesso, stando però attenti a non cadere nell’errore del mero giudizio estetico. Quanto è inutilmente difficile valutare se un disegno è bello oppure no. La sfida è quella di costruire un dialogo sulle scelte operate: lo spazio, i colori, i dettagli, le emozioni e le perplessità. Favorire un disegno capace di crescere e trasformarsi, ed accoglierlo per quello che è: il sentimento dell’altro.
Il maestro Silvano ha colorato l’atmosfera mostrando i lavori dei suoi alunni e ricordando quanto i materiali utilizzati possano influenzare l’esperienza diretta. I colori a cera, così vivi, possono portare su carta quello che un bambino immagina, ad esempio, dell’africa: un giallo che più giallo non si può. Poco usate, nelle scuole Waldorf, sono le matite, che possono costituire un’impalcatura; ma è il colore, il tratto, la scelta di muoversi dal basso all’alto o viceversa che può dare struttura. Si è dato spazio alle pitture, che possiedono una propria unicità, nella quale il colore segue il temperamento individuale e trova il suo posto sul foglio.
Anche le materie scientifiche, che per troppe persone sono segnate dal rigore e prive di fantasia, possono entrare nella vita dei bambini, attraverso una modalità artistica appositamente pensata per coinvolgere. L’esempio portato è stato quello di una mago formidabile: il mago Doppio, colui che, con la sua bacchetta magica, raddoppia le cose. Due mele diventano presto quattro e così via: questo per dare inizio alla lezione sulla moltiplicazione.
Tanto può essere fatto. Tutto questo è attenzione, e favorisce un’esperienza che è centrale e significativa. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

Questo mostro amore/ Educere

questomostroamoreNella serata del 21 gennaio, allo spazio Mab di Como, si è tenuto un incontro tra Jacopo Boschini, teatroterapeuta, e un gruppo di insegnanti delle scuole secondarie di secondo grado, volto a sviluppare la loro capacità di ascolto, spesso parte più trascurata all’interno delle relazioni. Un progetto che vede tra i partner il Comune di Como, la Fondazione Cariplo e Soroptimist International Club Como.

La cooperativa AttivaMente cerca di coniugare narrazione e attività sociale per affrontare la costruzione di relazioni non violente tra generi. Come riporta il progetto Questo mostro amore: «Alla luce della preoccupante diffusione di maltrattamenti e violenze sulle donne, appare importante avviare un percorso di prevenzione incentrato sull’educazione affettiva, la comprensione ed il controllo delle emozioni».

Gli esperti coinvolti sono la psicopedagogista Valerie Moretti e Jacopo Boschini, che stanno lavorando con le studentesse e gli studenti del Liceo scientifico Paolo Giovio e del Setificio Paolo Carcano di Como, con i loro docenti e i genitori, per riconoscere e superare gli atteggiamenti di prevaricazione ed abuso che talora si verificano.

La prima domanda che ha fatto ammutolire il corpo docente è stata: Come vi relazionate con i ragazzi? La relazione prevede uno scambio e non solo una mera trasmissione di nozioni. Se il primo assioma della comunicazione è che non si può non comunicare, occorre ricordarsi che il non verbale, come si occupa lo spazio, come ci si veste, la direzione dello sguardo, concorrono a trasmettere le emozioni che proviamo. I docenti presenti hanno potuto vedere e sperimentare piccole rappresentazioni di situazioni tipo, dove è emersa l’importanza di sapere cosa guardare. I docenti sembrano vivere grandi frustrazioni legate all’immagine che hanno del loro ruolo educativo: il desiderio è quello di coinvolgere tutti, trasmettere a tutti, valutare in modo equo tutti. Non si può entrare in relazione con tutti; la relazione prevede uno scambio ed è l’allievo che decide se imparare oppure no. È stato necessario riprendere l’etimologia di educare  educere, che possiede la forza di tirare fuori e allo stesso tempo di condurre; come una guida alpina, che conosce il sentiero, affianca ma non si può sostituire all’altro. La parte da potenziare all’interno del processo comunicativo è l’ascolto, che deve essere attivo e progettato. Nell’adulto sgomita con forza spontanea la voglia dare consigli, di prevedere quello che l’altro sta pensando e quindi di interromperlo. Questo compromette la narrazione dell’altro. Occorre usare l’empatia e quindi riconoscere le emozioni dell’altro, senza però farsene carico come salvatori, perché l’impulso è quello di aiutare in tutti i modi, ma questo risponde soltanto alle ansie degli adulti. I suggerimenti che vengano strozzati nella gola hanno il limite di riferirsi alle nostre categorie: passano esperienze ma non fanno generare esperienza.

