Campus/ Como si sviluppa se attrae e forma giovani talenti

urbanisticaMauro Frangi, presidente di Univercomo, approfondisce quanto introdotto nell’articolo Campus: freddezza ingiustificata e risponde all’invito di ecoinformazioni a chiarire questioni connesse al progetto Campus San Martino. «Alcuni dubbi sollevati tempo fa da Gianpaolo Rosso – riferendo, in verità, anche opinioni non sue – mi guidano nella stesura di queste note sul progetto avviato da Univercomo per la realizzazione del Campus Universitario di Como nell’area dell’ex Ospedale Psichiatrico “San Martino”.Li riprendo scorrendo e sistematizzando i messaggi Facebook con cui me li ha, a suo tempo, espressi. Intanto il dubbio di fondo. È un progetto che partirà davvero o resterà lettera morta come tante altre idee di sviluppo della città in questo ultimo decennio? E, anche se dovesse partire, non siamo, forse, giunti ormai “fuori tempo massimo”. Sicuramente, ha pienamente ragione quando mi ricorda che “altrove” queste cose son state fatte decenni e decenni fa. Infine, il dubbio più di fondo. Se è sicuramente vero che investire in cultura, formazione, ricerca costituisce la priorità per rilanciare lo sviluppo, è davvero giusto farlo puntando su un unico “luogo” e non, invece, su un modello che preveda una maggiore diffusione territoriale, una pluralità di spazi, luoghi, ambienti? Non so se il ragionamento risulterà convincente come Gianpaolo mi chiede di essere. Provo comunque a svilupparlo cercando di essere il più possibile schematico.

1. Como ha una tradizione universitaria molto recente – solo 25 anni – e,  quindi, inevitabilmente, debole.

Una tradizione difficile da affermare non foss’altro che per ragioni geografiche: Milano e i suoi Atenei storici e  blasonati sono a pochi chilometri da noi.

Ancora più difficile da affermare in tempi, come quelli che stiamo vivendo, in cui crescono, anche per il sistema universitario, le spinte a razionalizzare le risorse pubbliche investite, riducendo le sedi decentrate e “tagliando” le offerte formative non di eccellenza.

Per tutte queste ragioni, la presenza dell’Università in città non è, per nulla, un fatto scontato, una realtà acquisita una volta per tutte.

2. Il primo nodo su cui interrogarsi è proprio questo.

Serve veramente avere l’Università a Como?

Qualcuno discute proprio questo punto.

Che l’Università a Como sia un lusso “inutile” e non una ricchezza.

Che gli studenti comaschi possono anche prendere il treno e andare a studiare a Milano.

Che forse sarebbe meglio per loro fare così.

Il punto non sta qui.

L’idea di Como “città universitaria” non ha nulla a che fare con i vantaggi, reali o presunti, di avere uno o più Atenei nel “giardino di casa”.

Nasce, invece, dall’idea che una delle leve fondamentali per lo sviluppo del sistema economico e sociale di un territorio stia proprio nelle sue capacità di formare le giovani generazioni e di attrarre “capitale umano” qualificato e di eccellenza.

Un territorio non cresce senza la capacità di attrarre e formare nuovi giovani talenti.

Senza la capacità di generare e qualificare il “capitale umano” capace di contribuire ad innovare il territorio, la sua economia e le sue imprese, la vita delle nostre comunità.

In questo sta la ricchezza derivante dall’essere “città universitaria”.

3. Se le due affermazioni precedenti sono vere – come io credo – la conseguenza del ragionamento è piuttosto scontata.

Se vogliamo mantenere sul nostro territorio la presenza di un articolato e qualificato sistema di Istruzione Universitaria di eccellenza dobbiamo “essere capaci di meritarcelo”.

Dobbiamo, cioè, essere capaci di generare condizioni virtuose che inducano gli Atenei ad investire sul nostro territorio, qualificando l’offerta formativa e le proprie strutture di ricerca.

E, nel contempo, dobbiamo riuscire a rendere Como attrattiva per studenti di eccellenza che scelgano questa città – il suo ambiente, la sua cultura… – come luogo in cui valga la pena vivere la propria esperienza formativa fondamentale.

Perché in questo territorio trovano strutture formative di eccellenza a livello internazionale e un contesto di vita e di socialità favorevole. Residenze, servizi, proposte culturali di livello e non solo una “gran bella città”.

4. Mi sia permesso un inciso.

Che l’Università a Como sia stata una grande “ricchezza” è un’affermazione che, secondo alcuni, sarebbe tutta da dimostrare.

Basta guardare ai 25 anni trascorsi per convincersene.

Le ragioni sono molte, per chi vuole fare la fatica di osservarle.

Grazie all’Università Como si è scoperta attrattiva.

Oggi sui 1.800 studenti iscritti a Como al Politecnico quasi 800 non sono italiani. Provengono da oltre 30 Paesi del mondo.

La città di Como – forse senza accorgersene fino in fondo – si è aperta al mondo, ospitando un numero via via crescente di studenti provenienti da ogni Paese.

Studenti che hanno scelto Como come un luogo in cui vale la pena vivere gli anni della propria formazione e hanno arricchito Como con la loro presenza.

Studenti che, tra l’altro, domani, saranno testimoni di Como nel mondo.

In secondo luogo, in questi decenni le imprese del territorio hanno potuto godere di un rapporto proficuo con l’Università, fruendo di opportunità di innovazione e di trasferimento tecnologico e potendo contare sull’inserimento in azienda di giovani laureati di qualità.

La positiva interrelazione con le strutture di ricerca che le Università hanno insediato sul territorio ha contribuito a generare nuove imprese innovative o a trasmettere ad imprese esistenti nuova linfa decisiva per il loro successo.

E, infine, il sistema economico comasco ha potuto contare sul rilevante indotto mosso dall’Università stessa.

Basti pensare ai servizi offerti dalle imprese comasche a supporto del funzionamento delle sedi universitarie. Oltre 40.000 mq. di aule, laboratori, uffici, spazi per la ricerca e l’accoglienza.

Sedi che richiedono interventi di manutenzione, di pulizia, servizi …

O, più semplicemente, all’indotto generato dalle migliaia di studenti, ricercatori, docenti che a Como vivono, producono reddito, consumano. Mangiano il gelato e la pizza e vanno al cinema.

Per non parlare, infine, degli edifici storici – Palazzo Natta, il compendio di Sant’Abbondio… – che proprio grazie all’Università hanno ritrovato vita, valorizzazione, qualificazione.

Certo è una presenza che ha beneficiato del forte impegno – anche economico – del territorio e delle sue Istituzioni, ma che ha saputo restituire al territorio qualità, innovazione, capacità di attrarre giovani talenti. In una parola, sviluppo.

5. La sfida del Campus Universitario al San Martino è la sfida di far compiere un ulteriore e decisivo “salto di qualità” a tutto questo.

Per qualificare ulteriormente la presenza dell’Università nella nostra città e, soprattutto, la sinergia, l’integrazione tra l’Università e la città, i suoi abitanti e le sue imprese.

Anche qui le ragioni sono molteplici.

Intanto, perché consente di radicare definitivamente nel nostro territorio il Politecnico e, quindi, di consolidare quel mix virtuoso tra la qualità, il blasone e la capacità di attrazione, anche internazionale, di quell’Ateneo e della formazione che eroga e la capacità della nostra città di essere attrattiva.

Un modello virtuoso che potrebbe in futuro essere replicato con altre Istituzioni accademiche, magari anche straniere.

In secondo luogo, perché la tendenziale qualificazione scientifica delle Università a Como impone di mettere in campo strategie specifiche per accrescere la capacità di attrarre iscrizioni di giovani, compensando il minor appeal che – soprattutto le facoltà delle cosiddette “scienze dure” dell’Insubria – hanno sui giovani.

Inoltre, perché non è possibile pensare di essere “città universitaria” senza costruire luoghi capaci di identificare e rendere “visibile” alla città e ai suoi abitanti la presenza stessa dell’Università.

Luoghi in un qualche modo “identitari” e quindi moltiplicatori di quello scambio generativo tra Università e territorio che è condizione per il suo sviluppo.

Da ultimo, per la necessità di moltiplicare luoghi di residenza e di “vita”, per gli studenti, come si sta facendo in questi mesi con la ristrutturazione del compendio edilizio della “Presentazione”, recuperandolo da una condizione di pericoloso degrado a residenza universitaria per 160 studenti.

6. La realizzazione del Campus è, quindi, una sfida strategica.

Non, banalmente, per fare in nuove e più adeguate sedi ciò che oggi si fa nelle vecchie.

Ma per contribuire in modo decisivo allo sviluppo economico e sociale della città e dell’intero territorio provinciale.

Innestandosi e connettendosi in modo virtuoso con gli altri investimenti strategici che il territorio ha compiuto in questi anni.

Qui dissento fortemente dalla tesi – forse non sua – prospettata da Gianpaolo.

Perché in questi ultimi anni Como ha saputo investire – e molto – moltiplicando i luoghi e i poli di un nuovo modello di sviluppo incentrato sulla cultura, la formazione, la ricerca, l’innovazione scientifica e tecnologica.

Penso alla valorizzazione del cosiddetto “Chilometro della Conoscenza” compreso tra Villa Olmo e Villa Sucota.

Un’infrastruttura di eccellenza che ha restituito ai comaschi la possibilità di fruire di un patrimonio naturale, culturale e storico-artistico di grande pregio e, nel contempo, di rendere riconoscibile un ambito dove umanesimo e scienza, arte, creatività e sistema imprenditoriale possano fertilizzarsi reciprocamente.

Ancora, un investimento che ha sensibilmente accresciuto la visibilità ed il richiamo internazionale del territorio, e quindi la sua capacità di attirare visitatori e talenti.