Guardare un ragazzo negli occhi ed ascoltarlo è un’azione fortissima che ha ricadute pratiche. Un consiglio spassionato è stato quello di evitare i corridoi, di curare gli spazi dell’ascolto e di rispettarne i tempi.

A febbraio, nella Biblioteca comunale di Como, ci saranno tre serate aperte esclusivamente ai giovani tra i14 e i 19 anni, per parlare di affettività, dell’immagine dell’amore e dell’utilizzo consapevole della rete. Per maggiori informazioni www.coopattivamente.it/questo-mostro-amore/ [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

La memoria non dura un giorno

raffaele mantegazzaShoah e resistenza nell’educazione, con Raffaele Mantegazza, Intercultura – Università Milano-Bicocca, venerdì 24 gennaio alle 21 alla Biblioteca comunale di Como, in piazzetta Lucati. «Un’introduzione al tema della Shoah – recita una presentazione –, si parlerà di carnefici, vittime, spettatori della Shoah e della quotidianità, si parlerà di lager, della pedagogia dello sterminio e del ruolo della scuola, della Giornata della Memoria e delle sue ricadute sulla scuola e il territorio». [md – ecoinformazioni]

Master Polis-Making

masterpolismakerAperte le iscrizioni al master del Politecnico di Milano fino al 7 febbraio.

Un corso aperto a «coloro che si occupano dello sviluppo e della trasformazione della città e del territorio in veste di pubblici funzionari, professionisti, promotori di operazioni di project financing, imprenditori immobiliari, operatori finanziari, del settore assicurativo e di quello no profit», con una laurea in ingegneria civile, ingegneria per l’ambiente e il territorio, ingegneria edile, architettura, urbanistica, agraria, geologia economia, giurisprudenza, scienze politiche, sociologia, geografia o un titolo di studio estero riconosciuto come idoneo.

Si tratta di un «master universitario di I livello del Politecnico di Milano, organizzato dal Polis-Maker Lab, dalla Scuola di ingegneria civile, ambientale e territoriale e dal Polo territoriale di Como», che «si propone di formare figure professionali specializzate nel campo della gestione della trasformazione degli insediamenti urbani con una particolare attenzione per la qualità del vivere».

«Il percorso di studi affronta – spiega la presentazione – la valutazione economico-gestionale delle scelte di trasformazione urbana con una sensibilità per la qualità della città in termini di capacità di soddisfare i bisogni non solo materiali, ma anche immateriali dell’uomo-cittadino, tendendo a gettare un ponte tra teoria e prassi».

Le lezioni si terranno a Como, nella sede del Polis-Maker Lab a Palazzo Natta, e a Roma al Campus dell’Università di Roma Tor Vergata.

Per informazioni Internet www.master.polismaker.org. [md – ecoinformazioni]

Liceo sportivo a Cantù

santelia-quadroL’Istituto Sant’Elia sarà sede del nuovo Liceo sportivo della provincia di Como.

Sono 12 i nuovi licei per la formazione sportiva che nasceranno in Lombardia per l’anno scolastico 2014-2015. «Regione ha appena emanato il decreto dell’offerta formativa per tutte le scuole regionali con questa importante novità – dichiara Valentina Aprea, assessora all’Istruzione, formazione e lavoro di Regione Lombardia –, poiché rappresenta un’ulteriore opportunità per gli studenti che si dedicano con assiduità e spesso a livello agonistico allo sport». «Il Liceo sportivo è un indirizzo del Liceo scientifico – precisa l’assessora –. Prevede lo stesso monte ore complessivo, ma con una riduzione delle ore di filosofia e la sostituzione di latino e di storia dell’arte con le discipline di scienze motorie, diritto ed economia dello sport, scienze naturali». «Il liceo sportivo rappresenta una straordinaria opportunità per tutti gli studenti lombardi che vogliono intraprendere un cammino nel mondo dello sport – aggiunge l’assessore regionale allo Sport e Politiche per i giovani Antonio Rossi –. Colgo l’occasione, con l’approvazione di questo provvedimento, di ribadire la mia convinzione che ci debba essere sempre il giusto equilibrio fra studio e sport. Sia da parte degli studenti sia da parte degli insegnanti, va correttamente valutato l’alto valore formativo della pratica agonistica».

In provincia di Como questa nuova istituzione sarà aperta all’Istituto Sant’Elia di Cantù. [md – ecoinformazioni]

Campus/ Como si sviluppa se attrae e forma giovani talenti

urbanisticaMauro Frangi, presidente di Univercomo, approfondisce quanto introdotto nell’articolo Campus: freddezza ingiustificata e risponde all’invito di ecoinformazioni a chiarire questioni connesse al progetto Campus San Martino. «Alcuni dubbi sollevati tempo fa da Gianpaolo Rosso – riferendo, in verità, anche opinioni non sue – mi guidano nella stesura di queste note sul progetto avviato da Univercomo per la realizzazione del Campus Universitario di Como nell’area dell’ex Ospedale Psichiatrico “San Martino”.Li riprendo scorrendo e sistematizzando i messaggi Facebook con cui me li ha, a suo tempo, espressi. Intanto il dubbio di fondo. È un progetto che partirà davvero o resterà lettera morta come tante altre idee di sviluppo della città in questo ultimo decennio? E, anche se dovesse partire, non siamo, forse, giunti ormai “fuori tempo massimo”. Sicuramente, ha pienamente ragione quando mi ricorda che “altrove” queste cose son state fatte decenni e decenni fa. Infine, il dubbio più di fondo. Se è sicuramente vero che investire in cultura, formazione, ricerca costituisce la priorità per rilanciare lo sviluppo, è davvero giusto farlo puntando su un unico “luogo” e non, invece, su un modello che preveda una maggiore diffusione territoriale, una pluralità di spazi, luoghi, ambienti? Non so se il ragionamento risulterà convincente come Gianpaolo mi chiede di essere. Provo comunque a svilupparlo cercando di essere il più possibile schematico.

1. Como ha una tradizione universitaria molto recente – solo 25 anni – e,  quindi, inevitabilmente, debole.

Una tradizione difficile da affermare non foss’altro che per ragioni geografiche: Milano e i suoi Atenei storici e  blasonati sono a pochi chilometri da noi.

Ancora più difficile da affermare in tempi, come quelli che stiamo vivendo, in cui crescono, anche per il sistema universitario, le spinte a razionalizzare le risorse pubbliche investite, riducendo le sedi decentrate e “tagliando” le offerte formative non di eccellenza.

Per tutte queste ragioni, la presenza dell’Università in città non è, per nulla, un fatto scontato, una realtà acquisita una volta per tutte.

2. Il primo nodo su cui interrogarsi è proprio questo.

Serve veramente avere l’Università a Como?

Qualcuno discute proprio questo punto.

Che l’Università a Como sia un lusso “inutile” e non una ricchezza.

Che gli studenti comaschi possono anche prendere il treno e andare a studiare a Milano.

Che forse sarebbe meglio per loro fare così.

Il punto non sta qui.

L’idea di Como “città universitaria” non ha nulla a che fare con i vantaggi, reali o presunti, di avere uno o più Atenei nel “giardino di casa”.

Nasce, invece, dall’idea che una delle leve fondamentali per lo sviluppo del sistema economico e sociale di un territorio stia proprio nelle sue capacità di formare le giovani generazioni e di attrarre “capitale umano” qualificato e di eccellenza.

Un territorio non cresce senza la capacità di attrarre e formare nuovi giovani talenti.

Senza la capacità di generare e qualificare il “capitale umano” capace di contribuire ad innovare il territorio, la sua economia e le sue imprese, la vita delle nostre comunità.

In questo sta la ricchezza derivante dall’essere “città universitaria”.