Penso, ancora, al grande investimento rappresentato dal Parco Scientifico e Tecnologico di Lomazzo , “Como Next”

Anche in questo caso, senza “costruire”, ma recuperando una ex grande fabbrica da tempo dismessa e restituendo al territorio uno spazio strategico per trainarne lo sviluppo, per generare “Nuove Energie x (il) Territorio”

Un Parco che oggi ospita decine di aziende innovative e un “incubatore” di impresa per stimolare e supportare giovani energie imprenditoriali.

E nel quale sono molte decine i giovani che quotidianamente lavorano.

In gran parte neo-laureati di qualità in discipline innovative.

E, per rimanere. in tema di Università, penso, infine, al completo recupero del compendio di Sant’Abbondio.

7. Resta l’ultimo dubbio. Il più difficile da affrontare.

Si riuscirà veramente a far decollare il “progetto Campus”?

Qui vale la pena partire anzitutto dai fatti.

Intanto, si tratta di una scelta di cui la città discute da tempo.

I primi documenti risalgono addirittura al 1995.

Altri – il riferimento è alla vicina Lecco – che sono partiti con noi in quegli anni ci hanno nel frattempo superato.

Anche se partivano da posizioni più arretrate delle nostre, sia in termini di numero di studenti che di offerta formativa.

Processi avviati sono rimasti al palo per lunghi anni.

L’accordo sottoscritto dalla Giunta Bruni con Regione Lombardia nel 1998 non ha mai superato lo scoglio della definizione di uno “studio di fattibilità”.

La recente approvazione del PGT del Comune di Como, che ha inequivocabilmente definito la “vocazione” dell’area dell’ex Ospedale Psichiatrico di San Martino quale sede del Campus Universitario e di un parco pubblico, da un lato, e l’”occasione” offerta dalle Erogazioni Emblematiche Maggiori di Fondazione Cariplo, dall’altro, hanno costituito le “molle” decisive per quello scatto in avanti atteso da tempo.

Su di esse si sono innestate la decisa volontà della Camera di Commercio e dell’intero sistema economico territoriale di cogliere tali opportunità e provare a recuperare il tempo perduto.

Grazie alle sinergie realizzate, in particolare con il Politecnico, in pochi mesi siamo riusciti a progettare il primo lotto funzionale del Campus e a definire le risorse economiche necessarie alla sua realizzazione.

Regione Lombardia si è impegnata formalmente con le Istituzioni territoriali (Comune di Como, Camera di Commercio, Univercomo), gli Enti proprietari delle aree (Azienda Ospedaliera e Asl), Politecnico e Università dell’Insubria a promuovere, entro il prossimo 31 gennaio, l’Accordo di Programma necessario a realizzare l’intero progetto.

Se Fondazione Cariplo giudicherà il progetto meritevole delle proprie Erogazioni Emblematiche, l’impegno  di Univercomo è quello di ultimare il primo lotto funzionale del Campus entro l’avvio dell’anno accademico del 2016.

Se ciò accadrà, in accordo con Regione Lombardia, entro il 2018 si dovranno definire le condizioni – i progetti e le risorse economiche – per il recupero integrale dell’area a sede delle Università comasche.

8. Questi sono i fatti.

Il giudizio sulla bontà del progetto compete ora esclusivamente alla Fondazione Cariplo.

Se lo giudicherà meritevole del suo contributo ci sono – finalmente! – le condizioni per imboccare la strada giusta.

Certo richiede in tutti gli attori – e soprattutto nelle Istituzioni Pubbliche, a cominciare dall’Amministrazione della Città – la capacità di concentrare progettualità, iniziative, risorse economiche su un grande disegno a lungo termine.

Di accettare e di essere all’altezza di questa sfida.

Sapendo che solo la capacità di immaginare e costruire il futuro è la condizione per sperare di averne uno migliore del presente.

9. Ci sarà modo, se verrà ritenuto opportuno, di entrare anche “nel merito” del progetto.

Metri quadri, spazi, risorse economiche, soluzioni architettoniche e progettuali previste.

Nel frattempo, non credo sfuggano tre implicazioni per così dire “minori” del progetto.

Intanto – e ancora una volta – nessuna nuova “grande opera”.

Nessuna nuova costruzione.

Ma solo il recupero e la restituzione alla città di edifici da tempo abbandonati e in condizione di degrado e, comunque, di sottoutilizzo,

La loro piena riqualificazione funzionale.

In secondo luogo, il recupero e la restituzione alla fruizione integrale della città di un’area di eccezionale bellezza come quella dell’ex OPP del san Martino. Un’area oggi largamente sottoutilizzata e in condizioni di abbandono che, grazie anche alla realizzazione di un grande parco pubblico, tornerebbe ad essere luogo vitale e fruibile per i giovani e i cittadini comaschi.

Infine, la trasformazione di un’area storicamente riservata agli “esclusi” dalla convivenza e abitata per decenni da sofferenza e marginalità in uno dei motori per lo sviluppo della Como di domani.

La memoria di quel passato – che necessariamente dovrà trovare uno spazio adeguato nel progetto – sarà una delle migliori energie per pensare a quel domani. [Mauro Frangi per ecoinformazioni]

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