3. Se le due affermazioni precedenti sono vere – come io credo – la conseguenza del ragionamento è piuttosto scontata.

Se vogliamo mantenere sul nostro territorio la presenza di un articolato e qualificato sistema di Istruzione Universitaria di eccellenza dobbiamo “essere capaci di meritarcelo”.

Dobbiamo, cioè, essere capaci di generare condizioni virtuose che inducano gli Atenei ad investire sul nostro territorio, qualificando l’offerta formativa e le proprie strutture di ricerca.

E, nel contempo, dobbiamo riuscire a rendere Como attrattiva per studenti di eccellenza che scelgano questa città – il suo ambiente, la sua cultura… – come luogo in cui valga la pena vivere la propria esperienza formativa fondamentale.

Perché in questo territorio trovano strutture formative di eccellenza a livello internazionale e un contesto di vita e di socialità favorevole. Residenze, servizi, proposte culturali di livello e non solo una “gran bella città”.

4. Mi sia permesso un inciso.

Che l’Università a Como sia stata una grande “ricchezza” è un’affermazione che, secondo alcuni, sarebbe tutta da dimostrare.

Basta guardare ai 25 anni trascorsi per convincersene.

Le ragioni sono molte, per chi vuole fare la fatica di osservarle.

Grazie all’Università Como si è scoperta attrattiva.

Oggi sui 1.800 studenti iscritti a Como al Politecnico quasi 800 non sono italiani. Provengono da oltre 30 Paesi del mondo.

La città di Como – forse senza accorgersene fino in fondo – si è aperta al mondo, ospitando un numero via via crescente di studenti provenienti da ogni Paese.

Studenti che hanno scelto Como come un luogo in cui vale la pena vivere gli anni della propria formazione e hanno arricchito Como con la loro presenza.

Studenti che, tra l’altro, domani, saranno testimoni di Como nel mondo.

In secondo luogo, in questi decenni le imprese del territorio hanno potuto godere di un rapporto proficuo con l’Università, fruendo di opportunità di innovazione e di trasferimento tecnologico e potendo contare sull’inserimento in azienda di giovani laureati di qualità.

La positiva interrelazione con le strutture di ricerca che le Università hanno insediato sul territorio ha contribuito a generare nuove imprese innovative o a trasmettere ad imprese esistenti nuova linfa decisiva per il loro successo.

E, infine, il sistema economico comasco ha potuto contare sul rilevante indotto mosso dall’Università stessa.

Basti pensare ai servizi offerti dalle imprese comasche a supporto del funzionamento delle sedi universitarie. Oltre 40.000 mq. di aule, laboratori, uffici, spazi per la ricerca e l’accoglienza.

Sedi che richiedono interventi di manutenzione, di pulizia, servizi …

O, più semplicemente, all’indotto generato dalle migliaia di studenti, ricercatori, docenti che a Como vivono, producono reddito, consumano. Mangiano il gelato e la pizza e vanno al cinema.

Per non parlare, infine, degli edifici storici – Palazzo Natta, il compendio di Sant’Abbondio… – che proprio grazie all’Università hanno ritrovato vita, valorizzazione, qualificazione.

Certo è una presenza che ha beneficiato del forte impegno – anche economico – del territorio e delle sue Istituzioni, ma che ha saputo restituire al territorio qualità, innovazione, capacità di attrarre giovani talenti. In una parola, sviluppo.

5. La sfida del Campus Universitario al San Martino è la sfida di far compiere un ulteriore e decisivo “salto di qualità” a tutto questo.

Per qualificare ulteriormente la presenza dell’Università nella nostra città e, soprattutto, la sinergia, l’integrazione tra l’Università e la città, i suoi abitanti e le sue imprese.

Anche qui le ragioni sono molteplici.

Intanto, perché consente di radicare definitivamente nel nostro territorio il Politecnico e, quindi, di consolidare quel mix virtuoso tra la qualità, il blasone e la capacità di attrazione, anche internazionale, di quell’Ateneo e della formazione che eroga e la capacità della nostra città di essere attrattiva.

Un modello virtuoso che potrebbe in futuro essere replicato con altre Istituzioni accademiche, magari anche straniere.

In secondo luogo, perché la tendenziale qualificazione scientifica delle Università a Como impone di mettere in campo strategie specifiche per accrescere la capacità di attrarre iscrizioni di giovani, compensando il minor appeal che – soprattutto le facoltà delle cosiddette “scienze dure” dell’Insubria – hanno sui giovani.

Inoltre, perché non è possibile pensare di essere “città universitaria” senza costruire luoghi capaci di identificare e rendere “visibile” alla città e ai suoi abitanti la presenza stessa dell’Università.

Luoghi in un qualche modo “identitari” e quindi moltiplicatori di quello scambio generativo tra Università e territorio che è condizione per il suo sviluppo.

Da ultimo, per la necessità di moltiplicare luoghi di residenza e di “vita”, per gli studenti, come si sta facendo in questi mesi con la ristrutturazione del compendio edilizio della “Presentazione”, recuperandolo da una condizione di pericoloso degrado a residenza universitaria per 160 studenti.

6. La realizzazione del Campus è, quindi, una sfida strategica.

Non, banalmente, per fare in nuove e più adeguate sedi ciò che oggi si fa nelle vecchie.

Ma per contribuire in modo decisivo allo sviluppo economico e sociale della città e dell’intero territorio provinciale.

Innestandosi e connettendosi in modo virtuoso con gli altri investimenti strategici che il territorio ha compiuto in questi anni.

Qui dissento fortemente dalla tesi – forse non sua – prospettata da Gianpaolo.

Perché in questi ultimi anni Como ha saputo investire – e molto – moltiplicando i luoghi e i poli di un nuovo modello di sviluppo incentrato sulla cultura, la formazione, la ricerca, l’innovazione scientifica e tecnologica.

Penso alla valorizzazione del cosiddetto “Chilometro della Conoscenza” compreso tra Villa Olmo e Villa Sucota.

Un’infrastruttura di eccellenza che ha restituito ai comaschi la possibilità di fruire di un patrimonio naturale, culturale e storico-artistico di grande pregio e, nel contempo, di rendere riconoscibile un ambito dove umanesimo e scienza, arte, creatività e sistema imprenditoriale possano fertilizzarsi reciprocamente.

Ancora, un investimento che ha sensibilmente accresciuto la visibilità ed il richiamo internazionale del territorio, e quindi la sua capacità di attirare visitatori e talenti.

Penso, ancora, al grande investimento rappresentato dal Parco Scientifico e Tecnologico di Lomazzo , “Como Next”

Anche in questo caso, senza “costruire”, ma recuperando una ex grande fabbrica da tempo dismessa e restituendo al territorio uno spazio strategico per trainarne lo sviluppo, per generare “Nuove Energie x (il) Territorio”

Un Parco che oggi ospita decine di aziende innovative e un “incubatore” di impresa per stimolare e supportare giovani energie imprenditoriali.

E nel quale sono molte decine i giovani che quotidianamente lavorano.

In gran parte neo-laureati di qualità in discipline innovative.

E, per rimanere. in tema di Università, penso, infine, al completo recupero del compendio di Sant’Abbondio.

7. Resta l’ultimo dubbio. Il più difficile da affrontare.

Si riuscirà veramente a far decollare il “progetto Campus”?

Qui vale la pena partire anzitutto dai fatti.

Intanto, si tratta di una scelta di cui la città discute da tempo.

I primi documenti risalgono addirittura al 1995.

Altri – il riferimento è alla vicina Lecco – che sono partiti con noi in quegli anni ci hanno nel frattempo superato.

Anche se partivano da posizioni più arretrate delle nostre, sia in termini di numero di studenti che di offerta formativa.

Processi avviati sono rimasti al palo per lunghi anni.

L’accordo sottoscritto dalla Giunta Bruni con Regione Lombardia nel 1998 non ha mai superato lo scoglio della definizione di uno “studio di fattibilità”.

La recente approvazione del PGT del Comune di Como, che ha inequivocabilmente definito la “vocazione” dell’area dell’ex Ospedale Psichiatrico di San Martino quale sede del Campus Universitario e di un parco pubblico, da un lato, e l’”occasione” offerta dalle Erogazioni Emblematiche Maggiori di Fondazione Cariplo, dall’altro, hanno costituito le “molle” decisive per quello scatto in avanti atteso da tempo.

Su di esse si sono innestate la decisa volontà della Camera di Commercio e dell’intero sistema economico territoriale di cogliere tali opportunità e provare a recuperare il tempo perduto.

Grazie alle sinergie realizzate, in particolare con il Politecnico, in pochi mesi siamo riusciti a progettare il primo lotto funzionale del Campus e a definire le risorse economiche necessarie alla sua realizzazione.

Regione Lombardia si è impegnata formalmente con le Istituzioni territoriali (Comune di Como, Camera di Commercio, Univercomo), gli Enti proprietari delle aree (Azienda Ospedaliera e Asl), Politecnico e Università dell’Insubria a promuovere, entro il prossimo 31 gennaio, l’Accordo di Programma necessario a realizzare l’intero progetto.

Se Fondazione Cariplo giudicherà il progetto meritevole delle proprie Erogazioni Emblematiche, l’impegno  di Univercomo è quello di ultimare il primo lotto funzionale del Campus entro l’avvio dell’anno accademico del 2016.

Se ciò accadrà, in accordo con Regione Lombardia, entro il 2018 si dovranno definire le condizioni – i progetti e le risorse economiche – per il recupero integrale dell’area a sede delle Università comasche.

8. Questi sono i fatti.

Il giudizio sulla bontà del progetto compete ora esclusivamente alla Fondazione Cariplo.

Se lo giudicherà meritevole del suo contributo ci sono – finalmente! – le condizioni per imboccare la strada giusta.

Certo richiede in tutti gli attori – e soprattutto nelle Istituzioni Pubbliche, a cominciare dall’Amministrazione della Città – la capacità di concentrare progettualità, iniziative, risorse economiche su un grande disegno a lungo termine.

Di accettare e di essere all’altezza di questa sfida.

Sapendo che solo la capacità di immaginare e costruire il futuro è la condizione per sperare di averne uno migliore del presente.

9. Ci sarà modo, se verrà ritenuto opportuno, di entrare anche “nel merito” del progetto.

Metri quadri, spazi, risorse economiche, soluzioni architettoniche e progettuali previste.

Nel frattempo, non credo sfuggano tre implicazioni per così dire “minori” del progetto.

Intanto – e ancora una volta – nessuna nuova “grande opera”.

Nessuna nuova costruzione.

Ma solo il recupero e la restituzione alla città di edifici da tempo abbandonati e in condizione di degrado e, comunque, di sottoutilizzo,

La loro piena riqualificazione funzionale.

In secondo luogo, il recupero e la restituzione alla fruizione integrale della città di un’area di eccezionale bellezza come quella dell’ex OPP del san Martino. Un’area oggi largamente sottoutilizzata e in condizioni di abbandono che, grazie anche alla realizzazione di un grande parco pubblico, tornerebbe ad essere luogo vitale e fruibile per i giovani e i cittadini comaschi.

Infine, la trasformazione di un’area storicamente riservata agli “esclusi” dalla convivenza e abitata per decenni da sofferenza e marginalità in uno dei motori per lo sviluppo della Como di domani.

La memoria di quel passato – che necessariamente dovrà trovare uno spazio adeguato nel progetto – sarà una delle migliori energie per pensare a quel domani. [Mauro Frangi per ecoinformazioni]

Campus: freddezza ingiustificata

urbanisticaMauro Frangi, presidente di Univercomo, stimolato dall’intervento di Luca Michelini sulla Ztl, accoglie l’invito di ecoinformazioni a sviluppare le ragioni della scelta di puntare sullarea dellex Ospedale psichiatrico provinciale San Martino per la realizzazione del Campus universitario di Como. In questo primo intervento [presto on line un secondo contributo sul merito del progetto], Frangi sviluppa preliminarmente i motivi per i quali è necessario che chi amministra abbia e proponga un’idea di città e riconosce alla giunta Lucini il merito di aver superato l’immobilismo di Bruni e di aver delineato col Pgt la «grande scelta» del Campus. (altro…)

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